19 settembre 2015 11:50

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. (La luna e i falò, Cesare Pavese)

A Valle Piola non abita più nessuno. Il paese è un agglomerato di case, con una chiesa e un mulino nel parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, si trova a più di mille metri, sul monte Farina. L’ultima famiglia di residenti ha lasciato il borgo nel 1977 e da allora le case, i fontanili, le strade, il campanile sono stati lasciati soli in compagnia dell’abbandono.

La vegetazione si è riappropriata lentamente delle costruzioni e i muretti fatti di pietre hanno cominciato a cedere. La chiesa è tenuta in piedi da uno scheletro di tubi Innocenti, gli affreschi sono scrostati. I santi, ritratti sul soffitto della chiesa, ormai sono sbiaditi e mostrano il loro fondo di calce.

Il paese di quindici case si trova in una conca e si nasconde alla vista fino a quando si arriva molto vicini all’abitato. Si raggiunge attraverso una strada sterrata che si perde nella montagna e poi diventa una mulattiera. I tetti sono dello stesso colore degli alberi e le case sembrano lucertole che si mimetizzano con la natura che le circonda.

“Una volta c’erano due mulini che macinavano il grano a Valle Piola. Gli abitanti del posto vivevano di quello che producevano: formaggio, legumi, farro, patate”, spiega Romina D’Andrea che oggi lavora per la pro loco di Torricella Sicura e gestisce un piccolo rifugio restaurato da poco nel paese disabitato.

“Gli abitanti di Valle Piola parlavano un dialetto diverso da quello di ogni altro paese della zona, quelli dei paesi vicini non li capivano, era un dialetto di origine longobarda”, racconta. D’inverno il borgo rimaneva isolato, era difficile con la neve raggiungerlo attraverso l’unica mulattiera. “Abbiamo conosciuto la maestra di Valle Piola che si era trasferita quassù perché era impossibile viaggiare ogni giorno. Di mattina insegnava ai bambini e di sera agli adulti, che erano analfabeti”.

Il paese è stato un rifugio per i briganti e per i contrabbandieri grazie al suo isolamento

Nei fine settimana, da maggio a ottobre, Romina viene a Valle Piola per offrire un pasto caldo e un punto di sosta a qualche turista che decide di scoprire questo scorcio di parco.

Nell’unico edificio del paese, restaurato nel luglio del 2014 con i fondi pubblici, ci mostra una delle particolarità architettoniche di Valle Piola: un balcone di legno di epoca longobarda, il gafio, testimonianza del passaggio in queste zone della popolazione germanica.

Gli edifici di Valle Piola sono dell’ottocento, ma il primo documento che attesta l’esistenza del borgo è del 1059. Nei secoli il paese è stato un rifugio per i briganti e per i contrabbandieri, grazie al suo isolamento. E durante la seconda guerra mondiale ha nascosto un gruppo di partigiani. Ma poi, dopo la guerra, è cominciato lo spopolamento, come in migliaia di paesi dell’Appennino centrale. I giovani si sono spostati verso le città e i centri più grandi attirati dal lavoro e dalle fabbriche, e hanno abbandonato la pastorizia e le colture tipiche delle zone di montagna.

“Gli atti vandalici avevano ridotto questo posto proprio male. C’è voluto del coraggio per aprirlo di nuovo. Non avevamo soldi per rimettere a posto il rifugio e così abbiamo chiesto aiuto agli amici. Qui tutto, ogni singola sedia ha una storia, è il regalo di qualcuno”, racconta Romina mentre sistema la carne sulla brace nell’unico grande camino.”Noi siamo legati a Valle Piola perché venivamo qui da bambini con i nostri genitori a fare passeggiate, e quando passeggiavamo da queste parti sentivamo la presenza dei vecchi abitanti, delle loro storie”, racconta. “Ci immaginavamo come dovesse essere vivere in queste vecchie case isolate da tutto”.

Romina nella vita fa la commessa, è sposata, ha dei figli, anche se è giovane. Per lei ritornare a Valle Piola, occuparsene, è un modo per fare i conti con la sua identità, cercare tra le mura diroccate il senso del movimento dei suoi antenati che hanno deciso di scendere a valle, verso le strade, verso le città, verso il mare, in cerca di risorse e di ricchezza.

Come ha spiegato Vito Teti nel suo libro Il senso dei luoghi. Memoria e storia dei paesi abbandonati:

L’abbandono segna la fine di un paese, ma comporta in genere la nascita di uno o più paesi nuovi. […] Le rovine, i resti, i ruderi alludono quasi sempre a una costruzione, a una rinascita altrove. Anche per queste ragioni la rovina si consegna come segno di vita, come materiale e simbolo necessari per una costruzione problematica dell’identità dei luoghi”.

Spesso per ogni paese abbandonato, c’è un paese nuovo più a valle, un paese più facile da raggiungere o al riparo da intemperie e calamità naturali, dove gli abitanti dell’antico borgo si sono trasferiti.

Il paese vecchio e quello nuovo restano legati, non fosse altro che nella testa e nei discorsi delle persone. Così gli abitanti di Torricella Sicura tornano spesso a visitare quello che si sono lasciati alle spalle, ripropongono le tradizioni locali, organizzano feste tra le mura diroccate di Valle Piola in nome di un folclore non necessariamente filologico, che li aiuta a fare i conti con la nostalgia. Scrive ancora Teti:

Le porte aperte incutono rispetto, si fatica a entrare in case dove ancora aleggia la vita, dove le persone sembrano essersi allontanate solo per un attimo. Senti come aggirarsi gli spiriti dei defunti. Le porte chiuse con le tavole inchiodate ti danno la sensazione di un possibile ritorno dei proprietari delle case. Vedi la natura che lentamente trionfa nella forma di una pianta di fico, e le costruzioni che lentamente cedono, ma i giochi non sono ancora fatti. Basterebbe un rinsavimento di qualcuno e quelle case tornerebbero abitabili”. (Il senso dei luoghi. Memoria e storia dei paesi abbandonati)

A Romina e altri ragazzi della pro loco mancano i fondi per far rinascere Valle Piola. Così l’amministrazione comunale di Torricella Sicura (proprietaria di tre immobili) e un privato, che possiede la maggior parte degli edifici del borgo, hanno deciso di mettere in vendita il paese per 550mila euro. Un intero paese medioevale nella provincia di Teramo in vendita su internet, allo stesso prezzo di un appartamento di media grandezza in città.

Fabio Pisi Vitagliano fa parte del gruppo Valle Piola rebirth team, una squadra di quattro persone che stanno provando a vendere il borgo. “Abbiamo stimato che il restauro di Valle Piola costerà circa cinque milioni e mezzo di euro. La difficoltà più grossa è l’isolamento del paese che si trova in cima a una montagna”, spiega. Tuttavia il gruppo ha ricevuto delle proposte da diversi investitori, soprattutto stranieri.

Santo Stefano di Sessanio, luglio 2014. (Bruno Zanzottera, Parallelozero)

“Abbiamo ricevuto diverse proposte, ognuna con la sua idea di recupero: chi vuole farci un albergo diffuso sulla falsa riga del paese più vicino, Santo Stefano di Sessanio, o dei più famosi come Alberobello e Matera. Un altro gruppo ha proposto di realizzare un centro di riabilitazione per atleti. E c’è chi vorrebbe recuperare Valle Piola per farne un ecovillaggio. Questa è l’idea di un potenziale investitore francese”.

La proposta di un ecovillaggio è quella che convince di più Pisi Vitagliano e gli altri perché consentirebbe di conservare anche lo spirito del luogo, con le sue tradizioni e il suo rapporto speciale con la natura. Ma gli abitanti del posto sono spaventati dall’idea. La costruzione di un ecovillaggio implicherebbe delle scelte radicali: materiali non inquinanti o di recupero per il restauro, sobrietà negli allestimenti e negli arredi, il ritorno a una forma di autosufficienza e la rinuncia alla tecnologia.

Romina D’Andrea è scettica: “Ho parlato a lungo con l’investitore che ha in mente il progetto, è venuto a stare al rifugio per lunghi periodi. Ormai è un amico. Il suo progetto però è un po’ troppo radicale, rinunciare del tutto a certe comodità non ha senso”.

Uno strano destino è toccato ad alcuni di questi paesi italiani: abbandonati nel novecento a causa dell’inurbamento delle masse contadine, da qualche anno sono stati presi di mira da cittadini nostalgici, gruppi di neohippie che ne vogliono fare un rifugio, dove stare al riparo dalla modernità.

La tutela del patrimonio storico minore

Secondo una ricerca condotta nel 2012 dall’urbanista Luca di Figlia dell’università di Firenze, almeno 186 paesi italiani sono completamente abbandonati. “Lo spopolamento dell’Appennino centrale è cominciato negli anni venti del novecento e poi si è intensificato dopo la seconda guerra mondiale”, spiega Pierluigi Magistri, professore all’università Tor Vergata di Roma.

Le ho viste tutte, le mie belle addormentate. Le ho viste spegnersi lentamente, oppure già rassegnate, o anche orgogliose e vive dibattersi come pesci nella rete. L’Italia abbandonata è il rovescio della medaglia, una cartina turistica letta al contrario. Non è solo montagna, dissanguata dalla natalità zero e dall’emigrazione. È anche pianura, o persino isole. È l’Italia perduta, messa ai margini della storia, punita dalle istituzioni, occultata dai navigatori satellitari, non coperta dalla rete dei cellulari, ignorata dal wifi. Città e contrade senza più abitanti, di colpo svestite da chi le ha vissute spesso per secoli. Perché a valle c’era più lavoro, o perché i vecchi non lasciavano eredi, ma soprattutto perché tutto frana in questo povero stivale. Terremoti, smottamenti, alluvioni, ma anche soltanto un po’ di pioggia. È di questo Belpaese estinto che voglio tornare a parlare, perché le città-fantasma sono tante cose: un soggetto antropologico, una bizzarra guida turistica, un cahiers de doléances, un atto d’amore. (Le belle addormentate, Antonio Mocciola).

“Dalle aree interne dell’Abruzzo migliaia di persone si sono spostate verso la costa e verso le città come Roma, ma anche verso i paesi del Nordamerica e del Nordeuropa”. Secondo alcune stime, circa un milione e duecentomila abruzzesi hanno lasciato la regione dal 1861 a oggi. Da qualche anno però in molti si sono messi in testa di rilanciare il patrimonio storico minore italiano, perché nel fondo dell’abbandono hanno visto un’idea di sviluppo per il paese.

In Italia abbiamo sempre tutelato le glorie dei papi, le glorie dei Cesari e non abbiamo tutelato queste glorie minori

L’ideologo del recupero dei borghi abbandonati e di quello che è definito “tutela del patrimonio storico minore” è l’imprenditore milanese di origine svedese Daniele Kihlgren. A Santo Stefano di Sessanio, un paese adagiato su una collina, circondato da campi di lenticchie, arrivano oggi più di diecimila visitatori all’anno, per metà stranieri, mentre prima del 2005, quando è partito il progetto di recupero di Kilhgren, vivevano nel borgo circa venti persone.

“Sono arrivato a Santo Stefano di Sessanio per caso, nell’anno del signore 1998. Anche se era un luogo che stavo cercando da tanto tempo, perché l’Italia è piena di questi borghi storici, spesso rimasti in piedi proprio grazie all’abbandono”, racconta Daniele Kihlgren. L’imprenditore ha dedicato la sua vita al recupero dei borghi e della cultura contadina e pastorale che li ha creati.

Kihlgren è sicuro che oggi questi paesi “possano essere un grande motore dell’economia locale, oltre che essere meta di turismo”. Per questo ha investito nella creazione di uno dei primi alberghi diffusi in Italia a Santo Stefano di Sessanio. “Questi luoghi storici della marginalità e dell’abbandono possono proporsi per un turismo che ha sempre più fame dell’Italia autentica”, afferma.

Kihlgren ha scelto di recuperare Santo Stefano perché nel paese, a differenza che altrove in Italia, si è conservato un rapporto integro tra il borgo e il paesaggio circostante, non sono stati costruiti nuovi palazzi ed edifici intorno al vecchio abitato, non c’è traccia del ventesimo secolo.

L’imprenditore milanese è convinto che proprio l’isolamento abbia preservato queste località dalla cementificazione e dalla speculazione edilizia. Per questo oggi può essere lanciato un messaggio di riscoperta, ma anche di tutela.

Una sfida difficile

“Il paesaggio è praticamente identico a quello di trecento anni fa, questo è il valore aggiunto di Santo Stefano di Sessanio. La sua capacità di seduzione. È il portato della povertà, dell’emigrazione, delle storie tragiche delle popolazioni di queste terre che ci hanno restituito un paesaggio intatto. Oggi, e da dieci anni a questa parte, la sfida è quella di far entrare la tutela del paesaggio nei programmi della politica”. In Italia, continua Kihlgren, “abbiamo sempre tutelato le glorie dei papi, le glorie dei Cesari e a mio avviso non abbiamo tutelato queste glorie minori, il patrimonio storico minore, estremamente suggestivo”.

Santo Stefano di Sessanio, luglio 2014. (Bruno Zanzottera, Parallelozero)

Daniele Kihlgren ha affidato al museo delle genti d’Abruzzo di Pescara e in particolare all’antropologa Nunzia Taraschi una ricerca etnografica approfondita sugli usi e costumi del paese abruzzese. “Siamo partiti dalle foto degli interni delle case abruzzesi degli anni trenta, e poi abbiamo condotto una ricerca anche sulle culture materiali come il cibo e l’artigianato domestico intervistando agli anziani”.

Secondo Kihlgren, in molti paesi recuperati dell’Italia rurale e montana si costruisce una cultura mistificata del posto: “Vanno di moda il finto medioevo o il fantasy: streghe, gnomi, fatine. Una mistificazione dell’immaginario collettivo che si estende a questi luoghi abbandonati”. Per Kihlgren, invece, è necessario un lavoro approfondito e storiografico di riscoperta dei luoghi.

Un progetto culturale, articolato e portato alle sue estreme conseguenze, ha permesso il recupero del borgo, ma anche lo sviluppo economico del territorio. Dal 2005 a oggi a Santo Stefano di Sessanio sono sorti, sulla scia dell’albergo diffuso di Kihlgren, circa venti alberghi.

L’antropologa Nunzia Taraschi racconta che il progetto di Santo Stefano è del tutto sperimentale: “Per la prima volta una ricerca etnografica non porta solo alla pubblicazione di un articolo o alla realizzazione di un museo, ma serve d’ispirazione per un progetto di restauro di un intero borgo”. È stata, continua Taraschi, “una sfida difficile, ma molto bella, perché abbiamo visto rinascere il borgo e l’economia locale. Gli abitanti hanno avuto la possibilità di poter investire qui e di non essere costretti a immaginarsi un futuro altrove”, afferma Nunzia.

Il lavoro di restauro è stato ovviamente anche un lavoro di salvaguardia, così quando il paese è stato colpito dal terremoto nel 2009, gli edifici restaurati hanno in gran parte retto alla scossa che, invece, ha distrutto centinaia di abitazioni nella stessa zona.

Una bellezza a cui non ci si abitua

A pochi chilometri da Santo Stefano di Sessanio c’è Rocca Calascio. Un tempo era una specie di capitale della pastorizia abruzzese: passavano da questo crinale le greggi di pecore e i loro pastori che sul finire dell’estate intraprendevano i tratturi, strade larghe undici metri, che collegavano Campo Imperatore con il Tavoliere delle Puglie, in cerca di pascoli per gli armenti e di un inverno più mite. Per poi fare il percorso inverso in primavera.

Di settembre allor verso la fine / lassù nel nostro Campo Imperatore / sull’alte vette, e pur sulle colline / vi scende della neve il bel candore / bianche le valli ed il piano di brine / ti punge il freddo le greggi e il pastore / non vi ponno più stare senza ripari / a partire convien che si prepari”. (Francesco Giuliani, pastore e poeta di Castel del Monte)

La torre fortificata domina l’altopiano di Navelli: distese morbide di lenticchie, zafferano e patate. È una fortificazione sobria e altera di pietre bianche, che si staglia su uno sperone di roccia a 1.460 metri d’altezza. Nelle giornate senza foschia dalla rocca si arriva a vedere l’Adriatico, a ovest il monte Sirente e il Velino, a nord il Gran Sasso e Campo Imperatore, a sud la piana di Navelli.

Un tempo gli abitanti del posto vivevano della vendita della lana e dei formaggi, ma con la crisi della pastorizia anche a Rocca Calascio è toccata la sorte dell’abbandono. Centinaia di persone sono partite da questo borgo, tra i più belli d’Italia, per cercare lavoro in Nordamerica, nelle miniere del Belgio e nelle fabbriche svizzere e tedesche.

Rocca Calascio, luglio 2014. (Bruno Zanzottera, Parallelozero)

La torre fortificata di Rocca Calascio è rimasta una cartolina per gli amanti dei paesaggi spogli e ocra dell’Appennino. Negli anni ottanta è stata riprodotta anche in una serie di francobolli da cinquanta lire dedicata ai castelli d’Italia ed è stata usata come scenografia per alcuni film come Francesco, Il nome della rosa, Lady Hawke e The american. Malgrado la sua rara e raffinata bellezza, fino alla fine degli anni novanta del novecento il borgo è stato lasciato nell’incuria.

A Campo Imperatore i pastori sono rimasti in pochi e la transumanza passa ormai dall’autostrada. I pastori non sono italiani, la maggior parte di loro ha origini macedoni, alcuni non parlano italiano e chi lo parla ha acquisito un fortissimo accento foggiano.

La maggior parte dell’anno, infatti, vivono in Puglia, poi a maggio fanno la transumanza con i camion, caricano pecore, cavalli e mucche sui loro mezzi e li portano a Campo Imperatore dove li tengono fino a ottobre. La vita del pastore non è cambiata molto rispetto al passato: si dorme in stazzi di cemento in alta quota, ci si sveglia presto, prima che sorga il sole, si accudiscono le bestie, ci si difende da lupi e predatori. Ma non si fa più il pellegrinaggio a Santa Maria della Pietà, una chiesetta ottagonale edificata vicino alla Rocca di Calascio, sul sentiero che porta a Santo Stefano di Sessanio.

La domenica però nella casa di cemento del pastore, vicino al lago Racollo, uno specchio d’acqua in cui si abbeverano le bestie sulla piana di Campo Imperatore, arrivano coppie in motocicletta, famigliole in macchina, turisti incuriositi dal cartello che sulla strada indica “Vendesi formaggi”.

Gli avventori chiedono al pastore di vedere l’esposizione di caciocavalli e di pecorini. Allora il pastore macedone, con la pelle scottata dal sole, apre la porta della stanza in cui sono messi a stagionare i formaggi, come in una solenne liturgia. E lì svela i suoi tesori: tutti ordinati, in fila. Sopra i formaggi più freschi, sotto gli stagionati. Chi è fortunato trova il pastore mentre impasta il formaggio, ne taglia dei pezzi che poi modella con le mani come fossero vasi di ceramica su un tornio. Tutti se ne vanno con un bottino tra le mani. Qualcuno ritorna. Qualcuno decide di restare.

Susanna Salvati e la sua famiglia hanno scoperto Rocca Calascio per caso, passeggiando per l’Appennino e si sono innamorati della bellezza del posto, “una bellezza a cui non ci si abitua”.

“Abbiamo scoperto Rocca Calascio tornando da una gita invernale, un gennaio, di pomeriggio, con il brutto tempo, in un momento in cui la Rocca non era nemmeno particolarmente accogliente”, racconta Salvati. “La Rocca era in una condizione terribile. Bisognava scavalcare le macerie per camminare, le imposte cigolavano nel vento, era un po’ spettrale”.

Per il desiderio di vivere sulla Rocca, Susanna Salvati e Paolo Baldi hanno lasciato il loro lavoro e la loro città, Roma. Una ventina di anni fa hanno deciso di investire sulle rovine e sui vecchi sassi del paese. “Avevo un lavoro stabile a Roma, lavoravo per l’Ibm”, racconta Salvati. La famiglia Baldi, con tanto di figli al seguito, si è trasferita sulla Rocca e ha aperto un piccolo rifugio per i turisti. “C’era una grossa richiesta di ospitalità da queste parti e non c’erano le strutture, i primi tempi chi passava a visitare la Rocca ci chiedeva di usare il bagno o un po’ d’acqua. Per questo abbiamo capito che potevamo aprire un rifugio e un ristorante”.

L’attività della famiglia si è allargata negli ultimi vent’anni e il rifugio è diventato un albergo diffuso. Per offrire ospitalità ai turisti, è stato necessario restaurare una a una le vecchie case del borgo, ormai senza tetti e ridotte a mucchi di macerie.

“Ci siamo imbarcati in un lento lavoro di restauro. Abbiamo cercato di riusare i materiali e di non modificare nulla dell’assetto originario. Abbiamo restaurato otto edifici in tutto. Una delle case che abbiamo restaurato l’abbiamo destinata a sala della musica. Abbiamo una collaborazione con il maestro Orazio Tuccella del conservatorio dell’Aquila e organizziamo concerti di altissimo livello nella piccola sala della musica”, racconta Salvati.

“Per gli abitanti di Calascio la Rocca era un luogo da cui scappare perché rappresentava la sofferenza, la miseria da cui erano fuggiti anni prima. Quando abbiamo proposto di comprare le vecchie case ci guardavano come fossimo pazzi, ci proponevano altre case più comode”, racconta.

Susanna è ancora incredula di fronte all’impresa che ha realizzato insieme alla sua famiglia: “Ancora oggi, dopo vent’anni, quando mi affaccio alla finestra della mia casa in alcuni momenti mi sorprendo di questo paesaggio, di questo sguardo che si spinge a perdita d’occhio e mi meraviglio di fronte a tanta bellezza”.