10 agosto 2016 10:48

Mai, nella sua storia moderna, il mondo arabo ha conosciuto un insieme di sconvolgimenti politici come quello attuale: frammentazione degli stati, profughi in fuga, l’esportazione del terrorismo e lunghe guerre devastanti. Ma tutti questi elementi non sono emersi da un giorno all’altro.

Negli ultimi decenni sono stati molti i segnali che avrebbero dovuto essere essere presi in considerazione come problemi strutturali e ingiustizie profonde dei nostri sistemi politici, economici, ambientali e sociali. Questi segnali non sono mai stati colti dai governi dei paesi arabi o dalle potenze straniere che li sostenevano, quelle stesse potenze (Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Russia, Iran e Arabia Saudita) che oggi sono attivamente coinvolte in attività belliche in questi territori.

Dieci segnali sottovalutati

Ecco in dieci punti i fenomeni che dalla metà degli anni settanta sono stati sottovalutati come segnali dei problemi che oggi riguardano le nostre società. Fenomeni che spingono a chiedersi se non si stiano ripetendo gli stessi errori del passato.

  • Il primo segnale di un diffuso malcontento tra i cittadini arabi è stata la rapida crescita del sostegno ai Fratelli musulmani e ad altri islamisti non violenti, alla metà degli anni settanta. I Fratelli erano l’unico gruppo d’opposizione locale credibile e hanno sempre ottenuto buoni risultati nelle elezioni a partire dalla metà degli anni ottanta.
  • Tutti i sistemi elettorali arabi erano concepiti per garantire all’élite al potere una maggioranza intoccabile e un controllo permanente sulla vita pubblica. Di conseguenza, l’incapacità dei Fratelli musulmani di modificare questo stato di cose ha favorito la nascita di alcuni gruppi islamisti più piccoli ed estremisti, impegnati in azioni violente contro i governi. In Algeria, in Egitto, in Siria e in Arabia Saudita questi gruppi sono stati repressi dallo stato, che tuttavia non ha mai affrontato il malcontento all’origine di queste forme di resistenza popolare.
  • Un evidente segnale d’insoddisfazione e di disfunzione sociale, emerso all’inizio degli anni ottanta e presente ancora oggi, è l’emigrazione di decine di migliaia di persone (uomini e donne) tra le più brillanti e migliori del mondo arabo, che hanno trovato all’estero le opportunità e i diritti politici e culturali assenti nei loro paesi.
  • All’inizio degli anni duemila i sondaggi d’opinione confermavano la scarsa fiducia dei cittadini arabi verso buona parte delle loro istituzioni pubbliche. Nei paesi non produttori di petrolio più di metà degli intervistati rispondeva di non aver fiducia nel governo, nella magistratura, nei mezzi d’informazione, nei partiti politici o nei parlamenti.
  • Al contempo, tanti erano pessimisti riguardo al futuro, in termini di bisogni materiali (lavoro, reddito, sanità), diritti politici e opportunità di migliorare la propria condizione. I cittadini dei ricchi paesi produttori di petrolio che godevano dei benefici dello stato sociale restavano l’eccezione.
  • Questi sentimenti riflettevano la polarizzazione sociale ed economica cominciata negli anni ottanta: sempre più persone erano povere o vivevano al di sotto della soglia di povertà, mentre una piccola minoranza di ricchi aveva accesso a beni di lusso e a varie opportunità. Così lo stato ha ridotto lentamente la sua presenza nella società, lasciando campo libero all’ascesa di organizzazioni non statali come Hezbollah in Libano, islamisti di vario tipo in Egitto e gruppi etnici e settari in Iraq e in Yemen. È evidente che la sovranità e la legittimità dello stato nel mondo arabo hanno cominciato a sgretolarsi trent’anni fa.

Le élite arabe, e i loro alleati stranieri, continuano a ignorare il malcontento e le disuguaglianze che provocarono le rivolte del 2010 e del 2011

  • Inoltre, la violenza politica è diventata un mezzo d’espressione comune per molti gruppi sociali: dopo la guerra fredda, all’inizio degli anni novanta, ha cominciato a essere praticata dai governi, dalle opposizioni e dalle organizzazioni parastatali, dai governi stranieri e dai piccoli gruppi terroristici e criminali. Insieme alla polarizzazione e alla frammentazione sociale è arrivata anche la militarizzazione.
  • Queste tendenze sono culminate nelle rivolte del 2010 e 2011, il più clamoroso segno di malcontento popolare nella storia araba recente. Milioni di cittadini si sono ribellati spontaneamente contro le élite al potere. Eppure oggi queste élite, insieme ai loro alleati stranieri, continuano a ignorare buona parte del malcontento e delle disuguaglianze che avevano provocato le rivolte.
  • La nascita di Al Qaeda e del gruppo Stato islamico (Is) sono i segnali più recenti del disagio che attraversa le nostre società. Questi movimenti salafiti-takfiri violenti non sono emersi dal nulla. Si sono sviluppati lentamente, nell’arco di 25 anni, e oggi godono di un sostegno attivo tra centinaia di migliaia di arabi, oltre che del sostegno passivo e della benevolenza di milioni di loro.
  • I governi arabi di solito non sanno, oppure non vogliono, combattere tali gruppi e per questo dobbiamo affidarci a milizie non statali e alle potenze militari straniere, le stesse coinvolte nei nostri paesi negli ultimi decenni, e che hanno contribuito al caos e al malcontento decisivi per la nascita di Al Qaeda e dell’Is.

Le nostri classi dirigenti e i loro alleati stranieri hanno ignorato questi e altri segnali di squilibrio sociale e di malcontento popolare nel mondo arabo. Speriamo che in futuro si dimostrino più attenti e attivi, poiché nuovi segnali di pericolo continuano a emergere e a esplodere intorno a noi.

(Traduzione di Federico Ferrone)