Nick Hornby è un inglese tipico

20 novembre 2014 09:49
Nick Hornby.

Oggi esce Funny girl, il nuovo romanzo di Nick Hornby (Guanda, 18,50 euro, traduzione di Silvia Piraccini), così siamo andati a trovarlo. Per i lettori di Internazionale Hornby è anche una firma abituale da undici anni, grazie alla column che scrive per The Believer sui libri che legge ogni mese. Ci sembra gentile arrivare nel suo studio di Islington, a Londra, con un po’ di copie del nostro settimanale.

Uh, che bello, grazie, non lo vedevo da un sacco di tempo.

Funny girl racconta le avventure di Barbara, una giovane, bellissima provinciale che sbarca da Blackpool a Londra nei primi anni sessanta e diventa la star di una serie tv comica della Bbc. È il tuo primo romanzo chiaramente storico. Anche l’ultimo libro di Jonathan Coe, Expo 58, si svolge più o meno in quel periodo. Come mai proprio ora due popolari scrittori britannici decidono di ambientare il loro romanzo nel passato, un passato abbastanza recente ma molto diverso?

Non posso rispondere per Jonathan, ma dà da pensare, io e Jonathan siamo più o meno coetanei [Hornby è nato nel 1957, Coe nel 1961]. Forse è che quando diventi più vecchio ti rendi conto che la tua vita è anche il frutto dei genitori che hai avuto e che la tua storia dipende anche dal paese in cui sei cresciuto. Quando sei giovane sei individualista, ti piace pensare che non sei il frutto di niente tranne che di te stesso, poi cominci a vedere tutto il corso della storia che hai alle spalle.

Prima di cominciare il libro avevo letto David Kynaston, che sta scrivendo una storia sociale del Regno Unito veramente incredibile [Nick indica il volume sul tavolino davanti a noi, Austerity Britain, che va dal 1945 al 1951. Ha l’aria molto vissuta].

Questi libri hanno avuto un’influenza enorme sul mio lavoro. Quando ho letto i primi due ho pensato: voglio trovare un modo di incorporare questo tipo di osservazioni nella fiction. Un po’ l’idea mi è venuta da qui, un po’ dal lavoro che stavo facendo per il cinema e la televisione. An education [il film di Lone Scherfig che Hornby ha sceneggiato nel 2009] finisce nel 1964, e Funny girl parte da lì, in qualche modo è il secondo episodio di un progetto.

È anche un momento in cui sto scrivendo molto di giovani donne, sono già tre sceneggiature e questo romanzo. Se pensi a una giovane donna e al passato, non puoi fare a meno di osservare che loro avevano molti più ostacoli nella vita. E scrivere degli ostacoli e di come li si supera offre molti spunti sul piano narrativo.

In Funny girl ci sono anche dei personaggi che hanno ostacoli enormi e non sono donne: i due sceneggiatori, Bill e Tony, sono omosessuali. Si conoscono in carcere, dove sono finiti tutti e due perché li hanno sorpresi mentre incontravano un altro uomo. È impressionante pensare che nel Regno Unito fino al 1967 essere omosessuali era un reato.

In Italia no? Magari lo si teneva nascosto, ma tra maggiorenni non era illegale? Interessante.

È molto interessante anche la situazione di oggi: il governo del Regno Unito è conservatore, ma ha introdotto il matrimonio per le coppie omosessuali.

Dopo la Thatcher c’è stata una sorta di spostamento politico verso il centro. Tony Blair ha preso il Partito laburista a sinistra e l’ha avvicinato alla Thatcher. Deve aver pensato: “Ok, non vinceremo mai se non incorporiamo un po’ delle sue posizioni”. Poi David Cameron si è accorto che non sarebbe mai stato eletto se non avesse incorporato qualcosa delle posizioni dei laburisti. Negli ultimi vent’anni credo che dal punto di vista sociale abbiano vinto tutte le loro battaglie. Ora per chi si sente tagliato fuori c’è l’Ukip, che forse è una forza più tradizionalista.

Oggi i due partiti britannici principali non hanno posizioni identiche per la politica economica, ma sui temi sociali e dei diritti non credo che siano molto lontani. Dal 1997, quando Blair è diventato primo ministro, siamo sicuramente diventati un paese diverso.

E l’accettazione dell’omosessualità è completa. In tv ci sono continuamente persone omosessuali, e questo non è più un problema per nessuno. Penso che stia succedendo qualcosa di simile con il razzismo: nel Regno Unito ci sono idee che non sono più tollerate. E questo è incoraggiante da molti punti di vista.

Una cosa che si nota in Funny girl è che praticamente tutti i personaggi sono bianchi.

Nel periodo in cui si svolge il libro, tra il 1964 e il 1968, in un ambiente benestante non penso che avremmo mai incontrato un nero. All’epoca erano solo a Londra – a Notting Hill o nei quartieri a nord, come questo – oppure nelle Midlands occidentali, dove era arrivata la prima grande ondata d’immigrazione dai Caraibi.

Però non c’erano neri che facevano lavori da classe media: nei primi anni sessanta posti come la Bbc erano ambienti bianchi. C’è voluto molto tempo perché i neri diventassero visibili se non lavoravano negli ospedali o nel trasporto pubblico.

A scuola per me era lo stesso, nella mia classe c’erano forse uno o due neri, e all’università non erano molti di più. Ma i miei figli oggi crescono in ambienti completamente multirazziali. Ci sono scuole a Londra dove gli studenti parlano centinaia di lingue diverse. Da questo punto di vista Londra è una città stupefacente.

Anche la musica è stata fondamentale per integrare le persone di colore. Alla fine degli anni sessanta gli skinhead ascoltavano il reggae e c’era questo bizzarro incrocio di giovani bianchi che avevano idee di estrema destra ma ascoltavano musica nera. Bob Marley è diventato famoso soprattutto perché aveva conquistato il Regno Unito, era un fenomeno enorme, e il suo successo nel mondo aveva origini completamente inglesi. Blackpool era un centro del northern soul: l’Inghilterra del nord era più bianca di Londra e del sud, ma si ascoltava musica soul. Northern soul è un’etichetta molto strana, ci vuole fantasia per mettere insieme il soul e il nord dell’Inghilterra.

Northern soul, il trailer del film, 2014


Ma Blackpool era particolare anche perché stava vivendo un cambiamento radicale. È una città di mare, ma nell’Inghilterra del nord questo significa essere un posto freddo e grigio dove piove sempre. Tradizionalmente la classe lavoratrice del nord ci andava a passare una giornata, ogni tanto una settimana, per le vacanze. Poi negli anni sessanta la situazione ha cominciato a cambiare: gli aerei sono diventati un po’ più economici, così per andare al mare gli inglesi hanno scoperto il Mediterraneo, la Spagna. E Blackpool ha cominciato a morire, perché non è un posto dove la gente vuole davvero andare in vacanza, se può scegliere qualcos’altro.

Funny girl si svolge a Londra negli anni sessanta, ed è pieno di musica pop: Barbara si vede appioppare il nome d’arte Sophie Straw perché ricorda Sandie Shaw, in un locale incontra Keith Relf, il cantante degli Yardbirds, per fare la musica del telefilm arriva il giovane Jimmy Page. Mi pare che valorizzare le canzoni come parte del patrimonio storico del paese sia una cosa tipicamente britannica.

Be’, negli Stati Uniti è completamente diverso, lì non trattano la cultura popolare come un patrimonio da conservare. In fondo fanno lo stesso con le città, e la più grande musica popolare nordamericana viene spesso da città povere, città che per diventare più prospere hanno distrutto tutto. Però non ha funzionato: oggi non solo non è rimasta molta Motown a Detroit, non c’è rimasto più niente di niente.

Le città britanniche sono più antiche e sono già cambiate molte volte, non abbiamo mai dovuto ricominciare da capo. Forse è questo il punto: abbiamo l’abitudine di conservare le cose anche se sono vecchie. Le città cambiano, ma il passato è ancora dappertutto.

Con qualche eccezione: a Liverpool hanno distrutto il Cavern, dove suonavano i Beatles quando non erano ancora famosi. Volevano creare una Liverpool nuova, ma hanno perso qualcosa d’importante della Liverpool vecchia.

A Londra hanno distrutto anche il tuo stadio: a Highbury ora non ci sono più le partite dell’Arsenal, ma degli appartamenti.

Mmm… lasciamo perdere, restiamo sulla cultura pop, che è meglio. Credo che sia impossibile per noi, oggi, renderci conto di cosa sono stati gli anni sessanta, le differenze tra il 1964 e il 1968, che è il periodo in cui si svolge il mio libro. Prima c’era la tv in bianco e nero, poi era a colori. Prima c’era solo il pop da classifica, alla fine c’erano cose come i Cream, l’heavy metal. In quattro anni era come se ne fossero passati cento.

Nella cultura le cose si muovevano a una velocità davvero incredibile. E niente è mai più andato così veloce, dopo. Se pensiamo ai quattro anni tra il 2010 e il 2014 non sembra che il 2010 sia molto tempo fa, e non credo che sia solo colpa del fatto che sono invecchiato.

Che impressione ti fa la scena musicale di oggi? Ci trovi qualcosa d’interessante? Dici che non cambia più con la velocità di una volta. Ma cambia? O ripesca sempre la stessa roba?

La tecnologia va a una velocità stupefacente. E questo crea problemi di ogni tipo. Dal punto di vista culturale non è ancora chiaro che conseguenze avranno questi cambiamenti, non sappiamo che effetto avranno tra dieci, quindici anni. Ora in sostanza è tutto gratis, e questo avrà un effetto terribile. Va già abbastanza male, ma peggiorerà.

Le persone avranno sempre voglia di fare musica e di ascoltarla, ma guadagnarsi da vivere facendo il musicista è più complicato. Sappiamo che i musicisti guadagnano quasi solo con i concerti, quindi non è più una cultura della registrazione, è una cultura dell’esibizione dal vivo. Probabilmente chi ha trent’anni oggi non farà mai tanti soldi quanti ne avrebbe fatti negli anni sessanta. Le band più vecchie sono sempre le più ricche, era così già vent’anni fa perché avevano un pubblico enorme.

Ma sono tanti i settori in cui le cose cambieranno molto.

Per chi fa il mio mestiere non so proprio cosa succederà, se la gente continuerà a comprare libri, quelli di carta. È tutto interessantissimo.

Siamo vissuti in un periodo in cui gli artisti erano pagati bene, ma non è stato così lungo, un paio di secoli. Prima l’artista dipendeva da un mecenate, poi siamo diventati una società capitalistica, industriale, e improvvisamente i guadagni per gli artisti sono diventati enormi. Ora stanno tornando più bassi. Le vere, grandi star continuano a guadagnare molto, ma per chi rimane a metà classifica – per i libri come per i dischi – questo diventa un problema.

Rimane la difficoltà per trovare qualcosa di nuovo da ascoltare che ci piaccia davvero. Forse il guaio non è solo che abbiamo cinquant’anni e pensiamo che le cose erano meglio quando ne avevamo venti. Magari stanno succedendo cose fantastiche delle quali non ci rendiamo conto solo perché siamo vecchi.

Io ascolto ancora molta musica nuova. Ma mi sa che la musica nuova che ascolto io suona come musica vecchia [e qui parte con una risatona].

Puoi sempre raccontarti che vivi il tuo tempo perché ascolti le novità. Ma roba tipo Beck… oddio, Beck non è più così giovane. Ma roba tipo… Sto cercando di farmi venire in mente un gruppo veramente giovane. Mah. Comunque mi sa che se sei una band e hai una batteria, due chitarre e un cantante alla fine la tua musica suonerà sempre un po’ come quella vecchia.

Dai, ogni tanto qualche giovane bravo c’è. Gli Arctic Monkeys quando sono emersi erano giovanissimi.

Sì, appunto, e facevano musica non troppo nuova. E poi sono passati quasi dieci anni, negli anni sessanta i gruppi ne duravano al massimo cinque o sei.

Arctic Monkeys, I bet you look good on the dancefloor, 2005


Mi sa che la musica pop davvero nuova e più creativa è nella dance, l’hip-hop e cose così. E io a dir la verità queste cose non le ascolto. Non sono fatte per me e credo che sia verissimo che se avessi ventun anni oggi penserei che tu che ne hai cinquanta sei un vecchio scoreggione che non si rende conto di quanto questa musica sia innovativa.

Però credo che la musica pop non possa più avere la stessa forza trainante per un grande cambiamento culturale, perché il business è diventato rapidissimo ad arrivare e prendersi quel che gli pare che funzioni. È diventato molto complicato essere veramente underground. Quando ero un ventenne la musica che mi piaceva passava molto poco alla radio, i giornali non ne parlavano. Il New Musical Express sì, ma c’era solo quello. Ora se sei una band nuova finisci sui mezzi di comunicazione seri, c’è il Guardian che è subito pronto a parlare di te, finisci in tv molto molto in fretta, ovviamente sei istantaneamente alla radio e c’è un milione di radio, e c’è Spotify. È più democratico: se leggo di qualcosa che non conosco su qualche sito posso sentirmelo subito, non devo andare in un negozio di dischi e chiedere il disco a un tizio inquietante che ha trent’anni meno di me.

Mi ricordo che quando avevo tipo 38 anni stavo scoprendo la musica nera, la dance music, e andavo a cercarla in dei postacci a Finsbury park, e il commesso mi guardava perplesso: “Ma chi è questo, che ci fa qui?”. Ora chi mi passa la musica non sa che ho 57 anni perché non me lo chiede, è una macchina. Non mi chiede niente, me la mette in casa e io posso semplicemente ascoltarmela, bello comodo in poltrona.

Nel libro c’è un cattivo: Vernon Whitfield, un insopportabile critico snob della Bbc3. È particolarmente irritato con la Penguin, che si era inventata i libri tascabili a poco prezzo e che secondo lui svalutava l’arte: prima per un libro si doveva andare in libreria, con i tascabili lo trovavi al supermercato. L’estate scorsa Amazon, nella sua polemica con Hachette, è tornata sull’argomento. Amazon sostiene che gli ebook democratizzano la lettura come i tascabili cinquant’anni fa. Certo, sono diversi. Tu li leggi gli ebook?

Mmm… di solito no. Certo, se parto per un tour promozionale negli Stati Uniti è bellissimo potermi portare dietro sette o otto libri su un piccolo apparecchietto. Ma nella vita di tutti i giorni non sono stato capace di trasferirmi dal libro fisico all’ebook. Quella sensazione di un testo che continua, continua, continua senza sosta mi disorienta. A me piace avere una pagina a sinistra e una a destra, se devo cercare un passaggio preciso lo trovo visualizzandolo: “Era a sinistra, più o meno alla fine della pagina”. Con un ebook questo è impossibile.

Però non credo che ai miei figli dia fastidio. In realtà non leggono proprio nessun libro, è durissima convincerli, ma della carta non gliene frega niente, probabilmente se possono scegliere preferiscono uno schermo.

Per me il problema di Amazon è che vuole semplicemente schiacciare tutti. E questo è molto diverso da quel che aveva fatto Penguin negli anni cinquanta. Penguin voleva rendere la letteratura disponibile a un pubblico più ampio, Amazon vuole solo fare più soldi che può, e magari distruggere tutti gli altri. Per quel che ne capisco io non hanno le stesse motivazioni.

Pensi mai a chi leggerà un tuo libro, quando lo scrivi? Hai un pubblico in mente? Per me libri come Febbre a 90° o Alta fedeltà sono stati esperienze speciali: ero io! Raccontavi la mia vita! E avevo 25 anni. Se tu valutassi i lettori come se fossi un’azienda, io ero il tuo target perfetto. Pensi mai, più o meno coscientemente, a scrivere qualcosa che piaccia a lettori di un’età o di un’altra, o di un genere, o di una certa fascia sociale?

No. Anche con Febbre a 90° o Alta fedeltà pensavo a quel che sapevo del mondo dei tifosi o degli appassionati di musica, e che forse a qualcuno avrebbe fatto piacere leggere le mie storie. Magari le condivideva, magari non ne sapeva niente, non ci pensavo proprio. Per me il mondo è tutto abbastanza interessante da farmi venire voglia di provare a raccontare com’è.

So poche cose quando scrivo un libro. So che dev’essere divertente e che deve significare qualcosa per me, e più o meno immagino che tipo di gente lo leggerà. Ma più lunga è la tua carriera e più ti rendi conto che nel tuo pubblico ci sono i giovani e i meno giovani, uomini e donne, non sai mai per chi stai scrivendo.

Quando vado a firmare le copie in Italia o negli Stati Uniti ci sono ragazzi che vengono a farsi firmare Alta fedeltà, e quando è uscito avevano cinque anni. Chissà che fine hanno fatto quelli per i quali pensavo di scriverlo allora, forse comprano ancora i miei libri, forse no. È un panorama troppo fluido per essermi utile.

Quello che so è che le prime tre persone che leggono un mio libro sono mia moglie, il mio editor e il mio agente. Mi sa che se penso a qualcuno quando scrivo penso a loro, e a nessun altro. So che un mucchio di gente non lo leggerà, ok, va bene così.

La tua carriera di scrittore è cominciata con tre libri di grandissimo successo. Non ti senti sotto pressione al momento di scriverne un altro? È difficile che lasci il segno come quelli. È un po’ il problema di Ridley Scott: comincia a fare il regista e sforna I duellanti, Alien e Blade runner. Secondo me si sarà chiesto: e ora? Un altro Alien non mi verrà mai più!

Quello che è successo ai miei primi due libri è qualcosa che non si può ripetere. Mi è andata bene e hanno cominciato a significare di più di quel che erano in realtà. Mettersi all’inseguimento di qualcosa di simile in ogni libro è impossibile.

Per me il libro più importante della mia carriera resta Un ragazzo, perché per la prima volta era solo un libro. Un vero romanzo. Era il romanzo che volevo scrivere, mi è venuto bene, ed è andato benissimo. Così dopo mi sono detto ok, ho trovato un mestiere che posso fare finché campo: scrivere romanzi. Non sono costretto a farli diventare qualcosa che fa dire a tutti “questa è la mia vita!”, come te vent’anni fa. Per Un ragazzo mi sentivo molto sotto pressione, e quando ha avuto successo per me la pressione è sparita. Da lì in poi il mio obiettivo è diventato solo continuare a scrivere ed essere in grado di sostenere la mia famiglia.

E poi ci sono i film. Ho scritto sceneggiature che sono andate bene, o stanno per uscire, e anche quello è importante: quello di sceneggiatore è un altro lavoro che posso fare, perché serve solo la scrittura. A un film non importa cosa si aspetta chi va a vederlo, o cosa ci vede dentro per conto suo.

La prima sceneggiatura non tratta da un libro tuo l’hai scritta per An education, il tuo primo lavoro con una protagonista femminile.

Poi ne ho scritta un’altra, per Wild, che esce in questi giorni. Il terzo film sarà Brooklyn, un adattamento del romanzo di Colm Tóibín che dovrebbe essere pronto entro il 2015. E sono tutti e tre storie di giovani donne.

Vorresti scrivere una serie tv? In fondo Funny girl parla anche di questo.

Be’ sì, in questo momento sto anche lavorando su una serie per la tv, e sono reduce da una lunga, difficile storia con la Hbo, è andata avanti per un paio d’anni. Gli avevo preparato il soggetto originale per una serie. Non è andata bene. Io amo la tv, mi piace la forma della tv, quindi certo, spero di lavorarci.

L’esperienza con la Hbo è stata istruttiva perché loro hanno cominciato a mettere sotto contratto degli scrittori. So di nove, dieci persone: io, Dave Eggers, Zadie Smith, Michael Chabon, Zoë Heller… La Hbo ha comprato soggetti per delle serie da tutta questa gente, ma alla fine non ne hanno fatta neanche una [Hornby lo dice con un ghigno soddisfatto]. È che la scrittura è la parte che costa poco, quello che costa un sacco è produrre tutta la serie.

Qualcuno ha scritto che se Dostoevskij fosse vivo avrebbe scritto per The wire.

Penso che si sarebbe inventato qualcosa come The wire da solo! Mi sa che non gli avrebbe fatto piacere avere un capo come David Simon, che è il padre di The wire. Se l’avessero offerto a Dostoevskij, lui avrebbe detto “Ok, ora faccio anch’io qualcosa del genere, MA LO FACCIO MEGLIO!”. Comunque è vero, la serie tv è la forma di narrativa lunga culturalmente più rilevante del nostro tempo, e lo scrittore è veramente il re. Non come nei film.

Funny girl è anche un bel racconto di com’era la tv britannica negli anni sessanta.

Per i due sceneggiatori del libro mi sono ispirato a due persone vere, Ray Galton e Alan Simpson, che negli anni sessanta avevano fatto degli episodi per Comedy playhouse, lo stesso programma di Barbara (e Jim), la serie di Funny girl. Erano dei veri geni, scrivevano come Harold Pinter. Ma lo facevano per il pubblico della tv mainstream e facevano ridere, avevano un talento enorme. C’erano un po’ di coppie di scrittori splendide nella tv britannica di allora, altri due erano Dick Clement e Ian La Frenais, che scrivevano la sitcom The likely lads. Tutti questi programmi avevano un’influenza enorme sul paese. Poi li hanno rifatti negli Stati Uniti o in Germania, ma non era la stessa cosa.

Nella nostra tv passavano cose veramente importanti. E poi c’era roba che se la vedessimo ora non potremmo crederci. Era tutto entertainment: c’erano cose moderne e cose che sembravano vecchie di un secolo già allora, era come se nell’ottocento avessero avuto le telecamere!

Ma c’erano anche cose decenti che facevano davvero ridere, come il tuo Barbara (e Jim)? C’erano attrici comiche? O le donne servivano solo per far vedere un po’ le cosce e far partire i doppi sensi? C’è mai stato un Lucy ed io inglese?

Ecco, questa è stata proprio una delle idee che mi hanno fatto venire voglia di scrivere Funny girl. Ho letto una biografia di Lucille Ball e mi sono chiesto: “Perché non abbiamo fatto noi Lucy ed io? Perché non abbiamo mai avuto una Lucille Ball?”. Se l’avessimo avuta, forse la storia delle attrici comiche nel Regno Unito sarebbe stata diversa. Non è fantascienza immaginarsi una presenza del genere anche qui, invece non c’è stato niente di simile. Mi è piaciuto immaginare il mio paese alle prese con una donna così.

Lucille Ball, episodi di Lucy ed io, anni cinquanta.


Le parti che toccavano alle attrici comiche in televisione di solito erano tipo quelle del Benny Hill show. Anche i Monty Python erano tutti maschi, se spuntava una donna giovane di solito era in bikini.

Sei andato a vedere il loro nuovo spettacolo?

Da una decina d’anni ogni spettacolo dal vivo in Inghilterra diventa un grande evento. C’è una voglia immensa di concerti, di commedie, e ci vanno i giovani, ci vanno i vecchi, ci vanno tutti. Così mi sa che c’è stato qualcuno sveglio abbastanza da pensare che una reunion dei Monty Python avrebbe portato un mucchio di soldi a un sacco di gente. Buon per loro.

Io non ho avuto nessuna voglia di andarci, come non sono andato a vedere i Rolling Stones. Sono delle grandi star e il loro contributo alla storia dello spettacolo britannico è stato incredibile, ma questo non significa che oggi mi vada di comprare un biglietto per il loro show.

A proposito di star, tu sei una star di Internazionale.

Già! La rubrica dei libri!

C’è una curiosità che mi porto dietro da anni, se vuoi poi nell’intervista questo non ce lo scrivo, ma tu leggi davvero tutti quei libri? Tutti dall’inizio alla fine?

Non ho mai detto una bugia, sono un narratore molto affidabile, almeno quando parlo di un libro. Se è nei “libri letti” vuol dire l’ho letto. In periodi come questo per me è difficile leggere tanto e scrivere la rubrica, è un po’ che non lo faccio. Peccato, perché scriverla mi piace molto. E mi ha aiutato a diventare un lettore migliore, più concentrato. Quando mi capita di prendermi una pausetta entro subito nel panico: “Sono un cattivo lettore, sono un lettore indisciplinato, devo ricominciare subito con la rubrica!”.

Di questi tempi ero fermo perché stavo finendo il libro e Wild, e intanto The Believer ha deciso di diventare un bimestrale, quindi ho ancora un po’ di tempo libero. Spero di tornare a gennaio.

Leggi molto, ma sempre cose scritte in inglese. In tanti anni della rubrica i libri di scrittori tradotti sono stati pochi. Due anni fa avevi letto Allodola di Dezső Kosztolányi

…e non era andata benissimo! No, però è vero, non ho scuse, sono tremendo. A mia difesa – è l’unica che ho – posso dire che sono il tipico lettore madrelingua inglese. Da noi i libri tradotti sono pochi, e non abbiamo idea di cosa c’è d’importante all’estero. Ogni tanto qualcosa passa e diventa un caso letterario. Magari anziché un premio Nobel è Uomini che odiano le donne, ma è sempre un fatto straordinario. Qui negli ultimi mesi tutti parlavano di Karl Ove Knausgård – almeno, ne parlavano tutti gli scrittori e i lettori molto seri. Ho appena cominciato a leggere Elena Ferrante, le sta succedendo un po’ quel che è successo a Knausgård l’anno scorso, se ne parla molto.

Però in fin dei conti è vero, leggo pochissimi libri tradotti, non ho scuse e me ne vergogno. Il grande problema è che non so esprimere un giudizio su un libro straniero. Per voi continentali è più automatico, siete abituati: vedete i film doppiati e se volete leggere letteratura popolare dovete leggere libri tradotti. Ma noi se qualcosa è tradotto pensiamo subito che sia arte, roba seria, per intellettuali, e nel 99,9 per cento dei casi è davvero così, al cinema come nella narrativa.

Uomini che odiano le donne non è arte, ma è comunque uno di quei fenomeni che dalle nostre parti capitano una volta ogni dieci anni. Mentre in Italia, in Germania, in Spagna, in Francia se volete leggere Harry Potter, volete sentire i Beatles o conoscere qualche altro grande fenomeno di cultura pop dovete rassegnarvi al fatto che non è nella vostra lingua. Noi siamo viziati e fortunati, e possiamo permetterci di essere pigri.

Una traduzione che dovrebbe starti a cuore è quella dei tuoi libri. Ti sei inventato qualche sistema per controllare che vada tutto bene quando il tuo lavoro cambia lingua? Kubrick aveva un assistente, sceglieva anche i doppiatori. Tu niente?

Be’, se c’è qualcosa che non va bene di solito arriva qualcuno tipo te e me lo dice. Ogni tanto capita che un editore faccia rifare completamente una traduzione, ma non ho mai avuto davvero grossi problemi. Meno male, perché il fatto che non sono in grado di capire se il mio libro funziona bene anche in italiano o in francese è frustrante. Però una cosa che ho capito è che controllare questo tipo di questioni è un lavoro, così devi decidere se vuoi proprio occuparti di tutto quel che succede al tuo libro, o al film, o all’audiolibro, o su internet. Io preferisco scrivere qualcosa di nuovo che essere preoccupato per qualcosa di vecchio.

Però nel titolo uno zampino ce lo metto. Funny girl non l’ho scelto io, ci sono state discussioni infinite con l’editore, poi è spuntato uno che ha detto “ma che ve ne pare di Funny girl?” e ci ha messo tutti d’accordo, è sfrontato e leggero. Fever pitch l’ha scelto il mio primo editor, High fidelity qualcuno nella casa editrice, About a boy l’ho scelto io, How to be good pure. Il titolo Funny girl ha anche un lato pop – ancora! – perché per molti fa pensare a Barbra Streisand. Magari questo aiuterà il libro, magari no, chi lo sa. In fondo About a boy era un gioco con una canzone dei Nirvana, High fidelity era una canzone di Elvis Costello…

Mamma mia, si perde il conto di quanti libri esistono con il titolo che è una canzone di Elvis Costello.

È colpa sua, ne ha scritte tantissime!

Le leggi le critiche dei tuoi lavori?

No, non leggo niente. Preferisco avere critiche positive che negative, tutto qua. È un’altra di quelle cose delle quali ti rendi conto quando lavori da un po’ di tempo: il pubblico si dimentica di quel che ha visto o ha letto, un libro e un film hanno una vita autonoma oppure non ce l’hanno, e quello che ne dice qualcun altro tutto sommato non conta niente.

Se pensassi che leggere le critiche potrebbe insegnarmi qualcosa forse le leggerei. Ma, sia detto con rispetto per tutti i critici, di solito una recensione comincia con un riassunto della mia carriera, perché quando uno lavora da vent’anni è inevitabile, poi c’è la trama del libro e infine un modo più o meno articolato per dire “è bello” o “è brutto”. Non è particolarmente interessante da leggere, almeno per me. Anche perché ci scappa sempre qualcosa d’irritante, anche nelle critiche positive. Meglio non saperne nulla.

Una domanda scema: come si vive da persona famosa?

È qualcosa che si manifesta molto poco nella mia vita di tutti i giorni, che consiste nell’uscire di casa, venire qui in studio a piedi e scrivere. Non devo pagare nessuno perché si prenda cura di me o mi gestisca gli impegni. Ci sono gli agenti letterari, ma non gli parlo molto spesso. Poi ogni tre o quattro anni esce un libro e vado qua e là, la gente viene a sentirmi e penso: “Ah già, m’ero dimenticato che c’è un pubblico a cui importa davvero di me e di quel che faccio”.

Ma non ha un ruolo importante nella mia vita. Ogni tanto per strada o in un negozio mi accorgo che qualcuno mi ha riconosciuto, ma gli appassionati di libri sono gente diversa da quelli della musica o del cinema, non parlano molto.

Un’ultima domanda, che in realtà è per me. Dove mi consigli di andare a cercare qualche disco?

Credo che una delle zone di Londra dove è più interessante fare un giretto è Shoreditch, qui vicino: i negozi, i locali, i bar, un po’ tutto. Per i dischi nuovi c’è Rough Trade East. Per quelli usati c’è Sister Ray. Solo musica pop.

Niente classica, eh? So che a te non interessa molto.

La musica classica no, ma recentemente mi è andata bene con il jazz. Ho cominciato perché mentre leggevo Kynaston volevo scoprire un po’ del jazz di cui parlava. Però sono partito troppo avanti, da cose degli anni settanta tipo David Murray, ed era veramente difficilissimo. Così mi sono detto: perché cominciare da qui? Perché non parto dagli anni cinquanta? E arrivando da Murray era veramente facile ascoltare cose come Art Blakey o Horace Silver. C’era una melodia, qualcosa che potevo fischiettare. Ci sono ancora cose che non mi viene davvero voglia di sentire, ma del periodo diciamo dal 1955 al 1965 ho scoperto che mi piace praticamente tutto.

David Murray, Flowers for Albert, 1976


Alberto Notarbartolo è vicedirettore di Internazionale.

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