Un manifesto elettorale di Haider al Abadi a Mosul, Iraq, il 6 maggio 2018.

L’Iraq è alla ricerca di un nuovo primo ministro

Un manifesto elettorale di Haider al Abadi a Mosul, Iraq, il 6 maggio 2018.
25 settembre 2018 15:05

A cinque mesi dalle elezioni del 12 maggio, cinquanta giorni dopo l’inizio delle proteste a Bassora, la formazione del nuovo governo iracheno è ancora in alto mare.

Secondo gli accordi informali che regolano la spartizione del potere in Iraq, i sunniti hanno scelto il presidente della camera e i curdi quello della repubblica. Le fazioni sciite, invece, sono ancora alla ricerca di un compromesso su chi sarà il nuovo primo ministro.

L’unica certezza è che il mandato dell’attuale primo ministro Haider al Abadi non sarà rinnovato. Nonostante i due grandi successi politici del suo governo (ha sconfitto il gruppo Stato islamico e ha impedito la separazione del Kurdistan) Al Abadi è uscito sconfitto dalle ultime elezioni. La sua coalizione, Al Nasr, è arrivata al terzo posto e può contare su 42 deputati in parlamento, la metà dei quali ha cambiato campo durante le trattative.

Coalizione spaccata
La posizione di Al Abadi è stata fortemente indebolita anche dalla drammatica situazione di Bassora. I suoi nemici appoggiati dall’Iran lo accusano dell’ondata di violenze che ha investito la città del sud del paese.

Il suo stesso partito gli si è rivoltato contro. La coalizione che lo appoggiava si è divisa in tre, e ora anche gli alleati chiedono le dimissioni di Al Abadi. L’unica speranza che gli resta è che gli Stati Uniti facciano pressione sui curdi perché sostengano la sua candidatura.

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Chi prenderà il posto di Al Abadi? Circola una lista di dieci possibili candidati. Ognuno di loro dovrà superare quattro prove per essere considerato idoneo al mandato. Innanzitutto dovrà ottenere l’appoggio delle due principali coalizioni, Sairun con i suoi 54 seggi e Al Fatah con 48 seggi.

Dovrà poi avere carta bianca da Stati Uniti e Iran, le due potenze globali avversarie con forti interessi nel paese. Avrà bisogno dell’approvazione dell’ayatollah Ali al Sistani, la massima autorità religiosa sciita del paese. Infine dovrà essere accettato come il minore dei mali possibili da una popolazione che ormai è arrivata al limite della sopportazione.

In ogni caso, il nuovo primo ministro e il suo governo saranno parte dello stesso sistema di cattiva amministrazione che ha gestito questo paese sfortunato negli ultimi quindici anni, senza realizzare alcun progresso.

(Traduzione di Francesco De Lellis)

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