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Bishopsgate, Londra, 1988. (Tim Brown)
Liverpool street station, Londra, 1987. (Tim Brown)
High road Leytonstone, Londra, 1988. (Tim Brown)
Il cantiere di Canary Wharf, Londra, 1988 (Tim Brown)
Sulla metropolitana da Westferry a Poplar, 1988. (Tim Brown)
Queen Victoria, Gillender street, Londra, 1990. (Tim Brown)
North quay junction, Londra, 1988. (Tim Brown)
Spitalfields market, Brushfield street, Londra, 1988. (Tim Brown)
High road Leytonstone, Londra, 1987. (Tim Brown)
Bow creek e Leamouth peninsula, 1990. (Tim Brown)

Un fotografo in metropolitana

Nel 1987 Tim Brown cominciò a lavorare come autista per la metropolitana di Londra. La sua linea era la Central, che attraversava la città da est a ovest. Per anni ha fotografato l’East end, che stava subendo una radicale trasformazione da area povera ed emarginata a succursale per le attività finanziarie della City.

Alla fine del turno notturno e nei fine settimana, Brown andava in giro con una Pentax carica di rullini Kodak a colori e documentava i cantieri dell’East end, interessato soprattutto alla costruzione della Docklands light railway, la nuova rete metropolitana leggera che avrebbe connesso la zona con il centro di Londra. “Era una grande novità per il trasporto pubblico, con vetture senza conducente e sempre meno impiegati. Tutto si sarebbe automatizzato”, racconta Brown.

Per anni ha tenuto queste foto per sé, e solo nel 2004 ha deciso di pubblicarle su Flickr. È così che il fotografo Chris Dorley-Brown le ha scoperte, e nel 2019 le ha pubblicate nel libro The East end in colour 1980-1990 (Hoxton Mini Press), seguito ideale del precedente volume di David Granick che prendeva in esame la stessa area di Londra ma durante il ventennio precedente.

“I suoi paesaggi urbani impassibili riescono a combinare una visione cinematografica con un’elegia per un mondo che stava scomparendo velocemente, fatto di bevute, fatica fisica, industrie, invenzioni e vita vera, che sarebbe stato sostituito da uffici e dormitori per gli impiegati del settore finanziario” scrive Dorley-Brown nell’introduzione del libro. Per mantenere intatti i colori della pellicola, Dorley-Brown non ha voluto usare uno scanner ma ha preferito fotografare direttamente le stampe con una macchina ad alta risoluzione, intervenendo al minimo nella post produzione finale.

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