28 giugno 2021 15:46

In mano ha la foto di suo figlio, con sopra scritta in grande la domanda “Chi ha ucciso mio figlio?”. La donna, 70 anni, è la madre di Ehab al Wazani, e continua la sua protesta nella città santa irachena di Kerbala. Gira per le strade, dormendo in piazza, bussando alle porte di ferro della sede del consiglio supremo della magistratura. Ha perfino picchiato sui vetri di un’auto delle Nazioni Unite. Vuole che le autorità scoprano i nomi degli assassini che hanno ucciso suo figlio l’8 maggio 2021.

In seguito a un’indagine le forze di sicurezza irachene hanno arrestato Qasim Muslih, uno dei massimi leader delle milizie, accusato di aver ordinato l’omicidio. Ma l’uomo è stato rilasciato perché la giuria non ha trovato “alcuna prova della sua colpevolezza”.

La protesta solitaria della madre di Ehab al Wazani è stata rapidamente imitata nei governatorati di Babil, Wasit, Dhi Qar e Baghdad, dove le madri dei manifestanti uccisi hanno cominciato a seguire il suo esempio. Si sono radunate davanti ai tribunali locali mostrando cartelli con la stessa domanda: “Chi ha ucciso mio figlio?”. L’interrogativo è rivolto ai magistrati iracheni, accusati di essersi schierati con le milizie sotto minaccia.

Senza sicurezza
La loro domanda sugli assassini dei figli preoccupa fortemente almeno 28 stati. Nel corso di una sessione del Consiglio per i diritti umani dell’Onu, a Ginevra, focalizzata sull’Iraq, l’ambasciatrice dei Paesi Bassi Monique van Daalen si è rammaricata per l’aumento della violenza nelle proteste in cui sono stati uccisi almeno 700 manifestanti dall’ottobre del 2019.

Gli scontri sono peggiorati con i preparativi per le elezioni anticipate, previste per il prossimo ottobre. Più di venti tra coalizioni e partiti, molti dei quali emersi durante le proteste, hanno deciso di boicottare il voto perché il governo di Mustafa al Kadhimi non è stato in grado di mantenere la sua promessa di creare un contesto sicuro per elezioni regolari.

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Hisham al Mouzani, uno dei candidati che ha fondato un nuovo partito, ha dichiarato ai giornalisti: “Sono fuggito in esilio dopo che hanno bruciato la mia auto e hanno attaccato e incendiato la mia casa”.

Al Kadhimi ha tentato di raggiungere un accordo con i leader dei principali movimenti politici per impedire alle fazioni armate di interferire con il processo elettorale e vorrebbe anche impedire per legge l’uso di discorsi razzisti o di odio interreligioso durante i comizi e nella compagna elettorale. Ma sono proprio i partiti principali che guidano il governo, con le loro milizie, i responsabili della diffusione delle violenze.

(Traduzione di Francesco De Lellis)