Tracey Thorn a Londra, maggio 2015.

Sembra che tutto vada storto, ma forse non è proprio così

Tracey Thorn a Londra, maggio 2015.
23 ottobre 2017 14:40

Sono state settimane strane. No, “strane” non è la parola giusta, direi stressanti. Fatte di alti e bassi, di tante cose. Troppe, tutte insieme.

Sono nella fase finale della registrazione dell’album, quella in cui si controllano i mix e si ascoltano le tracce come nessun altro farà più: ignorando la melodia e i testi, e soffermandosi sul suono del rullante o il volume di quei cori del secondo ritornello. È l’aspetto più tecnico del fare dischi, che sarebbe anche divertente e piacevole se non avesse coinciso con altre cose.

Non vi annoierò con i dettagli. È solo il normale cocktail della mezza età, fatto di preoccupazioni domestiche, figli adolescenti che se ne vanno di casa e problemi di salute. Solo che stavolta queste cose hanno cospirato per capitare tutte insieme, procurandomi stress e insonnia.

Tutta vita
Durante una visita di controllo, vedo il mio medico dare un’occhiata allo schermo del pc e mettere a fuoco la mia data di nascita, per poi affrettarsi a compilare una lunga lista di analisi che prima o poi vanno fatte. Un’altra mammografia, forse una moc, colesterolo e pressione. Ma anche Ben ha un’altra serie dei suoi controlli da fare, a giudicare dalla pila di ricette che giacciono accanto al bollitore. Tutta vita.

Tornando a casa, cerco di ritrovare un po’ di serenità acquistando delle compresse contro l’insonnia a base di erbe, che non funzionano come quelle vere, e uno “spray rilassante” per il cuscino che, quando la sera lo spruzzo dappertutto, mi provoca una rinite allergica.

Come se non bastasse, compio 55 anni ed è il primo compleanno in cui non aprirò un biglietto di auguri di almeno uno dei miei genitori. Mi rendo conto di avere l’età giusta per iscrivermi al corso di aerobica per anziani, in palestra. Ben mi chiede se penso di farlo. “No, rischierei il colpo della strega”, rispondo. Poi mi dà il mio regalo, che sono tutti i vecchi filmini dei ragazzi trasferiti su dischi, etichettati per anno e ordinati in un libretto porta cd. Quando lo vedo scoppio a piangere, un po’ perché è un bellissimo regalo, un po’ perché è stata una settimana difficile.

Mi guardo intorno e vedo noi sedute al tavolo, tutte di una certa età, e penso alle cose che ci sono successe in questi ultimi anni

La sera prima che la secondogenita parta per il college, sogno che il nostro figlio più piccolo – che resterà ancora a casa per un altro paio d’anni – ha una ragazza e la mette incinta. Hanno due gemelle e decidono che la cosa migliore è che vengano tutti quanti a vivere qui con noi, e così all’improvviso ci ritroviamo di nuovo due bambine in casa.

Sulle prime penso: “Be’, non è difficile interpretare questo sogno. Rivoglio le mie bambine”. Ma poi mi ricordo che nel sogno ero piuttosto arrabbiata e dicevo a Ben: “Dio mio, te l’immagini come sarà, i pianti la notte e tutto il resto. Non riusciremo a chiudere occhio. Sarà un incubo!”. In altre parole, nel pieno del sonno il mio cervello mi stava dicendo: “Tu credi di rivolere le tue bambine, ma in realtà non è vero. Hai superato quella fase, ormai. L’hai già vissuta ed è stato fantastico, ma ora devi voltare pagina. Va tutto bene”.

E quasi per dimostrare a me stessa che oggi ho una vita che mi piace, esco a cena con sette amiche per festeggiare il mio compleanno. E sono le amiche migliori, quelle che ordinano antipasto e dolce, e con il dolce una grappa, e mi portano una serie di regali che dimostrano quanto mi conoscano bene. Bicchieri da Martini e un taccuino. Un flacone di olio per massaggi rilassanti e dei bulbi di allium. Un paio di forbici da cucina che funzionano e qualche rivista d’arte.

Mi guardo intorno e vedo noi sedute al tavolo, tutte di una certa età, e penso alle cose che ci sono successe in questi ultimi anni: divorzi, il cancro, la perdita dei genitori, l’aver visto andar via i figli cresciuti. Ed eccoci qui che alziamo il calice di spumante, restando disperatamente aggrappate alla cosa più cara che abbiamo: la nostra vita.

(Traduzione di Diana Corsini)

Questo articolo è uscito sul settimanale britannico New Statesman.

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