Leggere significa scegliere, giudicare e scartare

19 aprile 2015 11:06

Qualche giorno fa, in treno, mentre provavo a concentrarmi sul romanzo che stavo leggendo, mi è stato improvvisamente chiaro il senso di un brano del bellissimo libro di Giusi Marchetta Lettori si cresce, da poco uscito per Einaudi.

La mia vicina di posto voleva fare conversazione e non sembrava sfiorata dal sospetto che io fossi impegnata in qualcos’altro. Sfinita dalle sue domande e stanca di lottare per arrivare a fine pagina, ho cacciato il romanzo in borsa e ho agguantato lo smartphone. Disturbami pure, ho inveito tra me, ma almeno lasciami mandare qualche email di lavoro. All’improvviso, silenzio: ora che mandavo messaggi, ora sì che ero impegnata in un’attività che riconosceva e rispettava come tale.

Giusi Marchetta, nel suo libro irriverente e per niente buonista, spazza via molti luoghi comuni sulla lettura e spiega che non è vero che i ragazzi di oggi non leggono, semplicemente leggono quello che vogliono. In effetti, non si tratta mai di libri: leggono per ore status Facebook, messaggistica, prime pagine di Google. Non è che la lettura non sia contemplata, è che per loro la lettura è quella. Pensando all’episodio in treno, mi sembra ovvio che non sta parlando solo degli under diciotto.

Lettori si cresce è un libro che dovrebbero leggere tutti, insegnanti, genitori, ragazzi, scrittori, bibliotecari; è un libro che rimanda ad altri libri, fa venire voglia di leggere moltissimi romanzi, e intanto prende posizione su questioni importanti. È scritto in forma di lettera a Polito, studente (forse immaginario, forse no) della Marchetta.

Non è vero che i ragazzi di oggi non leggono, semplicemente leggono quello che vogliono. In effetti, non si tratta mai di libri: leggono per ore status Facebook, messaggistica, prime pagine di Google

Polito non ha voglia di leggere libri. Mai. Nessuno, di nessun genere, di nessuna epoca. Lettori si cresce è una lunga lettera con cui la prof Marchetta gli spiega perché invece dovrebbe, inciampando in tutte le obiezioni possibili e rifugiandosi infine nell’unica risposta convincente alla brutale domanda “perché dovrebbe interessarmi?”: ovvero non una risposta teorica ma il racconto della propria storia.

Così troviamo la piccola Giusi usare un libro per difendersi da giochi aggressivi nei cortili dell’infanzia, isolarsi alle riunioni di famiglia rischiando di sembrare maleducata e menefreghista nei confronti del nonno, scoprire parole proibite e allusioni sessuali nelle fiabe di Calvino, al riparo dallo sguardo della madre. Mai, in queste pagine, Giusi Marchetta impone la lettura come atto doveroso o utile in assoluto. E su questo aspetto credo valga la pena soffermarci, cercando di capire dove si arenano le infinite campagne di sensibilizzazione alla lettura, uscendo dalle pagine di Lettori si cresce ma utilizzandone lo spirito.

Uno sguardo ai siti di socializzazione libresca (aNobii, Goodreads) mostra subito la fragilità della tesi secondo cui leggere, di per sé, sarebbe un atto prodigioso capace di rendere tutti più intelligenti. Vi sarete divertiti e indignati anche voi scoprendo che Proust è noioso, Fitzgerald un fallito, Tolstoj un superficialotto. Ma chi scrive quei commenti non è per forza – come ci piacerebbe pensare – uno che in casa ha al massimo una polverosa Enciclopedia del gatto. Anzi. Anche le librerie degli utenti che emettono dei giudizi che eludono il confronto (non è che Il grande Gatsby non si possa stroncare in assoluto, per legge divina, il problema è che bisogna farlo trovando una chiave interessante) contengono centinaia, migliaia di libri.

Quei libri, gli stroncatori li hanno letti e secondo noi non li hanno capiti, oppure semplicemente non li hanno capiti come piace a noi e in questo caso il problema è la nostra ottusità, non la loro.

Ma anche a voler essere intransigenti il problema riguarderebbe la nostra presunzione: quando e perché ci siamo convinti che leggere sia di per sé l’improvvisa ricetta contro la stupidità del mondo? Quando abbiamo smesso di discutere e contestare il contenuto dei romanzi e ci siamo messi a santificarne l’involucro?

L’anno scorso un gruppo di genitori ha protestato contro l’adozione di Sei come sei di Melania Mazzucco in un liceo di Roma. Al di là della ridicolaggine della polemica e del giudizio di gusto sul libro, su cui si sono incentrati molti dei commenti dei giorni successivi senza affrontare il nodo della questione, l’indignazione di quei genitori è stata un’ottima notizia per lo stato agonizzante della letteratura: un romanzo (un oggetto che cioè interessa una percentuale minima di italiani) può ancora far paura.

Io non credo che la letteratura debba servire a sconfiggere l’omofobia, però può aiutarci a vedere dove si annida; non credo che leggere un romanzo migliorerà quei genitori, ma potrebbe far sorgere qualche dubbio nei loro figli. Mi auguro mille polemiche accese e veementi: sarebbe interessante e vivo ricominciare a litigare sui libri anziché tenerci la mano bonariamente mentre li adoriamo collettivamente come fossero oggetti magici.

Ancora meglio se litigassero anche gli editori, rivendicando inconciliabili diversità di scelte e di cataloghi dietro cui dovrebbe nascondersi una feroce pluralità di idee e visioni del mondo, come ai tempi in cui l’obiettivo delle grandi case editrici era somigliarsi il meno possibile, indirizzandosi a lettori diversissimi. Cosa vuol dire, poi, “lettore”? Se non lo si definisce, se non lo si “cresce”, come scrive Marchetta, rimane una definizione vaga al pari di “essere umano”.

Un lettore vero è tutt’altro che onnivoro, perché leggere significa scegliere, giudicare, scartare e trovare la propria angolazione da cui osservare e raccontare il mondo

Il problema è che molti genitori che non hanno gradito la scelta del libro di Melania Mazzucco, ovvero di una storia che raccontava (anche) una famiglia composta da due papà, saranno lettori medi, se non forti. Odiano quel testo, ma probabilmente ne leggono degli altri. Lo so, sarebbe più facile bollarli come ignoranti che non hanno mai scorso una riga in vita loro, ma in generale non è che i cretini sono cretini perché non leggono: molti cretini leggono eccome, alcuni hanno anche i nostri stessi gusti. Mi sembra di vederli, quei genitori, il giorno dopo aver messo al rogo un romanzo, continuare a presentarsi con le quattro parole più vuote dell’universo: “Sono un lettore onnivoro”.

Un lettore vero è tutt’altro che onnivoro, perché leggere significa scegliere, giudicare, scartare e trovare la propria angolazione da cui osservare e raccontare il mondo – formarsi un’opinione aperta e manchevole, soggetta a mutamenti, esposta al dubbio, ma comunque portatrice di una consapevolezza che ha il diritto, anzi il dovere, di influenzare i successivi percorsi di lettura.

La lettura funziona se ti insegna a saperti orientare in una biblioteca, nella migliore delle ipotesi a fondarne e organizzarne una, non a esserne travolto passivamente. Quelli che dicono “ah, io se non ho un libro leggo anche le etichette dei bagnoschiuma” sono davvero convinti che passare dall’incipit di La metamorfosi a “Sodio Lauriletere Sulfato” faccia di loro dei lettori veri? Per carità, non è detto che un uomo che si trasforma in uno scarafaggio sia più interessante della chimica con cui ci improfumiamo sotto la doccia, ma di certo non attiva le stesse sinapsi.

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Per quel che mi riguarda, non vedo perché dovrei starmene seduta in bagno a leggere elenchi di ingredienti quando potrei dare un bacio a chi amo, telefonare a mia nonna, giocare a Scarabeo, perfino imparare complicati ricami all’uncinetto. Ma sarà sicuramente perché non sono una lettrice onnivora e non ambisco a esserlo.

Eppure, caro Polito, anche io sottovoce ti auguro, se mai dovessi ascoltare le sagge parole della tua professoressa e diventare anche tu quello che approssimativamente definiamo “un lettore”, di non essere onnivoro nemmeno tu. Leggerai quello che ti pare divertendoti un sacco, piangendo, arrabbiandoti e a poco a poco sarai entrato in un dialogo più critico con il mondo che ti circonda. Incontrerai un altro Polito e sarai tu, stavolta, a spiegare a lui per quale motivo e attraverso quali strade “lettori si cresce”, per tutta la vita.

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