Famiglie dei militanti del gruppo Stato islamico che si sono arrese alle forze curde ad Al Ayadiya, Iraq, il 30 agosto 2017. (Ari Jalal, Reuters/Contrasto)

Che fare con i figli dei jihadisti arrestati in Iraq

Famiglie dei militanti del gruppo Stato islamico che si sono arrese alle forze curde ad Al Ayadiya, Iraq, il 30 agosto 2017. (Ari Jalal, Reuters/Contrasto)
11 giugno 2019 17:29

I tribunali iracheni sono alle prese con oltre un migliaio di bambini stranieri appartenenti alle famiglie di jihadisti del gruppo Stato islamico. La gran parte di loro è rimasta in Iraq dopo la sconfitta dell’organizzazione terroristica.

Per due anni, a livello locale e internazionale, il loro destino è rimasto in sospeso. Secondo fonti ufficiali irachene, provengono in maggioranza dai paesi dell’Europa orientale. Il procuratore della corte penale irachena ha dichiarato alla rivista ufficiale dei magistrati: “Siamo in contatto con le ambasciate di trenta paesi. Alcuni di questi minori sono stati trasferiti nei loro paesi, ma altri stati si sono rifiutati di accoglierli”.

La maggior parte dei figli dei jihadisti in Iraq hanno tra i sette e i dieci anni. I giudici iracheni si trovano di fronte a non pochi problemi giuridici nell’affrontare la questione. Uno degli ostacoli è la loro identità. Alcuni hanno i documenti di identità e sono entrati nel paese con i due genitori. Altri non li hanno, perché sono nati in paesi confinanti oppure in territori controllati dallo Stato islamico. Altri sono nati in Iraq, ma le loro madri sono state condannate a morte per crimini legati al terrorismo. “Finora 252 bambini sono stati trasferiti nei loro paesi. Di questi 77 in Russia, 35 in Turchia, 22 in Azerbaigian, 10 in Germania e 5 in Francia. In tutti i casi ciò è avvenuto in seguito al consenso delle rispettive madri”.

(Traduzione di Francesco De Lellis)

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