Un uomo mostra la foto di un manifestante ucciso nelle proteste a Najaf, Iraq, il 23 dicembre 2019. (Alaa al Mariani, Reuters/Contrasto)

L’Iraq in un vicolo cieco

Un uomo mostra la foto di un manifestante ucciso nelle proteste a Najaf, Iraq, il 23 dicembre 2019. (Alaa al Mariani, Reuters/Contrasto)
24 dicembre 2019 11:37

Alle nove di sera Nahida, 29 anni, ha finito il suo turno di notte nella tenda dell’ospedale da campo a piazza Tahrir. Ma rimane lì ad aspettare il suo gruppo, in modo da poter tornare a casa tutti insieme. “È pericoloso lasciare la piazza da soli”, mi dice. “Qui, nella piazza, mi sento al sicuro, anche se sappiamo che ci sono assassini che si nascondono tra di noi in questo accampamento. Ma i pericoli sono fuori, appena superati i muri di cemento”.

La scorsa settimana una collega di Nahida è stata rapita da quattro uomini a volto coperto, venti minuti dopo aver lasciato la sua tenda. Il corpo della diciannovenne Zahra Ali è stato trovato il 2 dicembre, con segni di violenza, davanti alla casa della sua famiglia a Baghdad, poche ore dopo la sua scomparsa. Secondo l’Alto comitato per i diritti umani iracheno almeno 496 persone sono state uccise e 17mila sono state ferite nel corso delle proteste cominciate agli inizi di ottobre. Più di trecento persone scomparse sono trattenute in condizioni terribili in una prigione segreta controllata dalle milizie nell’aeroporto di Al Muthana.

La più alta autorità giudiziaria irachena ha ordinato il rilascio di 2.700 persone arrestate durante le proteste antigovernative. Centosette manifestanti sono ancora detenuti in attesa di giudizio. Nelle ultime settimane esponenti di alcune milizie filo-iraniane si sono infiltrati tra i manifestanti nella piazza. Uno di loro mi ha sussurrato all’orecchio: “È per proteggerli dai Joker e per far sì che le manifestazioni restino pacifiche. Dopo l’uscita del film molti manifestanti sono scesi in piazza truccati da Joker e alcuni mezzi d’informazione li hanno accusati di essere responsabili delle violenze”. Intanto le manifestazioni si sono fatte più aggressive nelle città del sud, più colpite dalla povertà, come Bassora, e nelle province di Maysan e Dhi Qar. Mercoledì scorso, in contemporanea con la seduta del parlamento per il voto sui nuovi candidati a primo ministro, le proteste sono state ancora più massicce.

Tre test per il premier
Dopo le dimissioni del primo ministro Adel Abdul Mahdi il governo e il parlamento si sono cacciati in un vicolo cieco, non riuscendo a trovare un accordo sul nuovo primo ministro, mentre incombe la scadenza imposta dalla costituzione per convocare le elezioni politiche. Il presidente Barham Saleh si è rifiutato di assumersi la responsabilità di guidare per un anno il governo. Tra le varie formazioni politiche sono circolati quattro possibili nomi, tra i quali quello dell’ex ministro Mohammed Shia al Sudani, ma tutti sono stati respinti dai manifestanti che chiedono un nome ‘indipendente’ che non abbia già ricoperto incarichi di governo importanti.

I manifestanti hanno espresso il loro dissenso con un grande telo bianco appeso dalla terrazza più alta del Ristorante Turco l’edificio occupato in piazza Tahrir, in modo che fosse visibile anche dalla Green Zone dei palazzi. Sullo striscione è raffigurato il volto del candidato premier coperto da una X rossa. Al momento né il governo né la piazza sanno cosa succederà. Chiunque verrà nominato primo ministro dovrà superare tre difficili test: quello del parlamento, con i suoi contrasti interni tra i vari blocchi politici; quello dell’ayatollah Ali al Sistani, che ha dichiarato di non essere interessato a questa scelta; e il più impegnativo, quello dei manifestanti, che hanno perso fiducia in tutti i partiti.

(Traduzione di Francesco De Lellis)

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