John Grant in concerto in Norvegia, il 12 giugno 2015. (Jarle H. Moe, Corbis/Contrasto)

Gli artisti e il loro pubblico si somigliano

John Grant in concerto in Norvegia, il 12 giugno 2015. (Jarle H. Moe, Corbis/Contrasto)
11 dicembre 2015 13:39

Dopo un periodo con poche feste, in cui sono rimasta tutte le sere a casa a leggere, la settimana scorsa sono uscita ben tre volte dopo il crepuscolo, con grande sorpresa dei miei figli. Non c’erano feste in programma, ma eventi: due letterari e uno musicale. E come sempre mi hanno dato modo di riflettere sugli artisti e il loro pubblico, e su come gli uni rispecchino gli altri.

Per prima cosa, lunedì sera sono stata al salotto letterario di Damian Barr a sentire Diana Athill che leggeva il suo ultimo libro, Alive, alive oh! (a proposito: un titolo fantastico). Con i capelli argentati e una blusa sgargiante che ha subito confessato di aver acquistato in una delle sue spese pazze sui cataloghi di vendita per corrispondenza, quella sera era partita dalla casa di riposo in cui vive ad Highgate, nella zona nord di Londra, per arrivare fino al bar all’ultimo piano del Mondrian hotel, da cui si gode una vista strepitosa del fiume fino al London Eye, ed esibirsi in una stanza affollata di esponenti del mondo letterario londinese letteralmente sbronzi.

Quando si sono spente le luci è calato un silenzio totale che si è posato su di noi come un incantesimo, facendoci tacere

Sul palco, in carrozzina, sembrava totalmente a suo agio. Con voce ferma e impostata ha letto per venti minuti la descrizione della sua prima vacanza in un Club Med in Grecia, negli anni cinquanta. Il quadro che ne ha fatto era idilliaco e al tempo stesso esilarante, e non ce ne siamo persi una sola parola. Se fosse caduto uno spillo lo avreste sentito, ma in sottofondo avreste anche sentito noi che pensavamo: “Vorrei essere così brava alla sua età. Vorrei essere così brava ora”. Oppure: “Vorrei che mia madre fosse ancora viva”.

Due sere dopo sono stata al Rough Trade East a sentire Carrie Brownstein che promuoveva il suo nuovo libro, Hunger makes me a modern girl. Era un reading camuffato da serata indie: il pubblico era composto da circa duecento persone, soprattutto donne sulla trentina, stipate in fondo al locale, che bevevano birra e caffè. Mi sono accorta che ero più vecchia della maggior parte di loro, e anche l’unica con un bicchiere di vino in mano. Quando si sono spente le luci è calato un silenzio totale che si è posato su di noi come un incantesimo, facendoci tacere. Invece di canzoni abbiamo ascoltato una chiacchierata intelligente e spiritosa con Brownstein, di fronte a una platea di convertite entusiaste.

Come nel palco reale

L’autrice aveva prefirmato i libri – per firmarli dopo ci sarebbe voluto troppo tempo – ma ognuna delle presenti ha cercato comunque di avvicinarla anche solo per un attimo. Una ragazza le ha consegnato un disegno, un’altra le ha chiesto del suo ultimo tour con le Sleater-Kinney, e un’altra più arguta le ha domandato se pensava che il suo libro sarebbe finito sugli scaffali della libreria femminista della serie tv Portlandia. Il pubblico era simpatico come lei, e ancora una volta non ho potuto fare a meno di notare che pubblico e artisti si somigliano, come gli animali domestici somigliano ai loro proprietari. Anche se in questo caso non saprei dire chi siano i proprietari e chi gli animali.

La sera dopo sono stata a sentire John Grant all’Eventim Apollo (che per me si chiama ancora Hammersmith Odeon), dove la sala era piena di barbe e camicie di flanella: anche qui sembrava che fosse stato messo uno specchio tra il palco e la platea. Ho portato con me Damian Barr e ci hanno dato dei posti così alti e centrali che sembrava di essere nel palco reale. “Guarda dove siamo!”, ho detto. “Ci mancava solo che ci facessero trovare due troni!”.

Così abbiamo fatto tintinnare i nostri gioielli sopra i barbuti accalcati in platea, mentre la voce baritonale e il calore di John riempivano la sala e la scena, e noi intonavamo con lui Glacier, la sua toccante e provocatoria canzone di protesta. Avevamo la sensazione che ci abbracciasse dal palco.

Dopo il concerto siamo andati dietro le quinte sperando di abbracciarlo per davvero, ma – come sospettavo – John ha evitato il Gaumont bar dove ci eravamo tutti riuniti e ognuno si sforzava di non guardarsi intorno per vedere se sarebbe entrato. Non lo ha fatto e non gliene voglio per questo. Riapparire nei panni di te stesso, in mezzo a tanta gente, pochi minuti dopo avere esibito sul palco il tuo personaggio pubblico, può essere straziante. Non sai che fare o che dire, e non lo sanno neanche gli altri.

Un incubo ancora peggiore è essere l’amico che va dietro le quinte dopo uno spettacolo disastroso. Non era questo il caso perché il concerto ci era piaciuto molto. Ma se non fosse stato così? Un mio amico ha la soluzione perfetta: ti presenti davanti all’artista, allarghi le braccia e dichiari: “Ce l’hai fatta anche questa volta!”.

(Traduzione di Diana Corsini)

Questo articolo è stato pubblicato su The New Statesman.

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