Un soldato a Kolofata, in Camerun, vicino al confine con la Nigeria, il 16 marzo 2016.

Africa Check smaschera la cattiva informazione sul continente

Un soldato a Kolofata, in Camerun, vicino al confine con la Nigeria, il 16 marzo 2016.
04 aprile 2016 17:30

“Cadute le roccaforti di Boko haram”. Vero? No, falso. Parola di Africa Check, rete panafricana di giornalisti al lavoro ogni giorno per verificare dichiarazioni come quelle del presidente nigeriano Muhammadu Buhari. Un lavoro svolto incrociando fonti, ricostruendo fatti, correggendo errori.

E di ricostruzioni parziali, strafalcioni, notizie false e polpette avvelenate ce ne sono davvero tante, si tratti di campagne militari, politica o fenomeni sociali. “Gli annunci di Buhari sulla sconfitta degli islamisti non hanno riscontro nella realtà, eppure sono stati rilanciati in tutto il mondo senza che nessuno dei grandi mezzi d’informazione si preoccupasse di verificare”, dice Assane Diagne, cronista senegalese, responsabile della redazione di Dakar di Africa Check: “Grazie a fonti sul posto abbiamo svelato che ampie porzioni della foresta di Sambisa restano sotto il controllo di Boko haram”. Un caso tra tanti, ma significativo.

Non dare nulla per scontato

Sulla foresta di Sambisa, al confine tra Nigeria e Camerun, si è scritto molto negli ultimi due anni. Per la precisione dal 15 aprile 2014, quando dalla scuola del vicino villaggio di Chibok un commando di Boko haram portò via 276 liceali. Tante volte le richieste degli attivisti nigeriani, rilanciate nel mondo con l’hashtag #BringBackOurGirls, si sono scontrate con le ricostruzioni di comodo e perfino i falsi annunci di liberazione rilanciati dall’esercito di Abuja. Africa Check nasce da qui. Come campagna per il diritto dei cittadini a essere informati, nel rispetto della deontologia e del rigore giornalistici.

Nelle redazioni di Dakar e di Johannesburg, grazie a un’ampia rete di collaboratori, il principio è non dare nulla per scontato. Verifiche sempre e comunque, anche se la fonte è un’organizzazione di prestigio.

Prendiamo uno degli ultimi casi, risalente al gennaio scorso. La Bbc pubblica un servizio dal titolo “Perché in Africa aumentano le gravidanze delle adolescenti?”. Si parte dalla vicenda di Tshepiso Maloma, di 16 anni, che riesce a continuare gli studi scolastici solo grazie all’aiuto della madre. Quando però si passa ai dati cominciano i problemi. Le statistiche presentate riguardano un solo paese, il Sudafrica, e fanno riferimento ad alcuni anni fa. Soprattutto sono in contrasto con i dati certificati dall’Onu, relativi alla regione sub-sahariana nel suo complesso e con un orizzonte temporale di un quarto di secolo. Come stanno davvero le cose? Tra il 1995 e il 2015 in Africa il tasso delle madri adolescenti è diminuito da 139 a 109 su mille. E allora “il titolo della Bbc non è avvalorato dai dati di maggior qualità”, conclude Africa Check, che ha anche spinto l’emittente britannica a riconoscere l’errore.

Il problema non è il singolo mezzo di informazione. “Sembra paradossale ma qui in Senegal quando vogliamo sapere degli scandali politici in Sudafrica o degli attentati in Mali dobbiamo affidarci ai mezzi d’informazione degli ex colonizzatori”, denuncia Diagne. “Non possono essere solo Reuters o Radio France Internationale a raccontare il nostro continente, servono realtà nuove, africane”.

L’impegno è riempire un vuoto offrendo una prospettiva africana. Ma la strada resta lunga

Tentativi ne sono stati fatti, e diversi. Proprio a Dakar, a pochi passi dalla redazione di Africa Check, ha sede Panapress, agenzia di stampa nata nel 1979 su impulso dell’Unione africana e sostenuta ora anche dall’Unesco. Un’iniziativa necessaria ma che, anche a causa delle ristrettezze finanziarie, ha avuto difficoltà a imporsi. Così nel gennaio scorso l’emittente Euronews ha lanciato un nuovo canale, Africanews. La sede è nella capitale congolese Brazzaville, dove 85 professionisti di 15 paesi producono ora un notiziario multimediale in inglese, francese e swahili. L’impegno è “riempire un vuoto” offrendo “una prospettiva africana”. Ma la strada resta lunga.

Lo conferma l’attivismo della Cina, accusata di neocolonialismo per la sete di risorse naturali, sempre più presente nel panorama dell’informazione a sud del Sahara. Non c’è solo il moltiplicarsi degli uffici di corrispondenza dell’agenzia statale Xinhua o dell’emittente Cctv che ha accompagnato l’incremento dell’interscambio tra Pechino e l’Africa. La Repubblica Popolare Cinese ha puntato sulla formazione professionale e il supporto tecnologico alle redazioni subsahariane. A dicembre il presidente Xi Jinping ha confermato che nei prossimi tre anni saranno offerti corsi e soggiorni di studio gratuiti in Cina a tremila cronisti africani. Un impegno rilevante anche su un piano finanziario, se si considera che un singolo pacchetto di una settimana costa tra i seimila e i settemila dollari.

Diagne, che a Pechino è stato un mese, ne sa qualcosa: “In Cina c’è meno libertà di stampa rispetto a molti paesi africani, ma questi corsi ci fanno conoscere un modo differente di lavorare e tecnologie all’avanguardia che noi non abbiamo”. E la visita alla Grande muraglia o all’assemblea del popolo potrebbero rivelarsi un’opportunità, portando nuovi satelliti per le tv e internet o semplicemente finanziamenti più generosi. Purché si stia attenti a non cadere dalla padella nella brace, avverte Zine Cherfaoui, caporedattore esteri del quotidiano algerino El Watan: “Gli aiuti cinesi non devono condizionare le linee editoriali né diventare uno strumento di pressione”.

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