09 novembre 2022 10:15

Prima ancora di conoscere i risultati definitivi negli Stati Uniti – e in particolare quelli sulla fondamentale maggioranza al senato – possiamo trarre due conclusioni dalle elezioni di metà mandato. La prima è politica, mentre la seconda riguarda direttamente noi europei.

In un altro momento non ci sarebbe stato nulla di drammatico nella sconfitta del partito del presidente alle elezioni di metà mandato. Delle ultime 40 elezioni intermedie, infatti, 37 sono state perse dal partito che in quel momento occupava la Casa Bianca. Niente di nuovo, dunque, nel passaggio della camera ai repubblicani.

Ciò che rende particolare questo voto è il “trumpismo”, cioè Donald Trump stesso. Due anni fa Joe Biden è stato eletto con la promessa del ritorno di una certa “normalità” politica: nella dignità della funzione presidenziale, nel carattere prevedibile delle sue posizioni e nel funzionamento delle istituzioni. Complessivamente Biden ha mantenuto le promesse, ma non è bastato.

Una figura inossidabile
Il “trumpismo” è sopravvissuto alla gestione erratica di Trump. Tutt’altro che screditato dall’assalto al congresso del 6 gennaio 2021, il movimento è riuscito a instillare in parte degli americani il dubbio sulla validità dell’elezione di Biden. Un candidato repubblicano su due è un denier, un negazionista, ovvero ritiene che le elezioni del 2020 siano state manipolate per togliere la vittoria a Trump.

La figura inossidabile di Trump è più che mai presente. L’ex presidente ha promesso un “annuncio importante” per il prossimo 15 novembre. Presumibilmente si tratterà della sua candidatura alle presidenziali del 2024. Anche se non dovesse esserci “l’ondata rossa” (ovvero repubblicana) delle dimensioni sperate da Trump, il successo dei candidati “mini-Trump” è sufficiente a permettergli di rivendicare la paternità della vittoria e servirsene come trampolino di lancio. La prima lezione del voto è che non abbiamo affatto voltato pagina da Trump e dal trumpismo.

L’impegno di Biden in Ucraina aveva rassicurato gli europei più atlantisti

La seconda lezione riguarda l’Europa. Dallo scorso 24 febbraio, quando siamo sprofondati nella guerra scatenata da Vladimir Putin in Ucraina, gli Stati Uniti hanno ricoperto un ruolo determinante nel sostegno politico, militare e finanziario nei confronti di Kiev.

Non è esagerato dire che senza gli statunitensi e la loro capacità di influire sugli europei, lo sviluppo di questa guerra sarebbe stato molto diverso, a prescindere dal coraggio degli ucraini.

Possiamo ritenere che questo sostegno sia ora minacciato? La domanda non ha ancora una risposta. Una delle parlamentari trumpiane di estrema destra, Marjorie Taylor Greene, ha promesso che all’Ucraina non arriverà più un centesimo, ma altri repubblicani sono determinati ad aiutare Kiev. Bisognerà capire dove si posizionerà il centro di gravità sull’argomento.

La vera questione per gli europei è sapere se sono pronti a rivivere una seconda epoca Trump in caso di una sua vittoria nel 2024. L’impegno di Biden in Ucraina aveva rassicurato i più atlantisti. Poco tempo fa un capo di governo dell’Europa del nord mi confessava di volersi assicurare che l’esercito statunitense restasse in Europa per proteggere il suo paese.

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In caso di vittoria repubblicana questo sostegno non sarà più assicurato. Per capirlo basta ricordare che ai tempi in cui era alla Casa Bianca, Trump era andato vicinissimo a lasciare la Nato.

Le elezioni di metà mandato risveglieranno il programma di “sovranità europea” passato in secondo piano con il ritorno degli Stati Uniti nello scenario della sicurezza del vecchio continente? Oppure l’Europa resterà per sempre dipendente da elezioni che si svolgono oltreoceano? La questione è evidentemente esistenziale.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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