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Dieci cose da fare e da non fare nella lotta contro il gruppo Stato islamico

Una bandiera del gruppo Stato islamico a Sidone, nel sud del Libano, il 19 gennaio 2016. (Ali Hashisho, Reuters/Contrasto)

Nel corso dell’ultimo anno i movimenti estremisti violenti hanno ottenuto alcune impressionanti vittorie. Il gruppo Stato islamico (Is) ha consolidato il suo controllo su una larga porzione dell’Iraq e della Siria, attirando decine di migliaia di stranieri, affermandosi in altri territori ed effettuando attentati terroristici in Medio Oriente e altrove. Le succursali di Al Qaeda in luoghi come Yemen, Siria e Somalia si dimostrano resistenti e in certi casi più forti che mai.

Gli attentati dell’Is in occidente – apparentemente frutto di un coordinamento centralizzato nel caso di Parigi, ed effettuati da cani sciolti altrove – hanno spinto le potenze occidentali a rispondere con più forza. Naturalmente si può fare di più nella lotta all’Is. Ma qualsiasi azione deve scaturire da un’attenta diagnosi del problema, evitando gli errori del passato.

Tenendo questo a mente, ecco una lista di dieci cose da fare e da non fare nella lotta contro l’Is. Nascono tutte dall’esperienza pluriennale dell’International crisis group nello studio dei movimenti estremisti e dei conflitti da essi alimentati, oltre che da riflessioni relative alle operazioni di controterrorismo degli ultimi quindici anni.

Non sovrastimare la minaccia

Il gruppo Stato islamico (Is) ha dimostrato la sua potenza e potrebbe ancora crescere, ma in passato gli estremisti hanno spesso tratto beneficio dalle reazioni eccessive dei loro nemici. Le loro azioni terroristiche sono spesso concepite per provocare delle rappresaglie di violenza indiscriminata che gli offrono ulteriori benefici. Lo stesso Is è, almeno in parte, un prodotto della “guerra al terrore” statunitense nata dall’11 settembre. I leader di Stati Uniti ed Europa farebbero bene a soppesare più attentamente la loro retorica, evitando di alimentare le paure, assicurandosi di non alienarsi intere comunità e usando la forza in modo sensato.

Non aspettarsi che siano le bombe a sconfiggere l’Is

Le bombe possono danneggiare i campi d’addestramento, indebolire le strutture di comando e uccidere i leader. Ma nessun movimento ribelle radicato in una comunità è mai stato sconfitto solamente con le bombe. Chi bombarda rimarrà a corto di bersagli, ma l’Is manterrà il controllo su alcune parti della Siria e dell’Iraq.

Le bombe da sole potrebbero dimostrarsi persino controproducenti: le vittime civili e i danni alle infrastrutture possono spingere una comunità nelle braccia degli estremisti. Alla fine, è necessario che i combattimenti si svolgano sul terreno.

Non aspettarsi che siano gli alleati a condurre questa guerra di terra

Può darsi che l’Is abbia molti nemici, ma pochi dei suoi avversari nella regione credono che il gruppo sia la priorità numero uno. Ai sauditi interessa di più indebolire l’Iran. Le priorità della Turchia in Siria sono cacciare Assad e limitare il separatismo curdo. I curdi siriani hanno a cuore il Kurdistan. All’Iran, come al regime di Assad, e per ora alla Russia, interessa più mantenere al potere il presidente siriano che sconfiggere l’Is. Le strategie politiche regionali e la crescente competizione tra stati sono state una manna per l’Is e oggi complicano i tentativi di sconfiggerlo.

Non sottovalutare le radici politiche, economiche e sociali dell’Is concentrandosi solo sulla sua propaganda religiosa

È vero, dei molti elementi che compongono l’Is, alcuni sono di natura religiosa e perseguono scopi d’ispirazione teologica. Ed è anche vero che decenni di propaganda religiosa finanziata dai paesi del Golfo, attraverso la scuola e la tv satellitare, hanno contribuito a creare un ambiente molto ricettivo nei confronti di questo messaggio.

Ma in Medio Oriente, dove l’Is e altri gruppi jihadisti hanno ottenuto il sostegno o la tacita accettazione delle comunità da loro controllate, il motivo è legato, più che alla loro ideologia, a quanto riescono materialmente a offrire alle persone che vivono in zone di conflitto o in stati al collasso.

Il sostegno ricevuto dall’Is è dovuto in buona parte alla repressione subita dai sunniti in Iraq e in Siria e al fatto che si sia rivolto alle persone più isolate ed emarginate all’interno della comunità sunnita. In Europa, la nuova generazione di giovani radicalizzati si avvicina all’Is online, e non tramite le moschee, per motivi che spesso hanno poco a che fare con la religione e molto più con la violenza o la fratellanza. Parafrasando lo studioso francese Olivier Roy, stiamo assistendo all’islamizzazione del radicalismo e non alla radicalizzazione dell’islam.

Non portare avanti politiche contro l’Is che potrebbero peggiorare le condizioni che ne hanno permesso l’ascesa

La crescente influenza dell’Is, come quella di altri gruppi estremisti, è in buona parte dovuta alla violenza e a decenni di esercizio repressivo del potere. Il tentativo di eliminare la minaccia appoggiando dei governi repressivi – e in particolare quelli che giudicano violenti estremisti tutti i loro nemici – rischia di spingere un numero sempre maggiore di loro nemici a unirsi agli estremisti. E concentrarsi solo sull’estremismo può spingere i governi a sottovalutare le altre cause della fragilità da cui nascono le crisi e il collasso degli stati che favoriscono gli estremisti.

Comprendere la natura complessa del problema

L’Is e gli altri gruppi estremisti sono sintomi del profondo sconvolgimento in atto in Medio Oriente. I contrasti tra sciiti e sunniti e il radicato senso di persecuzione avvertito da questi ultimi sono, naturalmente, tra i principali fattori della sua ascesa. Meno noti, ma forse non meno importanti, sono i contemporanei cambiamenti all’interno delle stesse comunità sunnite, soprattutto in Iraq, dove l’Is ha approfittato di varie linee di frattura sociali – urbane, rurali, tribali, generazionali e così via – per assegnare ad altri, e non solo agli estremisti, un ruolo importante nella continuità del proprio potere.

Essere prudenti nell’uso della forza

Per combattere l’estremismo spesso è necessario ricorrere alla forza, ma si tratta sempre di uno strumento spuntato, soprattutto quando l’obiettivo principale, come bisogna che sia, è ottenere il sostegno delle comunità. Solo le forze capaci di creare delle relazioni positive con le comunità locali dovrebbero prendere parte a un attacco.

Per quanto riguarda la lotta all’Is, questo significa probabilmente che andrebbero evitate le azioni militari degli sciiti nelle aree a maggioranza sunnita e quelle dei curdi in territori arabi. Impone inoltre prudenza nei confronti delle forze sunnite locali che potrebbero avere dei conti in sospeso da regolare. Se non è possibile minimizzare la sofferenza di una comunità locale, è probabilmente preferibile evitare di tentare di riconquistare dei territori, contenendo piuttosto l’Is all’interno dei suoi attuali confini.

Riconquistare del territorio ma perdere nuovamente delle persone, come accaduto sia dopo l’invasione statunitense dell’Iraq sia dopo le primavere arabe, è peggio che lasciarne all’Is il controllo.

Cercare apertamente di mettere fine alla polarizzazione che sta lacerando il Medio Oriente, e non contribuirvi in maniera inconsapevole

La crescente rivalità tra le monarchie del Golfo, in particolare tra l’Arabia Saudita e l’Iran, che oggi si riflette nell’asse Iran-Russia contrapposto alla coalizione a guida saudita, rappresenta una minaccia alla stabilità non meno seria dell’Is, che inasprisce le correnti settarie della regione e crea spazio per l’estremismo.

I leader occidentali dovrebbero riconoscerlo pubblicamente e raddoppiare gli sforzi per attenuare le tensioni. Se non lo faranno, nessuna strategia per sconfiggere l’Is potrà essere efficace.

Aumentare gli sforzi per mettere fine alle guerre in corso e prevenirne altre, soprattutto rispondendo in maniera sensata al terrorismo

Senza degli accordi di pace che tengano ragionevolmente conto delle diverse posizioni in Siria, nello Yemen e in Libia, sarà impossibile opporsi a gruppi legati all’Is o ad Al Qaeda, perché sono cresciuti durante la rivalità armata tra altri attori più potenti.

Poiché è probabile che qualsiasi crisi nel mondo musulmano assuma una dimensione estremistica, anche in paesi con scarsa tradizione salafita o jihadista, è fondamentale prevenire i conflitti per proteggere gli stati che ancora resistono. Questo implica sostenere quanti si trovano in pericolo, come accade oggi nel Sahel, dove traffici criminali di ogni tipo si trasformano facilmente in violenza politica.

Poiché gruppi jihadisti come l’Is si radicano solo dopo lunghi periodi di scontento al livello locale, di risposte basate solo sulle misure di sicurezza e di conflitti a bassa intensità che hanno avuto il tempo d’inasprirsi, è fondamentale concentrarsi sulla prevenzione e su un’azione tempestiva. Quando un conflitto locale si è radicalizzato, acquista una dimensione transnazionale che rende molto più difficile raggiungere una soluzione politica. E quindi anche se è il Medio Oriente ad andare a fuoco, l’Europa non dovrebbe dimenticare il Sahel e l’Africa subsahariana.

I paesi sviluppati devono dare la priorità alla sicurezza interna rispetto alle missioni militari in Medio Oriente

Le missioni militari possono in teoria diminuire l’attrattiva e l’influenza dei movimenti jihadisti, dimostrando che questi non sono invincibili. Ma il loro successivo sradicamento sarà il risultato di processi politici che potrebbero richiedere decenni.

Nel frattempo, è fondamentale evitare una pericolosa frammentazione delle società multiculturali occidentali. Questo impone un chiaro rifiuto della politica della paura. Ma un simile rifiuto sarà possibile solo se il terrorismo sarà arginato, il che richiede lo stanziamento di risorse sufficienti a proteggere il fronte interno.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è uscito sul sito del World economic forum.

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