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Diario di una pessima matricola

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16 luglio 2015 17:19

L’estate è arrivata e l’anno scolastico è finito. Dopo aver concluso i loro As-level (gli esami del penultimo anno delle superiori), le mie figlie maggiori stanno passando alla fase successiva e trascorrono intere giornate a consultare siti web di università, visitare campus, riempire moduli e scrivere personal statement (i testi motivazionali da allegare alle domande di iscrizione).

Dovrei dire “Quanti ricordi!”, solo che non è vero. Tra la loro esperienza e la mia di trent’anni fa c’è un abisso, e in un certo senso le invidio e le compatisco allo stesso tempo. Le invidio per l’aiuto e le informazioni che hanno a disposizione, e per la stessa ragione le compatisco.

Ai miei tempi non esistevano gli As-level, quindi il mio penultimo anno di scuola è stato molto meno stressante. Non avendo siti web da consultare, potevo fare affidamento solo sui pochi opuscoli che giravano a scuola.

Passavo parecchio tempo alle fermate dell’autobus con la mia amica Jane, aspettando che ci venisse in mente un posto dove andare

I miei genitori, come si usava allora, lasciavano a me il compito di scegliere e visitare le università, e non potevano vedermi bighellonare svogliatamente per il campus ventoso di Hull o assistere all’esito disastroso di un colloquio alla University of East Anglia. Ricordo vagamente di avere compilato un modulo cercando un buon motivo per iscrivermi a quella particolare università che non fosse semplicemente la speranza che mi accettassero, e di essermi bloccata alla sezione “hobby e interessi”.

Benché fosse un periodo strano e intenso, la mia adolescenza appariva squallida e vuota quando cercavo di esprimerla a parole. Non avevo una lista di qualifiche da esibire a una commissione universitaria: non ero una rappresentante di classe o una scout, né la vincitrice di un prestigioso premio studentesco.

Avevo abbandonato le lezioni di pianoforte, non giocavo a scacchi, a netball o a qualsiasi altro sport. Non cantavo nel coro e non recitavo nella compagnia teatrale della scuola. Le mie esperienze lavorative si riducevano alla consegna dei giornali e a un lavoretto di commessa il sabato, in un negozio di giocattoli.

Le cose che assorbivano ogni secondo della mia esistenza diurna erano altre. Scrivevo diari: a volte solo brevi annotazioni sulle lezioni e sul tempo, a volte storie di struggimenti amorosi e disperazione che richiedevano aggiunte di fogli da appiccicare con lo scotch e ripiegare a soffietto. Oltre ai diari, scrivevo canzoni, spesso cronache accorate di storie sentimentali, ispirate dai pochi dischi che possedevo e ascoltavo ininterrottamente My aim is true di Elvis Costello, il primo album dei Cure e i dischi degli Undertones e dei Buzzcocks. Il lato romantico del punk.

Passavo parecchio tempo alle fermate dell’autobus con la mia amica Jane, aspettando che ci venisse in mente un posto dove andare. Ci aggiravamo per le strade di St. Albans riempiendo i lampioni di adesivi della nostra band, le Marine Girls: una sorta di garbato tagging suburbano. Sì, ogni tanto registravo anche una canzone e facevo qualche serata, ma soprattutto sognavo il futuro e le cose che potevano succedere. Sognavo e mi facevo domande. Quando avrei scoperto chi ero? Sarei stata brava in qualcosa? Qualcuno mi avrebbe amato?

Niente di tutto questo avrebbe fatto bella figura su una domanda d’iscrizione. I sogni mi avevano portato ai libri, e nel tentativo di fare colpo sugli adulti elencavo quelli che avevo letto, alcuni dei quali erano già stati scelti per fare colpo su un ragazzo. Camus e Sartre, Teresa Raquin di Zola, On the road di Kerouac. Tutti bei libri, per carità, ma anche un bizzarro assortimento di titoli, che rifletteva più i tormenti adolescenziali che non un canone culturale. Dicevano qualcosa di me, ma forse non quello che avrei voluto.

Mi piacerebbe poter tornare indietro e rileggere quella domanda di iscrizione, o vedere l’espressione sulle facce di quelli che l’hanno valutata. Io avevo dovuto improvvisare. Le mie figlie, invece, hanno potuto contare su genitori che hanno passato intere serate a documentarsi e sulle giornate di orientamento a scuola, e trascorreranno l’estate ad affinare i loro personal statement, in base alle linee guida e aspettative attuali.

Eppure sembrano terrorizzate quanto lo ero io. Eccitazione e ottimismo si mescolano alla paura del fallimento e all’inevitabile tristezza per la fine prossima dell’infanzia. Piene di dubbi e ancora alla tormentata ricerca di un’identità, devono apparire come persone pienamente realizzate, con interessi importanti, obiettivi chiari, ambizioni coerenti. Come se persone così esistessero davvero.

(Traduzione di Diana Corsini)

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