Breve romanzo di formazione con cerbottana e fionda

02 febbraio 2017 14:01

Nella mia classe, alle medie, c’erano tre ragazzi rom: Gabriela Butuşină, Carmen Voica e Dan. Probabilmente Claudia era di famiglia mista, come me. Gli altri, invece, si comportavano come se le loro famiglie fossero discese direttamente dai romani e dai daci rappresentati sulla colonna di Traiano e non arrivate da qualche villaggio sperduto in provincia di Craiova.

Butuşină era seduta all’ultimo banco, dove di solito stanno i bambini che prendono i voti peggiori, e quando la controllavano aveva sempre i pidocchi. Nonostante fosse parecchio bassa di statura, anche Voica stava seduta al penultimo banco. Dan era paffutello e sembrava più grande della sua età. Anche lui stava relegato in fondo alla classe. Maricica, invece, era la bambina che aveva più difficoltà di apprendimento, ma i suoi genitori facevano di tutto per aiutarla e avevano ottimi rapporti con la maestra. Per questo era seduta al primo banco. Ho cominciato l’anno all’ultimo banco, ma poi ho guadagnato posizioni, fino a ritrovarmi al banco con Claudia.

Butuşină portava a scuola il suo topolino per farci giocare, così è diventata subito la mia preferita. Sono stato al banco con lei per qualche giorno finché non mi sono preso i pidocchi e mia madre non mi ha vietato di starle vicino. Con i divieti di mia madre non si scherzava: o li rispettavo oppure mi ritrovavo costretto a dormire a pancia in giù per i lividi sul sedere. Così sono tornato al banco con Claudia. La casa di Voica era piena di scarafaggi, e ogni tanto ne portava a scuola qualche esemplare per farcelo vedere. Era la più scura della classe e aveva degli occhi verdi incredibili. Con Dan non avevo granché in comune.

Una gelosia passeggera
Corina e Radu avevano la mia stessa età ed erano gli intelligentoni del palazzo. Nel condominio eravamo più o meno otto coetanei, ma loro due non si vedevano mai: se ne stavano tutto il giorno in casa a studiare e poi a scuola frequentavano un’altra classe. Radu è diventato campione nazionale di scacchi. Era capace di battere sia me sia suo fratello a occhi chiusi: un talento che compensava la sua mancanza di socievolezza. Corina, invece, stava sempre fuori casa. Non avevamo niente in comune: sua madre era insegnante di francese e suo padre ingegnere elettronico. In realtà ero un po’ geloso della sua reputazione di ragazza sveglia e intelligente, ma l’invidia mi è passata qualche anno più tardi, quando ho scoperto che i miei voti d’ingresso al liceo erano migliori dei suoi.

Vivevamo a Craiova da quasi quattro anni e le cose andavano meglio di quanto avessi immaginato. L’appartamento in cui abitavamo era carino. Gli arredi erano della Cpl, la mitica fabbrica di mobili di Caransebeș, e il bagno aveva l’acqua calda più volte a settimana. Giocavo a calcio fino a quando le gambe non mi facevano male e a scuola riuscivo a essere tra i primi della classe senza troppi sforzi. In più avevo una cerbottana fichissima, ricavata da un tubo di pvc rubato dal cantiere accanto a casa, e una fionda ancora più bella. E giocavo a ping pong con una racchetta della marca vietnamita Hanoi, trovata per caso nella spazzatura del negozio vicino a casa. Il tavolo era in un locale parecchio triste, dove andavamo a giocare nelle vacanze invernali, quando non si poteva stare all’aperto.

Mamma lavorava come una pazza e mio padre beveva come un forsennato: in fondo in questo mondo ci dev’essere un equilibrio

A primavera andavamo a rubare le susine dagli alberi, e le vacanze estive erano meravigliose. A luglio, quando arrivava mia cugina Karina, diventavo improvvisamente molto popolare tra i ragazzini del palazzo: suo padre era tedesco e sapeva un sacco di cose che noi a Craiova neanche immaginavamo. Ogni tanto mi portava delle gomme da masticare e dei dolci ricevuti dai parenti che vivevano in Germania. Karina nuotava meglio di tutti noi. Ed era anche abbastanza forte da picchiare i miei nemici. Ma sapeva anche essere perfida: mi diceva in continuazione che ero nero, cosa che rispetto a lei era in effetti innegabile. Tuttavia rimaneva la mia parente più stretta, e volevo bene a sua madre quasi quanto alla mia.

Mamma lavorava come una pazza e mio padre beveva come un forsennato: in fondo in questo mondo ci dev’essere un equilibrio. Nel nostro palazzo mio padre era molto rispettato, ma allo stesso tempo tutti lo compativano perché si era scelto una moglie zingara, cosa che gli permise di avere altre donne, le quali, tuttavia non erano alla sua altezza. Mio padre, infatti, era davvero un bell’uomo. Mamma, invece, dava sempre una mano a tutti quelli che avevano bisogno, era una brava donna di casa, ed era gentile con tutti, ma ci ha messo qualche anno a farsi benvolere dalla gente del condominio.

Occhio di vetro e baffi a manubrio
Una volta mi sono costruito un petardo con dentro delle viti e sono riuscito a farlo scoppiare contro la Dacia nuova del signor Tiripoi, rompendo anche la finestra del suo appartamento che si trovava al primo piano del nostro palazzo. La vicenda si è conclusa con una serie di insulti razzisti, ma la mia fortuna è stata che in visita a casa nostra c’era Nini, il quale è riuscito in qualche modo a placare il signor Tiripoi. Non so cosa gli abbia detto quando è andato a casa sua, ma in seguito Tiripoi è stato sempre molto gentile con me. Nini portava sempre con sé un coltello, aveva un occhio di vetro e i baffi a manubrio.

Un giorno mia sorella ha deciso di sposarsi. E noi ci siamo dedicati ai preparativi per il matrimonio. Mio padre è stato ubriaco fradicio per tutta la settimana prima delle nozze, e tutta l’organizzazione della festa è stata delegata a mia madre. La suocera di mia sorella era un’arpia e non faceva che rimproverare mia madre perché eravamo zingari e perché io le avevo rovinato la foto del matrimonio guardando di lato. Mia sorella era la più bella sposa che avessi mai visto e suo marito era un uomo stupendo, che per di più mi trattava in modo meraviglioso.

Butuşină si è sposata anche lei più o meno nello stesso periodo, verso la fine della terza media. Poi l’ho persa di vista per qualche anno. Quando l’ho incontrata di nuovo, un bel po’ di tempo dopo, aveva tre figli e neanche vent’anni. Voica ha superato con difficoltà l’esame di terza media ed è riuscita in qualche modo a finire le superiori. Qualche anno dopo la rivoluzione del 1989 si è sposata con uno dei nuovi uomini d’affari della Romania postcomunista. È ancora bella da morire. Anche Dan sta bene. Radu, invece, ha avuto una folgorazione per la religione e Corina si è sposata e oggi con ogni probabilità insegna matematica da qualche parte in Francia.

(Traduzione di Mihaela Topala)

Questo articolo è uscito sul settimanale romeno Dilema Veche.

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