×

Fornisci il consenso ai cookie

Internazionale usa i cookie per mostrare alcuni contenuti esterni e proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o negare il consenso, consulta questa pagina.

Il Burundi è di nuovo nel caos

Vigilantes armati pattugliano il centro di Bujumbura, in Burundi, il 20 novembre. (Goran Tomasevic, Reuters/Contrasto)

In Burundi otto persone sono morte negli attacchi di un gruppo armato non identificato contro due basi militari a Bujumbura. Venti attentatori sono stati uccisi, e altri 18 sono stati arrestati e inoltre due soldati sono stati uccisi. Gli attacchi sono cominciati questa mattina alle 4, secondo alcune ong sono ancora in corso e le vittime sarebbero decine.

“L’esercito starebbe reagendo contro gli attacchi, che sembrano programmati simultaneamente con l’obiettivo di neutralizzare le basi militari, e si continua a combattere per le strade della capitale”, scrive Mattia Bellei dell’associazione Gruppo di volontariato civile (Gvc).

Il presidente Pierre Nkurunziza ha vinto le elezioni presidenziali a luglio per un terzo mandato consecutivo; l’opposizione non riconosce la vittoria di Nkurunziza e ne denuncia l’incostituzionalità. Almeno 240 persone sono morte nel conflitto scoppiato ad aprile, quando Nkurunziza ha annunciato la sua candidatura per un terzo mandato.

Verso la proclamazione dello stato d’emergenza. L’11 dicembre è stato convocato un consiglio dei ministri, presieduto da Pierre Nkurunziza. Il consiglio era stato già convocato, ma secondo alcune fonti il presidente potrebbe proclamare lo stato di emergenza. Le ambasciate degli Stati Uniti, del Belgio, della Francia, dei Paesi Bassi e le Nazioni Unite hanno chiesto ai loro connazionali e al loro personale di non uscire di casa.

Il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon dieci giorni fa ha dichiarato che il Burundi è sull’orlo di una guerra con “effetti potenzialmente disastrosi su una delle regioni più fragili del continente”.

Una nuova crisi in Burundi. Dopo l’indipendenza, il Burundi è passato attraverso una serie di crisi: nel 1972, nel 1988 e nel 1993. Il paese sta vivendo un’altra profonda turbolenza, 15 anni dopo lo storico accordo di pace ad Arusha, che ha mobilitato i potenti dell’epoca, tra cui Bill Clinton e Nelson Mandela, come mediatori per porre fine alla guerra civile durata 12 anni. L’accordo ha cercato di contenere il conflitto etnico all’interno delle gerarchie politiche e militari.

Ma al contrario della guerra civile, che è stata combattuta in gran parte a causa delle divisioni tra tutsi e hutu, l’attuale conflitto è stato innescato dal terzo mandato del presidente Pierre Nkurunziza, che viola l’accordo di Arusha.

Da aprile i manifestanti sono scesi in piazza per contrastare questa mossa. Le manifestazioni pacifiche sono state represse con la forza dalla polizia. Nel corso dell’anno la situazione è peggiorata.

Diverse centinaia di burundesi sono stati uccisi, migliaia di persone hanno lasciato il paese, e l’economia è al tracollo. Le potenze internazionali hanno chiesto al governo di negoziare con l’opposizione per fermare l’escalation di violenza. Mentre le violenze continuano, il presidente dell’Uganda Yoweri Museveni è al lavoro per preparare una lista delle persone che saranno invitate ai negoziati a Kampala, ma i colloqui devono essere ancora essere convocati ufficialmente.

Di che cosa si dovrebbe discutere durante i negoziati. Il problema centrale del paese al momento è l’assenza di uno stato di diritto, secondo il sito African arguments. La comunità hutu e quella tutsi hanno sofferto atrocità enormi durante la guerra civile, ma la questione non è mai stata affrontata da un tribunale. Tutti concordano sul fatto che la crisi attuale è principalmente politica, non etnica, ma gli omicidi recenti durante le proteste sono stati caratterizzati da un’impunità simile a quella della guerra civile.

Questa situazione può essere fatta risalire alla pace di Arusha. L’accordo ha raccomandato una commissione per la verità e la riconciliazione, che doveva portare alla luce i crimini del passato e porre fine all’impunità, che però non si è mai materializzata. Inoltre non è mai stato istituito un sistema giudiziario indipendente e questo ha contribuito a rafforzare il sistema dell’impunità e il malgoverno. La priorità per coloro che hanno negoziato l’accordo era la condivisione del potere tra le diverse etnie e la fine delle violenze, non la giustizia per i crimini del passato. I prossimi negoziati dovrebbero quindi evitare che si faccia lo stesso errore di concentrarsi sul breve termine.

pubblicità