I pirati somali sono tornati, grazie anche alla guerra in Iran
Tra il 21 aprile e il 2 maggio i pirati somali hanno preso il controllo di tre navi: due petroliere – la Honor 25 e la Mt Eureka, rispettivamente di Palau e Togo – e la nave da carico egiziana Sward. La Mt Eureka è stata abbordata al largo dello Yemen e portata in Somalia. Più di un mese dopo le tre imbarcazioni sono ancora in mano ai pirati, che chiedono riscatti molto alti. Vari altri tentativi d’assalto sono stati segnalati di recente al largo della Somalia, tra l’oceano Indiano e il golfo di Aden, punto d’accesso al mar Rosso.
Negli ultimi mesi i pirati si sono anche impadroniti di alcuni dhow, barche a vela tradizionali per il commercio e la pesca molto diffuse nella regione. I pirati li usano come “navi madre” perché si confondono con normali imbarcazioni commerciali e hanno stive molto ampie per il carburante, le provviste, le armi e perfino i barchini veloci da usare per gli assalti finali. In questo modo i pirati possono rimanere in mare aperto per settimane, in attesa dell’occasione giusta.
“Gli eventi delle ultime settimane fanno temere che le reti di pirati attive lungo le coste settentrionali della Somalia si siano riorganizzate, dopo che negli ultimi anni le missioni navali internazionali avevano ridotto in modo significativo gli attacchi”, afferma il quotidiano keniano The Standard.
Poco contrasto
L’economista Anja Shortland e il criminologo Federico Varese ricordano su The Conversation che “tra il 2005 e il 2012 i pirati somali hanno condotto più di mille attacchi contro navi straniere, impadronendosi di 218 imbarcazioni e prendendo in ostaggio più di 3.700 marinai. In quel periodo gli armatori sono stati costretti a pagare circa 50 milioni di dollari all’anno in riscatti. Secondo le stime, la riduzione degli scambi commerciali e l’aumento delle spese per la sicurezza sono costate all’economia globale fino a 18 miliardi di dollari”.
“Da allora”, continuano i due studiosi, “la pirateria è stata tenuta a bada con una combinazione di guardie di sicurezza private a bordo dei mercantili, pattuglie navali e progetti di sviluppo sulla terraferma. Ma pochissimi boss sono stati processati e le reti di approvvigionamento e sostegno non sono mai state smantellate. Gli eventi delle ultime settimane dimostrano che erano semplicemente inattive”.
Secondo la Cnn, “i pirati somali stanno approfittando della guerra in Iran, che costringe le navi da carico a evitare le rotte tradizionali e a fare lunghe deviazioni intorno all’Africa, entrando quindi nelle loro zone d’attività”.
“Il conflitto in Medio Oriente ha bloccato lo stretto di Hormuz, dove in tempi normali transita il 20 per cento del petrolio, del gas naturale e delle materie prime strategiche del mondo. Molte delle principali compagnie del trasporto marittimo hanno quindi deciso di circumnavigare l’Africa, allungando i viaggi di settimane e spingendo le navi verso l’instabile bacino somalo”, afferma l’emittente statunitense.
“Queste modifiche alle rotte comportano una spesa aggiuntiva di circa un milione di dollari per nave a causa dei maggiori costi operativi, legati in particolare al carburante e alle assicurazioni. Ma hanno anche permesso ai pirati di tornare alla ribalta dopo anni di relativa calma lungo le coste somale”, aggiunge la Cnn.
Il centro studi Iss Africa sottolinea che “le pattuglie navali multinazionali presenti nella regione dal 2008 sono oggi ridotte ai minimi termini a causa dei trasferimenti verso il mar Rosso e lo stretto di Hormuz. L’operazione Atalanta dell’Unione europea è ancora in corso, limitata però a due navi con supporto aereo”.
Secondo il centro studi, tre gruppi di pirati, uno dei quali capace di condurre assalti “particolarmente sofisticati”, si stanno attualmente consolidando nel nord della Somalia.
Oltre alla guerra in Iran, Shortland e Varese citano altre due cause dell’aumento della pirateria: la crisi politica e la povertà in Somalia.
I picchi d’attività dei pirati coincidono da sempre con i periodi di maggiore instabilità politica e militare in Somalia, scrivono. “Il paese sta attualmente attraversando una grave crisi costituzionale legata al rinvio delle elezioni previste nel 2026”, che negli ultimi giorni ha anche provocato dei combattimenti a Mogadiscio tra forze governative e dell’opposizione.
“Inoltre”, proseguono, “l’aumento dei costi di generi alimentari, carburante e fertilizzanti, unito allo smantellamento dei programmi di sviluppo finanziati dagli Stati Uniti, sta aggravando la povertà in Somalia. Gli aiuti umanitari statunitensi al paese sono scesi da 467 milioni di dollari nel 2024 a 70 milioni nel 2025 e ad appena tre milioni dal 1 gennaio al 31 marzo 2026”.
“Molti abitanti sono quindi alla disperata ricerca di nuove fonti di reddito. Nelle zone costiere della Somalia e dello stato semiautonomo del Puntland i pirati sono ricordati come datori di lavoro generosi, che ridistribuivano una parte dei guadagni alle comunità locali, in modo da ottenere il loro sostegno”, aggiungono i due esperti.
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Secondo Iss Africa, “la Somalia e gli stati confinanti devono quindi affrontare con la massima urgenza le cause che alimentano la pirateria. Tra queste c’è la pesca illegale, che minaccia gli ecosistemi marini e il benessere delle comunità locali. Il declino dei mezzi di sussistenza legati al mare e la scarsità di fonti di reddito alternative stanno spingendo gli abitanti a emigrare o a unirsi ai pirati”.
Questa posizione è condivisa da Shortland e Varese: “Anche se la pirateria si manifesta come un problema marittimo, dev’essere risolto sulla terraferma. Costruire infrastrutture che favoriscano il commercio regionale e lo sviluppo locale è meglio che limitarsi a combattere la pirateria in mare”.
Simon Dunaway