Durante un coprifuoco imposto dopo le violente proteste a Baghdad, Iraq, il 3 ottobre 2019. (Wissm al-Okili, Reuters/Contrasto)

Tregua tra governo e manifestanti in Iraq

Durante un coprifuoco imposto dopo le violente proteste a Baghdad, Iraq, il 3 ottobre 2019. (Wissm al-Okili, Reuters/Contrasto)
14 ottobre 2019 16:01

Dopo una settimana di sangue il governo iracheno e i giovani manifestanti sono giunti a un accordo non scritto di cessate il fuoco per permettere ai pellegrini di andare in sicurezza a Karbala e Najaf, due città che sono luoghi santi dello sciismo.

Il 9 ottobre il primo ministro Adel Abdul Mahdi ha ammesso che la settimana precedente ha rappresentato una “sfida sociale e politica”, perché i manifestanti hanno chiesto la destituzione del suo governo.

Il giorno dopo in cima alla schermata nelle trasmissioni del canale della tv di stato è comparso un nastro nero, che è stato indossato anche dai presentatori per rappresentare i tre giorni di lutto per gli oltre cento manifestanti uccisi e le migliaia di feriti negli scontri tra manifestanti e forze di sicurezza.

Premier alle strette
Sotto pressione, Abdul Mahdi ha emanato in tutta fretta un decreto contenente 17 proposte di riforme, compresa la promessa di creare circa 15mila posti di lavoro per i disoccupati e di punire mille funzionari governativi la cui corruzione è stata dimostrata.

Abdul Mahdi ha dichiarato ai mezzi d’informazione che le proteste lo hanno molto turbato e reso insonni le sue notti. Il primo ministro ha tenuto numerosi incontri con alcuni rappresentanti dei manifestanti e con i capi delle tribù, e riunioni quotidiane con il suo esecutivo. Messo alle strette, ha chiesto alla gente infuriata di dargli la possibilità di dimostrare la serietà delle sue intenzioni. Le sue parole erano rivolte ai manifestanti e non alle coalizioni politiche che lo hanno eletto.

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Il premier ha quindi annunciato un rimpasto di governo. Almeno quattro ministri perderanno il posto, mentre il parlamento dovrebbe approvare il nuovo esecutivo entro una settimana. Ma il problema principale resta sempre lo stesso. Nella scelta dei ministri Abdul Mahdi procederà, come si è sempre fatto dal 2003 a oggi, basandosi sul sistema delle quote etniche e confessionali (noto come mukhassasa) oppure manterrà la promessa di nominare dei tecnici?

Ormai la sanguinosa settimana è passata. I manifestanti stanno riprendendo fiato, ma non durerà a lungo. Le lancette dell’orologio si muovono rapidamente e nessuno può dire cosa succederà in futuro.

(Traduzione di Francesco De Lellis)

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