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Il Perù al voto non dimentica la dittatura

La protesta contro l’autogolpe del 1992 e contro Keiko Fujimori, figlia dell’ex dittatore Alberto Fujimori e favorita alle presidenziali di domenica prossima, a Lima, 5 aprile 2016. (Rodrigo Abd, Ap/Ansa)

Come ogni 5 aprile, anche ieri decine di migliaia di peruviani sono scesi in piazza per ricordare le violazioni dei diritti umani e la corruzione che hanno caratterizzato il governo del presidente Alberto Fujimori, al potere dal 1990. Il 5 aprile 1992, con l’aiuto dell’esercito, Fujimori sciolse il parlamento e assunse il controllo del potere giudiziario. Nel 1993 varò una nuova costituzione che permetteva la rielezione immediata del presidente e che gli consentì di restare al potere per dieci anni consecutivi, fino al 2000.

Le organizzazioni per la difesa dei diritti umani sostengono che il paese soffre ancora oggi le conseguenze di quel giorno del 1992: limitazioni alle libertà individuali, corruzione diffusa, controllo dei mezzi d’informazione. L’ex presidente sta scontando una condanna a 25 anni per crimini contro l’umanità e corruzione.

Le manifestazioni sono state particolarmente sentite quest’anno, perché l’anniversario dell’autogolpe cade a cinque giorni dal primo turno delle elezioni presidenziali in cui la figlia dell’ex dittatore è la favorita.

Varie associazioni che difendono i diritti umani e alcuni sindacati hanno lanciato una campagna contro la sua eventuale elezione. La protesta si muove sui social network con l’hashtag #KeikoNoVa (Keijo non va bene) e nelle piazze: nelle ultime settimane ci sono state tre grosse manifestazioni in varie città del Perù, tra cui la capitale Lima.

Il timore dei manifestanti è che se fosse eletta presidente, Keiko possa seguire le orme del padre e rilanciare un regime autoritario. Non è bastato che la favorita abbia firmato un documento con cui si è pubblicamente impegnata a rispettare le istituzioni democratiche e i diritti umani. Fujimori ha anche assicurato che non userà il potere politico per concedere benefici ai suoi familiari.

La candidata alla presidenza del Perù Keiko Fujimori, figlia dell’ex presidente Alberto Fujimori, ora in carcere per crimini contro l’umanità. Lima, 3 aprile 2016.

Keiko Fujimori non è una presenza nuova sulla scena politica peruviana. Quando nel 1994 sua madre Susana Higuchi annunciò il divorzio da Alberto Fujimori, già presidente del paese, Keiko diventò la first lady a soli 19 anni. Higuchi sostenne di essere stata torturata con delle scariche elettriche per aver denunciato episodi di corruzione nel governo del marito.

Nel 2000, quando il padre rinunciò alla presidenza con un fax spedito dal Giappone, scappò dal palazzo del governo usando un’uscita secondaria. Andò a studiare negli Stati Uniti e ci rimase fino al 2005, quando il padre fu arrestato mentre si trovava in Cile. Nel 2006 è stata eletta deputata di Fuerza popular, partito che raccoglie il testimone del fujimorismo. Alle presidenziali del 2011 è arrivata al ballottaggio e ha perso contro Ollanta Humala, che il 5 aprile 2016 – a pochi giorni dallo scadere del suo mandato presidenziale – ha applaudito i manifestanti della marcia #KeikoNoVa.

Gli altri candidati

La figlia dell’ex dittatore, in testa nei sondaggi, otterrebbe circa il 35 per cento dei consensi. È quasi scontato quindi che il prossimo presidente del Perù sarà eletto al ballottaggio del 5 giugno.

Dopo il dibattito di domenica 3 aprile, i candidati che possono sperare di arrivare al secondo turno sono solo tre. Fujimori ne è praticamente certa. Il candidato di destra, l’economista Pedro Pablo Kuczynski, e la candidata di sinistra Verónika Mendoza, del Frente amplio, si contendono il secondo posto.

I sondaggi registrano che il consenso raccolto dal primo è stabile dall’inizio della campagna elettorale e inchiodato al 16 per cento. Invece Mendoza è in costante ascesa e a quattro giorni dal voto incalza il candidato di destra con appena due punti percentuali di svantaggio.

A differenza di qualche settimana fa, non appare più tanto scontato che Kuczynski strappi il secondo posto e la possibilità di giocarsi la presidenza al ballottaggio. Scrive di lui l’analista politico Rogelio Núñez: “I suoi 77 anni, lo scarso carisma e gli errori fatti in campagna elettorale (ha detto che Mendoza è ‘una rossa che non ha mosso un dito in tutta la sua vita’) non l’hanno certo aiutato a salire nelle intenzioni di voto. La paura verso la sinistra più radicale, rappresentata da Mendoza, e il rifiuto del fujimorismo in ampi settori dell’elettorato, sono i suoi unici alleati”.

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