09 settembre 2021 10:17

E se la “vincitrice” dell’11 settembre fosse… la Cina? Può sembrare paradossale, anche perché la Cina non è stata coinvolta negli attentati, una vicenda che ha riguardato solo gli Stati Uniti e Al Qaeda. Eppure vent’anni dopo possiamo esaminare quell’evento sotto una luce diversa.

Gli Stati Uniti non sono sicuramente i “vincitori”, anche se da quel momento non c’è stato più nessun attentato di matrice islamista sul suolo americano. Tuttavia la caduta di Kabul nelle mani dello stesso gruppo che era stato cacciato dopo l’11 settembre conferisce a questo anniversario un’aria di sconfitta. La vittoria non è stata nemmeno di Al Qaeda, che non è stata debellata ma al contempo non ha capitalizzato quegli attacchi senza precedenti e ha visto il proprio leader Osama bin Laden ucciso da un commando statunitense nel 2011.

Allora sì, in un certo senso possiamo dire che la vittoria è andata alla Cina, perché mentre gli Stati Uniti si sfiancavano nella loro guerra contro il terrorismo, perdendo migliaia di uomini e miliardi di dollari in Afghanistan e Iraq (due guerre che oggi appaiono del tutto vane), Pechino ha colmato il suo ritardo economico fino a trovarsi nelle condizioni di sfidare un’America distratta da altro.

Permettetemi di raccontarvi un episodio personale. Ricordiamo tutti dove eravamo nel momento fatidico in cui abbiamo scoperto gli attentati contro le torri gemelle. A Pechino era ora di cena, e io mi trovavo in casa di un dirigente del Partito comunista cinese quando è stato avvertito dell’accaduto e ha sintonizzato la tv sull’emittente televisiva Phoenix, di Hong Kong. Insieme abbiamo visto in diretta il secondo impatto.

In quell’occasione, con mia grande sorpresa, tutti gli invitati cinesi sfogarono la propria gioia. Qualche settimana prima un pilota cinese era morto in uno scontro con un aereo spia statunitense sul mar Cinese meridionale. “Il nostro pilota è stato vendicato”, esclamò uno degli invitati, senza nemmeno sapere chi ci fosse all’origine degli attentati né conoscerne la portata.

In quel momento anche la Cina doveva scegliere se stare con l’America o contro l’America

Poche ore dopo, la direzione del Partito comunista diffuse un comunicato di solidarietà con gli Stati Uniti. I leader cinesi avevano capito l’importanza di ciò che era accaduto e avevano avuto una reazione politica contraria a quella dei loro sostenitori. Fu la scelta migliore, perché in quel momento bisognava decidere se stare con l’America o contro l’America.

Ma tutto questo non spiega ancora in che senso la Cina sarebbe uscita vincitrice dall’11 settembre. Con quella presa di posizione, dal punto di vista di Washington, Pechino si posizionava dal lato corretto della storia. L’incidente navale aveva inasprito i rapporti tra i due paesi all’inizio del mandato di George W. Bush, eletto qualche mese prima, ma l’11 settembre aveva cancellato quell’episodio. A quel punto la crescita cinese ha avuto un’accelerata.

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Negli ultimi vent’anni molti commentatori statunitensi hanno cercato di attirare l’attenzione su questo paradosso: mentre gli Stati Uniti sprecavano le loro risorse nella guerra, la Cina costruiva treni ad alta velocità e porti. Il risveglio è stato doloroso.

Questa storia parallela spiega l’atteggiamento di Joe Biden, che ha deciso di abbandonare frettolosamente l’Afghanistan per investire nelle infrastrutture americane in rovina e nell’innovazione. La Cina ha vinto il primo round (durato vent’anni), ma il secondo è appena cominciato, in un clima da guerra fredda tra le superpotenze del ventunesimo secolo. E senza dubbio questa seconda ripresa sarà più aspra della prima.

(Traduzione di Andrea Sparacino)