Radio Killid, Kabul.

Le giornaliste afgane in prima linea contro l’oscurantismo

Radio Killid, Kabul.
16 settembre 2016 10:51

Sediqa Sherzai ricorda bene quella mattina di un anno fa quando la sua radio ha smesso di esistere. Era il 28 settembre 2015: a sorpresa i taliban avevano attaccato Kunduz, la città dove vive nel nord dell’Afghanistan. Sconfitte le forze locali, avevano occupato l’aeroporto, saccheggiato gli edifici pubblici e riportato le lancette della storia al periodo precedente il 2001, quando governavano il paese imponendo il loro regime oscurantista.

Fuggita con il marito e la figlia a Kabul, Sherzai è rientrata a casa solo dopo che l’esercito afgano – con l’aiuto dell’aviazione statunitense, che in quell’operazione ha bombardato anche un ospedale gestito da Medici senza frontiere – ha ripreso il controllo. Appena è entrata nella sede di Radio Roshani, l’emittente che ha fondato e dirige dal 2008, si è trovata di fronte a uno scenario più devastante di quanto si aspettasse. “Avevano distrutto tutte le nostre apparecchiature, computer, mixer, microfoni. Tutto: in dieci giorni abbiamo perso dieci anni di lavoro”.

Sherzai è una giornalista in trincea. La sua radio – insieme all’omonima televisione fondata dal marito – ha sempre lanciato programmi all’avanguardia in questa città di confine, sospesa tra un governo che fatica a imporre la sua autorità e la permanente minaccia dei taliban. Nelle trasmissioni si affrontano argomenti come la partecipazione delle donne in politica, i diritti femminili, i matrimoni precoci.

Tutti temi che hanno attirato l’attenzione e la furia iconoclasta del movimento estremista. “Già pochi mesi prima dell’attacco alla città, i taliban avevano ucciso Mawlavi Noorul Huda, il mullah che partecipava alle nostre trasmissioni, lanciando una bomba contro la sua auto. Lo accusavano di essere troppo liberale e lo avevano avvertito di smettere. Dopo il suo omicidio, hanno cominciato a fare telefonate anonime minacciando le mie giornaliste”, racconta Sherzai in un ufficio di Kabul. Oggi la giornalista gira in incognito e non vuole assolutamente essere fotografata “per ragioni di sicurezza”.

L’attacco dei taliban non ha solo distrutto l’attrezzatura, ha spazzato via dieci anni di lavoro di Radio Roshani

Roshani è una radio tutta al femminile, ci lavorano solo donne. E le trasmissioni si rivolgono per lo più alle donne affrontando argomenti che le toccano da vicino. “L’ho fondata perché, alla caduta dei taliban nel 2001, la condizione femminile in Afghanistan era spaventosa. Ho cercato un modo per informare le donne dei loro diritti e ho pensato che la radio, grazie alla sua diffusione, era il mezzo perfetto per raggiungere l’obiettivo”.

Punto di aggregazione
Sherzai voleva fare la giornalista fin da quando era piccola. Ma poco dopo essersi laureata si è trovata in un paese governato dai taliban, in cui le donne non potevano uscire di casa da sole, figurarsi lavorare in una radio. Ha quindi avviato una scuola clandestina in cui, di nascosto dagli occhiuti guardiani dell’Amro bil mahroof, la polizia religiosa “per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio”, dava corsi di alfabetizzazione alle donne.

Quando il regime degli studenti coranici è caduto, ha prima cominciato a lavorare in una radio locale. Dopo qualche anno, ha fondato la sua emittente. Qui, in un certo senso, ha continuato a fare quello che faceva anche prima: “Informare, sensibilizzare le donne sui loro diritti, attraverso le trasmissioni e le riunioni che si svolgevano in sede”. A metà strada tra emittente radiofonica e consultorio, la redazione è diventata un vero e proprio punto di aggregazione per una comunità di donne intenzionate a emanciparsi dalle regole culturali che le volevano sottomesse a ogni costo.


Ora questo luogo di ritrovo non esiste più. L’attacco dei taliban non ha solo distrutto l’attrezzatura, che Sherzai è riuscita in parte a ricomprare grazie ad alcuni generosi donatori. Ha letteralmente “spazzato via dieci anni di lavoro”, come ripete più volte con tono sconsolato. Le condizioni di sicurezza non permettono più di tenere le riunioni. Chi lavora per la radio va raramente in redazione. “Registriamo le trasmissioni a casa, perché è troppo pericoloso andare in sede. Ormai i taliban sanno dov’è il nostro ufficio. Così, non possiamo più fare dirette”, lamenta Sherzai, che teneva un seguitissimo programma ogni mattina dalle otto alle nove, in cui le ascoltatrici chiamavano e facevano domande di ogni genere.

Un paesaggio informativo vivace
Radio Roshani è solo una delle centinaia di emittenti nate in Afghanistan dopo la caduta dei taliban, anche grazie ai fondi e ai programmi di sostegno della comunità internazionale. “Dal 2001 a oggi c’è stata una vera e propria rivoluzione”, afferma Abdul Mujeeb Khalvatgar, direttore esecutivo del Nai, organizzazione non governativa che supporta il giornalismo indipendente e la libertà d’espressione. “All’epoca dei taliban c’erano una stazione radio e nove giornali. Ora abbiamo più di 500 organi di stampa, tra televisioni, radio e periodici”. Il paesaggio dell’informazione giornalistica è vivace. In Afghanistan lavorano oggi 12mila giornalisti. E tra loro, circa 2.500 sono donne. “È un numero importante e in crescita: nel 2006 erano solo mille”, continua Khalvatgar.

In un paese dove il contatto tra donne e uomini è assai controllato e i tabù culturali molto forti, le giornaliste possono avere accesso a storie e informazioni quasi del tutto precluse agli uomini, come quelle riguardanti le violenze domestiche, o i matrimoni precoci. Ma sono anche maggiormente esposte alle difficoltà e alle intimidazioni.

Un recente rapporto di Human rights watch elenca gli enormi problemi che devono affrontare le giornaliste in Afghanistan. “Restrizioni sociali e culturali limitano la loro mobilità sia nelle aree urbane sia in quelle rurali e aumentano la loro vulnerabilità a minacce e attacchi, incluse le violenze sessuali”. Dal 2010, sono state uccise tre giornaliste, tra cui Palwasha Tokhi, di 26 anni, pugnalata a morte in pieno giorno di fronte a casa sua a Mazar-e-Sharif nel settembre del 2014.

“Ti rendi conto che sei una donna?”
Najiba Ayubi ha rischiato più di una volta di fare la stessa fine. “Viviamo in uno stato di guerra permanente”, dice nella sede di Kabul di Killid, il più grande gruppo di informazione indipendente afgano, che dirige dal 2008: undici emittenti radiofoniche, due settimanali e un sito web, distribuiti su tutto il territorio nazionale.

La giornalista, una donna risoluta di 48 anni che si dedica anima e corpo alla sua impresa, è stata minacciata in diverse occasioni. “Una volta due uomini armati sono venuti a bussare alla mia porta di casa. Io ho fatto finta di essere mia madre e ho detto che Najiba non c’era. Poi ho chiamato la polizia”.

Un’altra volta si è vista la finestra di casa andare in frantumi: qualcuno aveva tirato una pietra con una lettera acclusa, contenenti minacce a lei e alla sorella. Tanti sono stati anche gli attacchi contro dipendenti e collaboratori. La sede della radio a Jalalabad ha subìto due attentati dinamitardi. L’autista del gruppo a Kandahar è stato fermato e mutilato da uomini armati, che gli hanno tagliato il naso.

Chi non riconosce che la società afgana è ancora dominata dagli uomini, è cieco o in malafede

“Il problema”, dice mentre gira per la sede e mostra il lavoro dei suoi collaboratori, per lo più ragazzi e ragazze sotto i trent’anni, “è culturale: i mezzi d’informazione sono considerati come un intralcio. E l’idea che ci possano essere giornaliste è considerata da molti un’eresia”. Ayubi ricorda quando un suo reporter stava facendo un servizio su un poliziotto che aveva sparato a uno studente. Arrivato sulla scena, la polizia gli ha sequestrato la telecamera. “Quando lui mi ha chiamato, gli ho detto che lo avremmo mandato in diretta via telefono. Poco dopo, mi ha chiamato il capo della polizia e mi ha intimato di smettere. Io gli ho risposto che avrei continuato perché stavo solo facendo il mio lavoro. Lui mi ha detto: ‘Ti rendi conto o no che sei una donna?’”.

Per rompere i tabù e formare più giornaliste, la direttrice di Killid ha stabilito una regola: le donne devono essere il 40 per cento. “Ma purtroppo non è facile trovare giornaliste: al momento abbiamo raggiunto quota 30 per cento”.

La direttrice di Killid, Najiba Ayubi, a Kabul, luglio 2016.

La strada è ancora lunga e piena di ostacoli. “Certo, rispetto a quando al potere c’erano i taliban, è cambiato tutto. I due periodi non sono nemmeno paragonabili. Ma la nostra rimane una società dominata dagli uomini, in cui la donna è vista come un essere con diritti dimezzati, che deve limitarsi a obbedire. Quelli che dicono il contrario, sono ciechi o in malafede”.

Ayubi racconta come, durante un training per giornalisti afgani tenuto al quartier generale della Nato a Bruxelles, abbia interrotto l’allora segretario generale Anders Fogh Rasmussen, che stava elencando i successi raggiunti dalla società civile del paese grazie al supporto della comunità internazionale. “Gli ho detto: signor segretario generale, questi discorsi se li tenga per i suoi comunicati stampa per i giornalisti stranieri. Non li venga a propinare a noi, che lì ci viviamo”.

La direttrice di Killid ha ricevuto diverse offerte per andare all’estero, in esilio, in Europa, in Canada, in Nuova Zelanda. Ha sempre rifiutato. Anche a Sediqa Sherzai, dopo la distruzione della sua radio, è stato proposto un visto per gli Stati Uniti. Lei pure ha declinato l’invito. Quando gli chiedo perché non sono volute partire, rispondono entrambe con le stesse parole: “Il mio posto è in Afghanistan. Devo stare qui. C’è tanto lavoro da fare”.

Questo reportage è il terzo di una serie sulle condizione delle donne e degli attivisti per i diritti umani in Afghanistan realizzato nell’ambito del progetto Ahram (Afghanistan human rights action and mobilisation) portato avanti da Cospe-onlus e sostenuto dall’Unione europea. Il progetto sostiene difensori dei diritti umani che ogni giorno rischiano la vita per affermare le libertà fondamentali del popolo afgano (educazione, sanità, pari opportunità). Grazie al progetto sono stati creati spazi sicuri per i difensori degli attivisti e delle attiviste e una rete di protezione e di allerta in 34 province del paese.
Le puntate precedenti sono qui e qui.

Stefano Liberti sarà al festival di Internazionale a Ferrara dal 30 settembre al 2 ottobre 2016.

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