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La Sicilia al voto, in cinque grafici

Beppe Grillo con Giancarlo Cancelleri, candidato del Movimento 5 stelle alla presidenza della regione siciliana, Palermo, ottobre 2017. (Francesco Bellina)

Domenica 5 novembre in Sicilia si vota per eleggere il presidente della regione e i deputati dell’assemblea regionale. Gli schieramenti principali che si contendono la guida di palazzo dei Normanni sono tre. Nello Musumeci, 62 anni, ex Msi e poi An, guida una coalizione di centrodestra che comprende i partiti Forza Italia, Fratelli d’Italia, Udc e Noi con Salvini. Fabrizio Micari, 54 anni, rettore dell’università di Palermo dal 2015, è il candidato del Partito democratico, sostenuto anche dal presidente della regione, Rosario Crocetta. Giancarlo Cancelleri, 42 anni, geometra, è il candidato del Movimento 5 stelle.

Alla corsa partecipano anche Claudio Fava, 60 anni, giornalista e scrittore, sostenuto da una coalizione di sinistra, composta da Mdp, Sinistra italiana, Rifondazione comunista e Verdi. E Roberto La Rosa, 61 anni, avvocato, alla guida del movimento indipendentista Siciliani liberi.

Per tutti gli osservatori, e per gli stessi partiti che partecipano alla competizione elettorale, il voto siciliano è un passaggio fondamentale in vista delle elezioni politiche previste per marzo 2018.

Nello Musumeci, leader della coalizione di centrodestra, Palermo, ottobre 2017.

I cinquestelle, dopo le inchieste a Roma e le difficoltà a Torino, cercano un rilancio proprio a partire dai risultati nell’isola: “Prima la Sicilia, poi il governo”, è stato lo slogan usato da Beppe Grillo. Il centrodestra misura la sua ritrovata unità, mentre Matteo Renzi ha provato a minimizzare: “Le elezioni siciliane non sono un test nazionale”, ha detto.

Secondo gli ultimi sondaggi, la partita è tra il candidato del centrodestra e quello dei cinquestelle. L’istituto Demos ha calcolato che Musumeci otterrebbe il 35,5 per cento delle preferenze, mentre Cancelleri il 33,2, Micari il 15,7, Fava il 13,8 e La Rosa l’1,8.

Tuttavia, c’è ancora incertezza e i candidati stanno provando a sfruttare questi ultimi giorni per convincere gli elettori. I temi più dibattuti sono astensionismo, disoccupazione, povertà, emigrazione e immigrazione.

Astensionismo

Il 5 novembre sono chiamati alle urne 4,6 milioni di siciliani, ma il 26 per cento di loro non sa che ci sono le elezioni. “È un dato che, accanto alla progressiva disaffezione dei cittadini alla politica regionale, pesa in modo significativo sulla partecipazione al voto”, dice Pietro Vento, direttore dell’istituto Demopolis che ha condotto la ricerca.

Dal 2001, il presidente della regione è eletto a suffragio diretto. In questi 16 anni, l’affluenza ha registrato alti e bassi, fino a scendere per la prima volta sotto il 50 per cento nelle elezioni del 2012.

Oggi solo il 12 per cento dei siciliani avrebbe fiducia nella regione come istituzione, mentre nel 2006 era il 33 per cento. Nel 2012, il M5s aveva capitalizzato questa disaffezione, incentrando la campagna elettorale sulla distanza dal sistema dei partiti che aveva governato fino ad allora, e diventando il partito più votato dell’isola. In questi cinque anni, intanto, nel governo guidato da Rosario Crocetta si sono alternati 59 assessori, facendo del presidente il governatore meno apprezzato in Italia.

Il centrosinistra è apparso più volte diviso nel sostegno a Crocetta, così come si era diviso nel 2010, ai tempi dell’appoggio al governo guidato da Raffaele Lombardo, fondatore del Movimento per le autonomie in seguito indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e condannato in appello per voto di scambio. Il centrodestra ha invece ritrovato l’unità dopo la spaccatura nel 2012 tra Musumeci e Gianfranco Micciché, leader storico di Forza Italia in Sicilia, che in quell’occasione decise di correre da solo.

Disoccupazione

Il lavoro è stato uno dei temi più dibattuti in questa campagna elettorale, ed è in generale un problema con cui i governi dell’isola fanno i conti da sempre. Il lavoro e, ovviamente, la mancanza di occupazione. Nel 2016 cinque regioni italiane hanno fatto registrare un tasso di disoccupazione alto più del doppio rispetto alla media dell’8,6 per cento nell’Unione europea. La Sicilia è al secondo posto in Italia per numero di disoccupati.

La situazione è peggiore per i più giovani. Nella fascia tra i 15 e i 24 anni, il tasso di disoccupazione raggiunge il 57 per cento. Una cifra superata solo in Calabria, dove la disoccupazione giovanile segna il 58 per cento.

Povertà

Una delle conseguenze della mancanza di lavoro è un tasso di povertà tra i più alti in Italia. In Sicilia, secondo l’Istat, più della metà dei residenti – il 55,4 per cento – vive in famiglie a rischio povertà o esclusione.

Nell’isola, i livelli di grave deprivazione materiale sono più che doppi rispetto alla media italiana. Mentre se si prende in considerazione la variabile del reddito, con una media di 25mila euro a famiglia la Sicilia è all’ultimo posto in Italia.

Emigrazione

Come in una specie di effetto domino, tutto questo influisce enormemente su chi decide di abbandonare l’isola. Nel 2016, i siciliani che hanno trasferito la residenza all’estero sono stati 11.501, il 17 per cento in più rispetto all’anno prima. In totale, sono più di 700mila: ragazzi, ragazze, donne, uomini e intere famiglie che in questi anni se ne sono andati e hanno contribuito a fare della Sicilia la prima regione in Italia per numero di iscritti all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire).

Nella lista delle venticinque città italiane con più iscritti all’Aire, la provincia di Agrigento ne conta quattro, un caso unico in Italia. Aragona è il comune italiano dove l’incidenza del numero dei residenti all’estero su quello dei residenti nel paese tocca il punto più alto: 8.491 persone su 9.463, l’89 per cento.

Se si considera che le statistiche non tengono conto di tutti quei siciliani che se ne sono andati ma non hanno cambiato residenza, si capisce che i numeri messi insieme finora non sono che la punta dell’iceberg di un problema ben più grave e profondo.

Immigrazione

Accanto ai numeri di chi se ne va, ci sono quelli di chi arriva. Secondo il ministero dell’interno, da gennaio 2017 a oggi, le persone sbarcate in Italia sono più di 111mila. La maggior parte di loro è arrivata nei porti di Catania, Augusta, Pozzallo, Lampedusa, Palermo e Trapani.

Fabrizio Micari, candidato del Partito democratico, Palermo, ottobre 2017.

Nel 18 per cento dei casi, il loro paese d’origine è la Nigeria, il 9,5 per cento arriva dalla Guinea, il 9,4 per cento dal Bangladesh, l’8,8 per cento dalla Costa d’Avorio. A dispetto dei titoli sui mezzi d’informazione che parlano di “invasione”, la situazione negli ultimi anni è questa:

Delle 181mila persone arrivate in Italia nel 2016, in Sicilia 1.370 sono state accolte nel sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar); 4.498 sono finite negli 88 centri di accoglienza straordinaria (ce ne sono cinque volte di più in Lombardia, più del doppio in Campania, in Toscana e in Piemonte); 206 negli hotspot di Lampedusa, Pozzallo e Trapani; e 4.559 nei centri di prima accoglienza.

Nello stesso anno, le persone con permesso di soggiorno nell’isola erano 113mila, il 2,9 per cento di tutte le persone con permesso di soggiorno in Italia. Molte di loro sull’isola vivono e lavorano. Gli stranieri residenti sono infatti quasi 190mila, cioè il 3,7 per cento dei residenti siciliani.

Di fronte a questi numeri, la retorica dell’invasione si sgonfia. Eppure molti leader nazionali per sostenere i candidati locali hanno preferito mantenere il focus sull’immigrazione, invece di parlare e affrontare i numeri che raccontano una regione su cui da anni grava il rischio di fallimento.

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