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Il giorno in cui mi dichiarai comunista

Angela Davis durante un corteo a Raleigh, North Carolina, contro la pena di morte, aprile 1974. (Csu Archives/Everett Collection/Getty Images)

Il viaggio a Cuba rappresentò una grande svolta nella mia vita. Dal punto di vista politico mi sentivo infinitamente più matura, come se l’illimitato entusiasmo rivoluzionario dei cubani avesse lasciato un marchio indelebile nella mia esistenza. Avevo in programma di passare qualche giorno a New York e poi di tornare direttamente a casa a Cardiff-by-the-Sea, per riflettere con calma sulle mie esperienze cubane prima di iniziare l’anno d’insegnamento all’Ucla, l’Università della California di Los Angeles.

Solo al ritorno sulla costa occidentale scoprii che un informatore dell’Fbi aveva pubblicato sul giornale dell’università un articolo a proposito di una comunista assunta di recente dalla facoltà di filosofia. Nel pezzo, William Divale rivelava di aver ricevuto dall’Fbi l’incarico di infiltrarsi nel partito comunista. Indubbiamente aveva ricevuto anche l’ordine di pubblicare il trafiletto sulla mia iscrizione al partito.

Un altro articolo era comparso sul San Francisco Examiner a firma di Ed Montgomery, uno dei giornalisti più reazionari dello stato. Secondo lui, non solo ero iscritta al partito comunista degli Stati Uniti, ma ero anche (malgrado la contraddizione) maoista. L’articolo sosteneva che appartenevo anche agli Studenti per una società democratica e al partito delle Pantere nere. L’autore aggiungeva
inoltre di aver appreso che facevo contrabbando d’armi per le Pantere, e di sapere con certezza che ero stata sorvegliata per qualche tempo dal dipartimento di polizia di San Diego.

Quando lessi queste assurdità ci risi sopra, ma allo stesso tempo intuii che mi trovavo in guai seri. I miei sospetti furono confermati quando appresi che l’organo di controllo universitario – sotto la presidenza del governatore Ronald Reagan – aveva ordinato al rettore dell’università di Los Angeles di chiedermi formalmente se ero iscritta al partito comunista.

Quando avevo accettato il posto all’Ucla, non sapevo della clausola con cui si proibiva l’assunzione di comunisti

Rimasi alquanto scossa, lo ammetto, dalla piega presa dagli avvenimenti. Non che mi aspettassi di vedere totalmente ignorata la questione della mia appartenenza al partito comunista, ma mi turbò il carattere squisitamente formale dello scontro, e quell’aspetto da inquisizione alla McCarthy.

Quando avevo accettato il posto all’Ucla, non sapevo della clausola dello statuto dei reggenti – che risaliva al 1949 – con cui si proibiva l’assunzione di comunisti. Questa norma chiaramente incostituzionale era stata rispolverata e invocata da Ronald Reagan e dai suoi accoliti per impedirmi di insegnare all’Ucla. Mentre si profilavano queste difficoltà, mi resi conto che i traguardi personali che mi ero prefissa stavano per entrare direttamente in conflitto con le esigenze della mia vita politica.

Inizialmente non avevo intenzione di cominciare a lavorare quell’anno. Non avevo
ancora preso il dottorato, e volevo finire la tesi prima di mettermi a cercare lavoro. In seguito avevo accettato il posto all’Ucla perché, comportando un impegno didattico non pesante, mi avrebbe lasciato il tempo di terminarla. Non vedevo l’ora di lasciarmi alle spalle questa parte della mia vita universitaria. Ma adesso mi avevano lanciato una sfida: raccoglierla significava rinunciare a conseguire il dottorato entro la fine dell’anno accademico.

I compagni della cellula Che-Lumumba si impegnarono a organizzare una campagna nella comunità nera di Los Angeles in difesa del mio diritto di insegnare all’Ucla . All’università, scesero in campo l’Unione degli studenti neri e l’organizzazione dei professori neri. Molti studenti e docenti cominciavano a capire la necessità di battersi contro le interferenze politiche del consiglio dei reggenti nell’autonomia dell’università. La facoltà di filosofia condannò all’unanimità la pretesa dei reggenti di interrogarmi sulle mie idee e la mia affiliazione politica. A nessuno era mai stato chiesto, come condizione per la nomina, se era democratico, repubblicano o altro.

All’attacco
Il terreno era pronto per dar battaglia. Come primo passo risposi alla lettera del rettore che mi chiedeva se ero iscritta al partito comunista. Solo il mio avvocato – John McTernan – e pochi amici intimi e compagni sapevano in che modo avrei agito; i più davano per scontato che avrei invocato il quinto emendamento, rifiutando di rispondere perché le mie parole potevano incriminarmi. Durante il maccartismo, era quella la strategia seguita da quasi tutti i comunisti, perché a quei tempi, accertato che una persona era comunista, la si poteva condannare a molti anni di prigione in base allo Smith act. Gus Hall ed Henry Winston, il segretario generale e il presidente del partito, avevano passato quasi dieci anni dietro le sbarre.

Poiché si doveva comunque ingaggiare battaglia preferii essere io a scegliere il terreno e a decidere i termini dello scontro. I reggenti erano scesi in campo con un attacco contro di me. Ora avrei preso io l’offensiva, scendendo in campo con un affondo contro di loro. Risposi alla lettera del rettore affermando in termini espliciti la mia appartenenza al partito comunista. Protestavo energicamente, a priori, per la domanda, ma mettevo bene in chiaro che ero pronta a battermi apertamente come comunista.

La risposta colse in contropiede i reggenti, e alcuni di loro presero la mia dichiarazione come un affronto personale. Replicarono alla mia mossa con una reazione impulsiva e rabbiosa: annunciarono che intendevano licenziarmi. I razzisti e gli anticomunisti di tutto lo stato fecero eco con furore. Telefonate e lettere minatorie cominciarono a bersagliare la facoltà di filosofia e la sede del partito comunista. Dovettero installare nel mio ufficio una linea telefonica speciale, per vagliare le telefonate prima di passarmele. Gli agenti di sorveglianza della città universitaria dovevano stare continuamente all’erta. Parecchie volte dovettero controllarmi l’auto perché avevo ricevuto minacce dinamitarde.

I compagni della cellula Che-Lumumba incaricarono un fratello di proteggermi in continuazione, e io dovetti modificare per motivi di sicurezza molte delle mie abitudini. Cose che avevo sempre dato per scontate divennero assolutamente fuori questione. Se, ad esempio, un lavoro non ingranava, non potevo più uscire da sola a
fare una passeggiata o un giro in macchina alle due di notte. Se finivo le sigarette a un’ora in cui quasi tutti dormivano, dovevo svegliare Josef per chiedergli di accompagnarmi a comprarle. Mi riusciva difficile abituarmi all’idea di avere qualcuno con me praticamente a ogni istante, e venivo rimproverata di continuo dai compagni della cellula Che-Lumumba perché prendevo le norme di sicurezza troppo alla leggera.

Ogni volta che non davo abbastanza peso alle norme di sicurezza, mi rammentavano tutti gli incidenti che mi erano già successi. Una volta la polizia mi aveva seguito mentre tornavo a casa in macchina, da sola, la sera tardi. Quando avevo rallentato per svoltare nel viale d’ingresso, i poliziotti avevano diretto il riflettore sulla mia auto e l’avevano tenuto puntato su di me finché non ero arrivata alla porta. Immaginando che fosse soltanto uno dei loro tentativi di infastidirmi, li avevo ignorati. Ma in seguito un compagno mi fece notare che li sottovalutavo: forse stavano architettando un piano per assassinarmi.

E non era neppure soltanto la polizia. I compagni mi ricordavano spesso che fra le migliaia di persone che mi avevano minacciato di morte poteva esserci anche un pazzo che stava davvero cercando di uccidermi. Ne bastava uno solo.

Non avevo mai aspirato a essere una rivoluzionaria pubblica! Il modo in cui avevo concepito la mia vocazione rivoluzionaria era del tutto diverso

Dopo la prima vittoria in tribunale – un’ingiunzione che vietava ai reggenti di licenziarmi per motivi politici – le lettere e le telefonate minatorie si moltiplicarono e divennero più feroci. Le minacce di bombe erano così frequenti che a un certo punto gli agenti di sicurezza dell’università smisero di controllare se nel cofano della
mia auto c’era dell’esplosivo. Dovetti imparare a farlo da me. Un pomeriggio, un agente nero in borghese interruppe la mia lezione per dirmi che avevano ricevuto serie minacce e che la polizia universitaria lo aveva incaricato di sorvegliarmi fino al momento in cui avrei lasciato l’istituto. Quel giorno, in vari punti dell’università
erano arrivate telefonate minatorie in cui si diceva che non ne sarei uscita viva.

Evidentemente era la stessa persona che aveva telefonato a parecchi miei amici e conoscenti e a gente del movimento in tutta Los Angeles. Quando uscii dall’aula, trovai ad aspettarmi Franklin, Gregory e altri compagni della cellula Che-Lumumba,
con indosso lunghi soprabiti che non riuscivano a nascondere del tutto i fucili e le carabine. Tutti ricordavano bene che appena un anno prima John Huggins e Bunchy Carter, due membri del partito delle Pantere nere, erano stati uccisi a fucilate in quell’università, non lontano dall’aula dove facevo lezione.

L’esigenza di protezione continua, se da una parte mi complicava la vita, dall’altra era solo un aspetto del problema più generale di abituarmi all’idea di essere diventata improvvisamente un personaggio pubblico, e di ritrovarmi al centro di un’attenzione eccessiva. I cronisti ficcanaso mi davano sui nervi. E detestavo sentirmi gli sguardi puntati addosso come una rarità. Non avevo mai aspirato a essere una “rivoluzionaria pubblica”! Il modo in cui avevo concepito la mia vocazione rivoluzionaria era del tutto diverso. D’altra parte, avevo accettato la sfida lanciata dallo stato: e se questo implicava di diventare un personaggio pubblico, ebbene, lo sarei diventato, superando il mio disagio personale.

C’erano però momenti di grande commozione che mi compensavano ampiamente dei lati sgradevoli della mia vita pubblica. Una volta stavo facendo la spesa in un supermercato vicino a casa. Mi accorsi che la nera di mezza età che spingeva un carrello poco lontano mi aveva riconosciuta. Quando i nostri sguardi si incontrarono, il suo si illuminò. Corse da me e mi chiese: “Lei è Angela Davis?”. Quando annuii sorridendo le vennero le lacrime agli occhi. Volevo abbracciarla, ma fu più veloce di me. Stringendomi in un caldo e solido abbraccio, mi disse in tono materno: “Non preoccuparti, bambina. Siamo con te. Non permetteremo che ti
tolgano il lavoro. Continua a combattere”. Quell’attimo, anche se fosse stato il solo frutto delle molte stagioni che avevo dedicato al movimento, avrebbe giustificato tutti i sacrifici.

Una figlia comunista
Non ebbi mai il minimo dubbio che mio padre e mia madre, nel loro modo discreto, sarebbero stati dalla mia parte. Sapevo che non si sarebbero piegati alle massicce pressioni perché condannassero la loro “figlia comunista”. E al tempo stesso capivo che più mi difendevano, più la loro stessa sicurezza era in pericolo, e me ne angustiavo. Mi preoccupava di saperli esposti al più virulento razzismo e anticomunismo sudista, e sentivo mescolarsi all’apprensione le vecchie paure della mia infanzia a Birmingham. Ricordavo il terrore che mi mettevano in corpo le esplosioni delle bombe che sventravano le case sull’altro lato della strada.

Ricordavo le armi che mio padre teneva sempre pronte nel primo cassetto in previsione di un attacco. Pensavo al periodo in cui il minimo rumore bastava a mandare mio padre o i miei fratelli alla ricerca di qualche congegno esplosivo nascosto all’esterno. Una sera, dopo che si era scatenata tutta quella pubblicità, parlai con mio fratello minore Reginald, che frequentava un college nell’Ohio. Anche lui aveva paura che i nostri genitori potessero subire un’aggressione, e voleva tornare a Birmingham per proteggerli.

Ogni volta che parlavo con papà e mamma, mi assicuravano che andava tutto bene. Forse non avevano subìto aggressioni materiali, ma intuivo dalle loro voci che venivano feriti in altri modi. Forse qualcuno che ritenevano amico, spaventato, non si era più fatto vivo perché non voleva essere messo in rapporto con i genitori di
una comunista.

Nel nostro paese l’anticomunismo ha sulla gente comune una presa psicologica molto profonda. C’è qualcosa, nella parola comunismo, che per gli incolti evoca non solo il nemico, ma anche qualcosa di immorale, di sporco. Tra i molti motivi della mia decisione di dichiarare pubblicamente l’appartenenza al partito comunista c’era anche quello di contribuire a sfatare alcune leggende su cui prospera l’anticomunismo. Se gli oppressi fossero riusciti a vedere che i comunisti si impegnavano a fondo per loro, si sarebbe dissolta la loro irrazionale paura della “cospirazione comunista”.

Presto mi avvidi che nel ghetto, tra i poveri e i lavoratori neri, le reazioni anticomuniste non erano molto radicate. Per fare un esempio: un giorno un fratello che abitava di fronte a me venne a trovarmi per chiedermi che cos’era il comunismo. “Ci dev’essere qualcosa di buono”, mi disse, “dal momento che quelli cercano
sempre di convincerci che è cattivo”.

Ma a Birmingham l’idea che la maggior parte della gente aveva di me era senza dubbio astratta e irrazionale. Molti che mi avevano conosciuta da bambina, gente che ancora desiderava volermi bene, probabilmente pensava che mi avessero intrappolata, traviata e sottoposta al lavaggio del cervello. Li immaginavo intenti a ricorrere a ogni eufemismo per evitare di definirmi con una parola brutta come comunista.

(Traduzione di Elena Brambilla)

Questo testo è un estratto del libro Autobiografia di una rivoluzionaria, di Angela Davis, edito da minimum fax.

Angela Davis sarà al festival di Internazionale a Ferrara il 30 settembre per parlare di Stati Uniti e diritti umani.

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