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(Peter Angelo Simon, Reel Art Press)
(Peter Angelo Simon, Reel Art Press)
(Peter Angelo Simon, Reel Art Press)
(Peter Angelo Simon, Reel Art Press)
(Peter Angelo Simon, Reel Art Press)
(Peter Angelo Simon, Reel Art Press)
(Peter Angelo Simon, Reel Art Press)
(Peter Angelo Simon, Reel Art Press)
(Peter Angelo Simon, Reel Art Press)

Il paradiso del campione

Nel 1974 il fotografo Peter Angelo Simon entrò a Fighter’s heaven, la tenuta di Deer Lake, in Pennsylvania, dove Muhammad Ali si preparava allo storico incontro avvenuto in Zaire (l’attuale Repubblica Democratica del Congo) con il campione dei pesi massimi George Foreman. Quella “rissa nella giungla” (the rumble in the jungle) che è stata raccontata dal regista Leon Gast nel documentario Quando eravamo re (1996).

Nel 1966 Ali aveva rifiutato di andare a combattere in Vietnam, scatenando l’ira e le critiche dell’establishment. Fu arrestato per renitenza alla leva e condannato a cinque anni di carcere. Portò la sua battaglia davanti alla corte suprema e ottenne la libertà nel 1971. Oltre alla pena detentiva, gli furono tolti anche i titoli sportivi guadagnati in precedenza, cosìcché Ali decise di riprendersi ciò che il governo gli aveva rubato. Sfidò il campione dei pesi massimi George Foreman a combattere per il titolo: l’incontro si svolse a Kinshasa il 30 ottobre 1974.

Peter Angelo Simon riuscì a stare accanto ad Ali durante il periodo preparatorio all’evento. Furono solo due giorni, l’11 e il 12 agosto, ma Simon usò 33 rullini perché era un’occasione unica: poteva ritrarre l’uomo più fotografato del mondo in una maniera privata e inedita al grande pubblico. “Quello che ha fatto Peter con la sua macchina fotografica a Deer Lake ha permesso a tutti noi di entrare nel privato di Muhammad Ali come non era mai successo prima”, afferma il regista D. A. Pennebaker. Quarantadue anni dopo, quelle foto sono diventate un libro, Muhammad Ali: fighter’s heaven 1974, pubblicato da Reel Art Press.

In quel breve periodo Simon seguì Ali dappertutto: durante gli allenamenti, in visita a una casa di cura per anziani, a chiacchierare di poesia con un estraneo mentre sorseggiavano del tè. “Ali si ‘nutriva’ delle persone, e in cambio, la sua presenza nutriva gli altri”, scrive il fotografo nell’introduzione del libro.

Nella tenuta c’erano anche delle rocce su cui Ali aveva scritto i nomi dei più grandi campioni nella storia del pugilato. “Le rocce erano metafore della sua potenza, della fatica degli allenamenti e di coloro contro i quali aveva combattuto. Se Ali spostava le montagne, quelle rocce erano le montagne”, scrive il New Yorker.

Il 30 ottobre 1974 Ali riconquistò il titolo di campione del mondo dei pesi massimi. Lo vinse ancora nel 1978. Tre anni dopo decise di ritirarsi e nel 1984 gli fu diagnosticata la sindrome di Parkinson, continuando comunque il suo impegno sociale e umanitario. Alla notizia della sua morte, avvenuta lo scorso 3 giugno, Bob Dylan ha scritto: “Se la misura della grandezza sta nell’allietare il cuore di ogni essere umano, lui era veramente il più grande di tutti. In ogni maniera possibile è stato il più coraggioso, il più gentile e il più eccellente degli uomini”.

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