Maggic cube, Senegal, 2015.

Il dado da cucina che fa male all’Africa occidentale

Maggic cube, Senegal, 2015.
25 maggio 2016 15:15

Questo reportage è la sintesi di un’inchiesta realizzata da Andrea de Georgio a seguito dell’incontro, più di un anno fa, con la fotografa italosenegalese Adji Dieye autrice del progetto Maggic cube. Il lavoro fotografico di Adji Dieye è stato presentato attraverso una mostra personale curata da Niccolò Moscatelli all’Istituto francese di Dakar (4-15 maggio 2016) nell’ambito di DakArt, la Biennale d’arte contemporanea africana in corso durante questo mese.

Lo chiamano “cubo magico”, a volte anche solo “Maggì”. In tutta l’Africa occidentale, dal più sperduto villaggio alle città, non c’è donna che non ne conosca marche, gusti e prezzi. Quella che in termini economici sarebbe definita “banalizzazione del marchio” (come il nylon o lo scotch) racchiude tutto il potere persuasivo di due centimetri quadrati di pozione industriale.

Chissà se Julius Maggi, avventuriero svizzero di origini italiane, immaginò un tale successo quando nel 1886 esportò in Africa il primo dado da cucina. A Berlino era appena stato firmato un trattato sull’apertura dei mercati coloniali ai prodotti occidentali quando Julius – che non a caso aveva la sede della sua azienda, la Maggi, in Germania – ebbe quella che nella mistica imprenditoriale si chiama “l’illuminazione”. In una mattina di maggio si chiese: quale miglior bene da offrire alle colonie africane se non l’esaltatore di sapore?

Oggi, oltre un secolo dopo quella mattina primaverile, sono ancora tante le domande, i misteri e le leggende che circolano attorno a questo prodotto alimentare apparentemente innocuo. L’unica certezza è che l’idea di Julius Maggi ha profondamente cambiato l’alimentazione di milioni di persone: il cubo magico, infatti, è uno dei prodotti più commercializzati e pubblicizzati in Africa occidentale. Nel 1947 la Maggi è stata assorbita dalla multinazionale svizzera Nestlé contribuendo alla sua ascesa nell’olimpo del mercato agroalimentare globale, di cui l’Africa rappresenta il principale terreno di caccia.

Maggic cube, Senegal, 2015.

Maggi, infatti, è solo una della miriade di marche che circolano nella regione: Jumbo, Patisen, Adja, Doli, Magi nokoss, Joker, Jongué, Tak, Mami, Khadija, Dior, Tem Tem. E la lista continua. Alcune sono prodotte localmente da aziende afroeuropee, altre sono importate dall’occidente, altre ancora sono contraffazioni cinesi. Un’invasione venduta al pezzo: solo 30 centesimi di euro per quattro grammi di glutammato che finisce in ogni pietanza.

Amadou Sylla è uno degli uomini più ricchi del Mali. Ex deputato che ha costruito il suo impero finanziario sul commercio, ha portato i primi dadi alimentari nel paese nel 1977. Fino ai primi anni novanta, infatti, i cubi erano importati da Germania, Francia e Costa d’Avorio, dove, ad Abidjan, sorge la prima fabbrica Maggi africana. Nella capitale maliana, Bamako, Amadou Sylla ha aperto lo stabilimento Koumalim che oggi ha più di 300 dipendenti, produce novemila tonnellate di dadi per una cifra d’affari di circa 20 milioni di euro all’anno. Nel 2009 questa struttura, impossibile da visitare, è stata eletta miglior fabbrica Nestlé in Africa occidentale e l’anno successivo ha ottenuto la certificazione internazionale Iso 22000.

Bay Diakite è professore di sociologia dell’alimentazione all’università di Bamako. “Ogni giorno in Africa occidentale si vendono più di cento milioni di dadi da cucina. In Mali come nel resto della regione negli ultimi 20-30 anni i cubi magici hanno avuto una diffusione tanto capillare soprattutto grazie al prezzo imbattibile e alla conservazione che non richiede refrigerazione. Fingendo di poter sostituire alimenti naturali e tradizionali questi prodotti non fanno altro che dare artificialmente l’illusione del gusto a scapito della salute”.

Il consumo di questo prodotto è diventato un fenomeno trasversale, quasi una moda

Vettore di tale mutamento culinario è la donna, principale destinataria del bombardamento pubblicitario. Gli slogan, in francese nelle città e in lingue locali en brousse, alludono all’intimità delle donne sposate: il rapporto con il marito e la coesione familiare. In materia di comunicazione promozionale, campione indiscusso e fonte d’ispirazione per tutte le altre marche è la Nestlé: “Con Maggi, ogni donna è una stella”, “Maggi convince il marito della buona cucina di sua moglie”, “Maggi ti evita di avere una seconda moglie in casa”, “Con Maggi si preparano i pasti in tempo”, “Maggi, sempre dalla parte delle donne africane”.

Maggic cube, Senegal, 2015.

“Il linguaggio esplicito caratteristico delle pubblicità invasive dei dadi da cucina fa ormai parte della nostra quotidianità. Con il passare degli anni il consumo di questo prodotto è diventato un fenomeno socioeconomico trasversale, quasi una moda. Persone di tutte le classi sociali vedendoli bene incartati li considerano più ‘moderni’ e perciò erroneamente più sani d’ingredienti tradizionali come il sumbalà (estratto naturale della pianta del neré) o il pesce essiccato”.

Il professor Diakite è marito e padre di famiglia e conosce bene le diatribe che possono nascere attorno alle pentole di casa. “Nei graines (ritrovi di quartiere di uomini di tutte le età) da qualche anno circolano storie sugli effetti nefasti dei cubi magici sulla salute. C’è addirittura chi sostiene che diminuisca la potenza sessuale e, alla lunga, possa rendere sterili. Negli ultimi tempi sempre più uomini stanno prendendo coscienza dei rischi legati all’abuso di tale prodotto e a casa ne vietano l’utilizzo”. Gli scappa un sorriso velato d’imbarazzo quando confessa che molte mogli come la sua vengono sorprese ad aggiungere cubi di nascosto spezzettati nella salsa del riso, nella maionese o nell’insalata.

Viviamo una forma di colonizzazione che è arrivata a cambiare le abitudini alimentari a discapito della salute

Al netto di psicosi, leggende ed esagerazioni, chimicamente parlando il dado non è altro che glutammato monosodico (gms, E 621) cioè il sale di sodio dell’acido glutammico, il più presente in natura (latte, pomodori, eccetera) dei 23 amminoacidi naturali non essenziali che compongono le proteine. A differenza dell’occidente, però, sulle etichette alimentari in Africa la presenza e la quantità di questo ingrediente sono nascoste dietro la dicitura “aromi naturali”.

“Siamo ciò che mangiamo e ciò che beviamo: oggi viviamo una nuova forma di colonizzazione che è arrivata addirittura a cambiare le nostre abitudini alimentari a discapito della salute”. Mamadou Bocary Diarra è direttore dell’ospedale Luxembourg di Bamako oltre che uno dei più rinomati cardiologi della regione. “Da quando è cominciata la speculazione agroalimentare in Africa occidentale, circa 20-30 anni fa, le abitudini alimentari sono mutate e con esse sono cresciute anche le malattie cardiovascolari, soprattutto l’ipertensione. I cambiamenti del gusto sono una catastrofe nella nostra regione e questo perché l’alimentazione è sempre meno ricca di elementi nutritivi e sempre più dominata dal gusto”.

Le malattie silenziose

Il suo reparto di cardiologia è fortemente sovraffollato. “Secondo un nostro recente studio circa il 30-40 per cento della popolazione di Bamako soffre d’ipertensione. Il boom di malattie croniche e silenziose, quindi difficili da diagnosticare, come colesterolo, diabete, ipertensione arteriosa e altre patologie è una delle principali cause dell’abbassamento della speranza di vita nella regione”.

Maggic cube, Senegal, 2015.

Le malattie cardiovascolari colpiscono nel mondo più di un miliardo di persone, un dato stimato in crescita del 40 per cento entro il 2025, e ne uccidono 1,6 milioni all’anno, di cui l’80 per cento nei paesi non industrializzati. Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità muoiono più africani per le malattie cardiovascolari (12,5 per cento) che per l’aids (12,3 per cento) e la malaria (7,3 per cento). “Mangiare bene non vuol dire mangiare caro, ma il più naturalmente possibile. Prima in Africa utilizzavamo le piante, la medicina tradizionale, conoscevamo e rispettavamo la natura. Oggi invece ci sono i dadi magici, l’agricoltura è zeppa di pesticidi, diserbanti e semi geneticamente modificati, al mercato i polli sono gonfiati di steroidi, frutta e verdura sono sempre più care e povere di elementi nutritivi”.

Falsi ideali

Il professor Diarra racconta con malcelato orgoglio di fare spesso la spesa e cucinare con la moglie. Insieme percorrono lunghe distanze in auto per comprare ingredienti sani fuori città. “Quello che si produceva qui, in occidente lo chiamerebbero ‘bio’”, - ironizza per un attimo il dottore, ma torna subito serio. “La colpa è nostra, come africani in generale e come comunità scientifica in particolare. Noi medici dovremmo condurre studi più approfonditi per sfatare il mito del sale e dello zucchero una volta per tutte, ma gli interessi economici di chi ci guadagna continuano a prevalere sulla salute generale”.

Consumismo di massa, urbanizzazione delle coscienze, modernità deviata. Gli angoli bui del cubo magico vanno ben oltre le sue piccole dimensioni, il costo contenuto e i rischi per la salute. Dentro il dado, svelato da tutti i suoi incartamenti, si nasconde un gioco di specchi deformanti: lo squilibrato rapporto con l’occidente, i suoi prodotti, le sue mode e i suoi falsi ideali.

La fotografa italosenegalese Adji Dieye è autrice del progetto Maggic. Il lavoro fotografico di Adji Dieye è stato presentato in una mostra personale curata da Niccolò Moscatelli all’Istituto francese di Dakar nell’ambito di DakArt, la Biennale d’arte contemporanea africana in corso fino al 2 giugno 2016.

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