Francia e Germania divise dagli affari sugli armamenti
È un fallimento politico, industriale e simbolico. L’8 giugno è arrivato l’annuncio dell’abbandono dello Scaf, l’aereo da combattimento del futuro che Francia e Germania avrebbero dovuto concepire e produrre in collaborazione. La notizia conferma la difficoltà di costruire un’industria della difesa realmente europea in un contesto ancora segnato dagli interessi particolari e dalle rivalità nazionali.
A staccare la spina al progetto da cento miliardi di euro è stata la Germania, dopo anni di conflitti tra gli industriali sulle due sponde del Reno a cui i governi non sono mai riusciti a trovare una soluzione. Dassault in Francia e il ramo militare di Airbus in Germania si sono sfidati sulla leadership operativa, sui diritti di proprietà intellettuale e su quasi tutto il resto.
Fino alla fine i francesi hanno creduto che la volontà politica avrebbe prevalso sulle divergenze. Dalla prospettiva di Parigi, il fatto che il progetto potesse esistere solo grazie alle commesse pubbliche avrebbe dovuto avere la meglio sulle reticenze e sulla cattiva volontà degli imprenditori privati. A Berlino, però, questo progetto nato ai tempi di Angela Merkel è stato ritenuto ormai insostenibile. La Germania addossa la colpa a Dassault e alla sua arroganza dovuta al successo del Rafale, mentre la Francia sottolinea le responsabilità e le ambizioni industriali tedesche.
Paradossalmente, questo fiasco arriva in un momento in cui la costruzione di un’industria della difesa europea è al centro di forti preoccupazioni, a causa sia della guerra in Ucraina sia del comportamento degli Stati Uniti di Donald Trump. Lo Scaf era il progetto più importante d’Europa, tanto che anche la Spagna si era unita all’iniziativa al fianco di Francia e Germania.
La vicenda è il simbolo delle differenze nazionali. Nel momento in cui sono emersi i primi problemi legati allo Scaf, un alto funzionario francese mi aveva confidato che “quando i francesi lanciano un nuovo armamento, pensano al suo uso, mentre i tedeschi pensano all’industria”. Evidentemente siamo davanti a due culture che potrebbero essere complementari ma che alla fine dei conti si sono rivelate difficilmente conciliabili.
La Germania va da sola
Ma questa non è l’unica spiegazione del fallimento. A Parigi parlano di una dannosa tendenza della Germania ad andare avanti da sola in diversi settori industriali della difesa, un appetito cresciuto con l’aumento vertiginoso degli investimenti militari.
A partire dal 2029, infatti, il budget tedesco per la difesa sarà il doppio di quello francese, 150 miliardi di euro contro 75. Questo dovrebbe permettere alla Germania di diventare la prima potenza militare d’Europa, anche nella sua dimensione industriale (fatta eccezione per il nucleare, che resta appannaggio della Francia).
Tra i progetti in cui la Germania si è lanciata da sola scavalcando le soluzioni europee si contano una costellazione di satelliti di comunicazione e il lancio di vettori spaziali. Più che di potenza militare, in questo caso parliamo di leadership industriale, in una fase storica in cui il modello economico tedesco è indebolito dai mutamenti degli scenari globali.
La Francia, che considerava la potenza militare e l’industria della difesa come le sue principali carte vincenti all’interno dell’Unione europea, oggi si vede sfidata dal partner tedesco. È in questo senso che lo Scaf ha assunto una dimensione simbolica molto forte, a cui si aggiunge il fatto che Emmanuel Macron ha investito personalmente nel progetto. L’Europa non aveva alcun bisogno di questo fallimento.
(Traduzione di Andrea Sparacino)