19 maggio 2021 10:13

Solo un uomo continua a opporsi alla fine delle ostilità tra Israele e il movimento Hamas a Gaza, ed è Benjamin Netanyahu. Il 18 maggio il primo ministro israeliano ha ribadito che le operazioni militari proseguiranno “finché sarà necessario”.

Respingendo gli appelli al cessate il fuoco, compreso quello di Joe Biden, Netanyahu si assume un grande rischio: quello di perdere l’appoggio dei governi che hanno sostenuto il diritto di Israele a difendersi dai razzi lanciati da Hamas, ma che si trovano in crescente imbarazzo davanti al costo umano inflitto alla popolazione civile della Striscia di Gaza, tanto più che Hamas è favorevole al cessate il fuoco.

Quasi un terzo delle vittime a Gaza è composto da bambini. Obiettivi civili vengono regolarmente colpiti in questo territorio sovrappopolato e che adesso si vede trascinato indietro di anni in termini di infrastrutture e servizi. Per questo Israele ha già perso la battaglia dell’opinione pubblica mondiale, che, pur non provando simpatia per Hamas, prende naturalmente le parti del più debole.

Insistenza politica
Ufficialmente Israele porta avanti la sua operazione per distruggere quanto più possibile le infrastrutture di Hamas nella Striscia di Gaza. I combattenti islamisti pagano anche loro il prezzo degli attacchi, ma tutti gli esperti sanno benissimo che un movimento di questo tipo non potrà essere distrutto solo attraverso i bombardamenti aerei.

La spiegazione dell’insistenza di Netanyahu è anche politica. Il primo ministro ha bisogno di presentarsi come vincitore della battaglia con Hamas dopo essersi lasciato sorprendere dai razzi provenienti da Gaza. Netanyahu era già in una posizione di debolezza, sul punto di perdere il potere per fare spazio a una coalizione dell’opposizione. “Bibi” non ha voluto questa guerra, ma è inevitabile che il conflitto abbia ricreato un sentimento di unione nazionale attorno a lui, e questo fa il suo gioco.

Il rischio di una terza intifada che possa mobilitare i giovani palestinesi non va preso alla leggera

Finora Joe Biden ha protetto Netanyahu, ricoprendo il ruolo tradizionale dell’alleato statunitense dello stato ebraico. Ma il 18 maggio si è espresso a favore del cessate il fuoco. Criticato dalla nuova leva democratica, Biden potrebbe avere bisogno di dimostrare di avere saputo spegnere l’incendio di Gaza.

Divisione europea
Anche gli europei hanno chiesto un cessate il fuoco, ma dobbiamo ammettere che questo non è un momento glorioso per la diplomazia europea. Solo 26 stati hanno chiesto il cessate il fuoco, perché l’Ungheria di Viktor Orbán ha deciso di distinguersi ancora una volta compromettendo l’unanimità della posizione europea. È la debolezza di un’Europa che, su un argomento che la divide da sempre, non riesce ad avere un peso oltre l’aiuto finanziario.

In definitiva l’argomento principale a sostegno del cessate il fuoco non viene né da Bruxelles né da Washington, ma dal rischio di allargamento del conflitto in caso di prosecuzione delle ostilità. Negli ultimi giorni ci sono stati numerosi incidenti in Cisgiordania, con diverse vittime, ma anche a Gerusalemme Est e nelle città di Israele dove vivono arabi e israeliani.

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Il rischio di una terza intifada che possa mobilitare i giovani palestinesi ricalcando le orme di quelle precedenti non va preso alla leggera. L’ingranaggio della rivolta, messo in moto da una situazione tesa a Gerusalemme che poi è diventata guerra aperta, è ancora in azione, alimentato dalle immagini della sofferenza degli abitanti di Gaza.

Per questo Netanyahu farebbe bene ad ascoltare gli appelli per un’interruzione delle ostilità. Nessuno uscirebbe vincitore da un ulteriore aumento della violenza.

(Traduzione di Andrea Sparacino)