Una dichiarazione d’amore per Guido Calogero

03 maggio 2015 12:29

La prosa dei filosofi sui giornali, oggi, suona così (testo 1):

La terza navigazione è quella stessa di Socrate, dove l’apallagé radicale dalla doxa dei molti (polloì-kakoì!) non è che l’inizio del ritorno a sé, all’anima-psyché organo di ogni theoria, condizione trascendentale di ogni conoscenza […]. Questa è dipartenza radicale e senza ritorno: essa è concepibile, sì, soltanto al termine del viaggio dell’anima lungo tutto il Reich der Verstand (Kant), ma ne rappresenta insieme la trasgressione…

La prosa dei filosofi sui giornali, nei primi anni sessanta, suonava invece così (testo 2):

Si dirà che si deve aver riguardo per chi è stato educato da secoli a questo modo, cosicché ci vorranno secoli perché acquisti una religione meno superstiziosa? Ma il problema è, appunto, che ci vogliano secoli, e non millenni: come ci vorranno, viceversa, se di queste cose non si parlerà mai, e non si discuteranno i criteri dell’esperienza religiosa comune, e si continuerà a chiamare ‘edificante’ una morte in cui un individuo abbia fatto gesti di propiziazione all’ultimo momento, quando niente è meno edificante di una simile manifestazione di servilismo teologico, che umilia nello stesso tempo l’ossequiante e l’ossequiato.

In realtà, il confronto è un po’ ingiusto, perché non tutti i filosofi contemporanei sono dei fumosi chiacchieroni, né tutti i filosofi che scrivevano cinquant’anni fa erano Guido Calogero. Ma è un fatto che di prosa del genere (testo 2) non mi pare di vederne, sui giornali e sulle riviste odierne, non so se per colpa dei giornali e delle riviste, o per colpa di chi ci scrive, o per colpa di un pubblico che anziché leggere i libri li usa per ammobiliarci il salotto.

Si legge dunque questo Quaderno laico. Un’antologia (a cura di Guido Vitiello, Liberilibri 2015) con un po’ di nostalgia per i bei tempi andati. Guido Calogero è stato uno dei maggiori studiosi italiani di filosofia antica e di logica; ma è stato anche molto altro, e a lui si deve, per esempio, anche il miglior libro sulla scuola che io conosca, Scuola sotto inchiesta (Einaudi 1957: perché non ristamparlo?), anche questo non un libro-libro ma un collage di saggi e articoli usciti su giornali e riviste. Tra il 1960 e il 1966 Guido Calogero ha tenuto sul settimanale Il Mondo una rubrica intitolata appunto Quaderno laico: prendeva un fatto di cronaca, un film, un’immagine, un libro, un incidente che gli era capitato e ci ragionava sopra. O meglio, non sopra ma intorno: inducendo, per così dire, l’uno a partire dal molteplice, la norma a partire dalla casistica.

Guido Calogero a Milano nel 1979. (De Bellis/Fotogramma)

Ora, i saggi dei liberali laici come Calogero lasciano spesso un’impressione di correttezza ma anche di irrilevanza, coi loro appelli alla virtù e alla ragionevolezza dialogante, appelli che il lettore, che abita una società – in fin dei conti – laica e liberale è fin troppo propenso ad accogliere. Spesso gli antiliberali sono più interessanti, e anche più divertenti (oggi, poniamo, Michéa, o lo stesso Houellebecq).

Invece non c’è quasi pagina di questo Quaderno che non sia sorprendente, e che non obblighi a riflettere bene, prima di dare ragione o torto a Calogero. Questo soprattutto per due motivi. Il primo è che Calogero ha un senso della vita, e intendo proprio la vita pratica, le cose che ci succedono nella vita, molto più acuto e raffinato di quello che hanno in genere gli intellettuali.

Per lui “fanno problema”, cioè fanno pensare, cose su cui la gran parte di noi non fermerebbe lo sguardo neppure per un attimo: l’etichetta stampata su un pacco postale, certe sottili differenze tra l’indole italiana e l’indole inglese, gli annunci matrimoniali sui quotidiani, la mutazione caratteriale a cui va incontro anche la persona più civile quando si mette al volante di un’automobile (il pezzo s’intitola Etica della strada e mi ha molto ricordato uno sketch di un altro grande moralista contemporaneo, Louis CK: Calogero, che amava la cultura anglosassone, avrebbe molto apprezzato). Il secondo motivo è che Calogero non è di facile contentatura. Non gli basta difendere le virtù laiche e liberali, esortare alle virtù laiche e liberali: vuole che queste virtù prevalgano, vuole che, nel dibattito delle idee, le sue idee siano ascoltate e accolte quando si riesca a dimostrare che sono più ragionevoli delle idee concorrenti:

Questo dovere di capire, che è il fondamento di ogni storicismo, non esclude la parallela legittimità del discutere, cioè del suggerire comportamenti più ragionevoli, e meno incoerenti rispetto a quelle regole di fondo, che si assumano come orientatrici per la condotta di vita. Ognuno, insomma, ha il dovere di essere storicista, ma nello stesso tempo ha anche il diritto di essere illuminista. Cioè di tentare, continuamente, di correggere le storture degli altri, sperando che questi facciano lo stesso per quanto riguarda le storture sue.

Correggere le storture degli altri. Ecco una frase che oggi si pronuncerebbe con molta più circospezione, una frase sulla quale liberali (diciamo) light potrebbero pensarla diversamente da liberali strong, cioè refrattari a far proseliti, o anche solo a sforzarsi di persuadere chi – senza arrecare danno ad altri che a se stesso – chieda solo di essere lasciato in pace nella propria magari sbagliata opinione.

Certo è che “lasciare in pace” i dissenzienti, o i disinteressati al confronto, non è un proposito che si armonizzi con l’ideale del dialogo, del “dovere della discussione” che ispira la filosofia di Calogero (filosofia che si sviluppa in un’epoca nella quale, occorre dire, il dialogo era assai più complicato e assai più urgente di quanto non sia oggi: si veda per esempio, per respirare un po’ di quell’aria, il bel saggio Libertà protetta, del marzo 1945, nella raccolta Difesa del liberalsocialismo e altri saggi).

Per quanto mi riguarda, i rari casi, le rare pagine in cui i punti interrogativi segnati in margine sono più dei punti esclamativi sono quelle in cui questo spirito di sistema liberale si fa un po’ invadente, quasi dispotico, perché Calogero sembra far fatica ad ammettere che anche un solo angolino dell’esistenza possa non essere illuminato dalla luce delle idee laiche e liberali, e sembra figurarsi un mondo fatto tutto di persone come lui – solo di persone come lui. Nell’articolo Del non turbare le coscienze avanza l’idea che la censura dovrebbe salvaguardare non le coscienze dei giovani, a cui dev’essere detta, sempre, tutta la verità, ma semmai quella degli anziani:

Se la censura deve servire allo scopo di difendere gli uomini dalle tentazioni, tanto più deve difenderli quanto più essi invecchiano, e meno rimediabile per loro potrebbe diventare la scoperta di non aver saputo, per ignoranza, vivere come avrebbero preferito di vivere.

Ma la censura non serve a “difendere gli uomini dalle tentazioni”, serve a difendere chi, per età o per cultura, potrebbe sentirsi offeso o umiliato da una verità che non è preparato a sostenere: posizione che si può criticare come moralistica o paternalistica, ma che non si può liquidare come irragionevole. Nell’articolo “Il tifo” racconta di aver assistito una volta a una partita Italia-Spagna:

Ma mi guardai bene, come mi sono sempre guardato in ogni caso del genere, di ‘fare il tifo’, sia pure nel più remoto fondo dell’anima, per l’una o per l’altra di quelle squadre. Mi sarebbe parso cosa altrettanto incongrua che fare il tifo per il violinista contro il pianista, o per il pianista contro il violinista, ascoltando un concerto per violino e pianoforte […]. Il ‘tifo’, di fatto, è una grave malattia del costume, insomma una forma di malcostume, risultante dalla somma di due passioni sbagliate: il voyeurisme e lo spirito di sopraffazione.

Ma che c’è di male, che cosa veramente un liberale può obiettare al voyeurisme, se conforta il voyeur e non dispiace a coloro che il voyeur contempla? E davvero dovremmo chiamare “spirito di sopraffazione” quello che si esprime attraverso un pacato, non aggressivo tifo sportivo?

Il bello degli articoli di Calogero è che la sua critica scende sempre dal piano dei princìpi a quello dei modi di vita; ma è davvero desiderabile che la disciplina del saggio proposta da Calogero sia osservata a tutte le età, in tutte le situazioni? Non è proprio la varietà dei costumi (nella quale varietà saranno compresi anche i costumi che soggettivamente possano apparire fatui o irrazionali) quella che rende piacevole la vita nelle società liberali?

Ma era solo per dire che questo è uno di quei rari libri che mettono voglia di conversare con il loro autore, di fargli delle obiezioni e delle domande, o, posto che questo purtroppo non è più possibile, di andare in biblioteca per leggere tutto quello che ha scritto.

L’introduzione di Guido Vitiello è perfetta, del tutto degna del libro che introduce, e non era facile.

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