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Il ruolo dell’Italia nella guerra all’Iran

La base militare di Sigonella, in Sicilia, 29 aprile 2022 (Fabrizio Villa, Getty Images)

Riferendo al parlamento il 5 marzo, il ministro della difesa Guido Crosetto ha detto che l’Italia non è in guerra, che non è stata coinvolta nella decisione di Stati Uniti e Israele di cominciare il conflitto contro l’Iran, che non l’ha voluto e non l’ha condiviso. Ha anche chiarito che si tratta di un’azione al di fuori della legalità internazionale.

Il ministro ha poi aggiornato il parlamento sui contingenti militari italiani presenti nella regione interessata dalla guerra (Libano e paesi del Golfo), e ha detto che l’Italia si sta coordinando con altri stati europei (in particolare con Francia, Germania, Polonia e Regno Unito) per garantire sicurezza e assicurare i le rotte commerciali verso l’Europa.

Ha aggiunto anche di avere valutato “la possibilità di dispiegare un dispositivo multidominio (una tecnologia avanzata di difesa in grado di operare e coordinare azioni su più ambiti, da quelle via terra a quelle sul web, ndr) nazionale in Medio Oriente al fine di contribuire alla realizzazione di un ambiente sicuro e alla stabilità regionale”.

Parlando della presenza di basi e installazioni militari statunitensi sul territorio italiano ha detto di non avere ricevuto nessuna richiesta da parte degli Stati Uniti di impiegarle per usi diversi da quelli ordinari, regolati dagli accordi tra i due paesi. In particolare ha detto che gli accordi con Washington prevedono che le basi siano usate per “le attività relative alle operazioni della Nato e quelle addestrative di supporto e operative non cinetiche”.

Quindi per attività che non sono direttamente legate ai bombardamenti. “Parliamo dunque di supporto logistico, addestramento, cooperazione tecnico-operativa e velivoli non destinati al combattimento”, ha sottolineato il ministro, aggiungendo che al momento non è stata avanzata nessuna richiesta “relativa a scenari diversi da questo perimetro”. Poi ha aggiunto che se questa richiesta ci dovesse essere, sarà sottoposta al parlamento per l’approvazione.

L’11 marzo la presidente del consiglio Giorgia Meloni, sollecitata da molte critiche, ha riferito in parlamento sul ruolo delle basi statunitensi e ha confermato quanto già detto dal ministro della difesa cinque giorni prima: non c’è stata alcuna richiesta da parte di Washington, l’attività delle basi statunitensi in Italia non comporta alcuna partecipazione ai raid. Ma giornalisti e attivisti smentiscono la versione del governo, denunciando un’attività intensa dei mezzi militari nella base statunitense di Sigonella, in Sicilia, che potrebbe avere un ruolo nei bombardamenti in corso.

Le basi militari statunitensi in Italia

In Italia ci sono più di 120 installazioni e basi statunitensi. Tra questi una ventina di siti sono segreti per motivi di sicurezza. Non sempre si tratta di basi militari in senso stretto, ma di antenne, radar, poligoni, centri di ricerca. In alcuni di questi luoghi ci sarebbero anche testate nucleari, come ad Aviano e a Ghedi.

Alcune basi sono gestite direttamente dagli Stati Uniti, altre sono sotto il controllo dall’Alleanza atlantica (Nato), altre ancora sono messe a disposizione degli alleati e sono gestite in maniera condivisa da Italia, Nato e Stati Uniti.

Secondo fonti ufficiali, in totale l’Italia ospita circa tredicimila militari statunitensi sul suo territorio. Se si considerano anche le famiglie e il personale ausiliario, la presenza complessiva collegata alle basi statunitensi può superare le ventimila persone.

Le basi militari più importanti sono sette:

  • Aviano (Friuli-Venezia Giulia): base aerea dell’US air force, sede del trentunesimo Fighter wing con aerei da combattimento (F-16) e hub operativo per le missioni Nato. Ci lavorano circa quattromila persone.
  • Sigonella (Sicilia): grande base aerea e centro logistico per operazioni nel Mediterraneo, supporta aviazione navale, droni e collegamenti con altre unità sia statunitensi sia della Nato. Ci lavorano circa quattromila persone.
  • Napoli (Campania): quartier generale della US navy per l’Europa e l’Africa. Coordina operazioni navali, logistica e supporto alle flotte. Ospita circa 8.500 persone, tra cui ufficiali, civili e famiglie.
  • Caserma Ederle (Vicenza, Veneto): sede del US army garrison Italy e di unità dell’esercito come la 173rd airborne brigade e comando dalla US army Africa. Ci lavorano migliaia di soldati e personale di supporto.
  • Caserma Del Din (Vicenza, Veneto): funzioni di supporto tattico e logistico e unità di fanteria.
  • Camp Darby (Toscana, tra Pisa e Livorno): importante deposito logistico e di munizioni per le forze di Nato e Stati Uniti. Ci lavorano circa duemila persone.
  • Ghedi (Brescia, Lombardia): base aerea che sostiene le unità della Nato e degli Stati Uniti. Secondo diverse fonti, è anche collegata allo stoccaggio di armi nucleari in Europa. Ci lavora qualche centinaio di persone.

Fonte della mappa: Peacelink

Come funzionano le basi

Le basi si trovano su territorio italiano e sono regolamentate da accordi bilaterali tra Italia e Stati Uniti secondo cui l’Italia mantiene la sovranità territoriale, mentre gli Stati Uniti operano in base ai trattati di cooperazione. Come ha ricordato lo stesso Crosetto il 5 marzo, gli accordi risalgono agli anni cinquanta.

L’Italia è entrata nella Nato nel 1949 e nel 1951 c’è stata la firma del primo accordo bilaterale di cooperazione militare con Washington nel quadro dello Status of forces agreement (Sofa), cioè degli accordi della Nato che stabiliscono lo status legale delle forze armate straniere nei paesi membri dell’alleanza.

La prima base è stata aperta a Camp Darby, tra Livorno e Pisa, nel 1952. È stata intitolata al generale statunitense William Darby, morto in Italia nel 1945 a 34 anni durante la seconda guerra mondiale.

Nel 1954 è stato firmato il primo accordo tra l’Italia e gli Stati Uniti sull’uso delle installazioni militari sul territorio italiano: il Bilateral infrastructure agreement (Bia). Regola l’uso delle basi da parte degli Stati Uniti e definisce i princìpi generali per l’uso delle infrastrutture e dei terreni messi a disposizione. Ma in buona parte è tuttora riservato. Questo spiega l’opacità che ancora circonda le operazioni militari statunitensi in corso. Gli accordi sono stati poi aggiornati nel 1973 e nel 1995 (Shell agreement).

Come ha spiegato Crosetto il 5 marzo al parlamento, gli accordi tra Roma e Washington “costituiscono la cornice giuridica in vigore da decenni” per l’uso delle basi statunitensi in Italia. Ma i dettagli tecnici dei singoli accordi (specialmente del Bia) non sono pubblici e spesso hanno delle clausole diverse per ogni base.

Questo ha causato numerose controversie: per esempio nel 2011 alcuni file pubblicati da Wikileaks hanno rivelato che nel 2003 aerei decollati da Aviano verso il nord dell’Iraq erano stati considerati dal governo italiano come parte di operazioni logistiche, anche se in realtà avevano partecipato ad azioni di guerra.

I droni Triton a Sigonella

La Naval air station di Sigonella è una delle basi statunitensi più importanti in Italia, a quindici chilometri da Catania. È definita dai vertici del Pentagono come un “hub del Mediterraneo”. Secondo gli analisti, sarebbe la base sul territorio italiano che sta avendo un ruolo attivo nel conflitto in corso. Da Sigonella partono infatti i droni Mq-4c Triton e gli aerei P8 Poseidon.

I Triton, parte dell’equipaggiamento della marina militare statunitense dal 2023, sono velivoli senza pilota di grosse dimensioni: sono lunghi poco più di tredici metri e hanno un’apertura alare di quasi quaranta, per un peso di più di quattordici tonnellate. Sono prodotti dalla statunitense Northrop Grumman e operano a un’altitudine superiore ai 15mila metri. Hanno inoltre un’autonomia di ventiquattr’ore e raggiungono una velocità di 610 chilometri orari. Dall’inizio della guerra all’Iran e nel Golfo si sono alzati quotidianamente dalla base di Sigonella, spingendosi nel golfo Persico, nel mar Rosso, oppure sulle coste iraniane.

“I droni Triton sono gli eredi dei droni Global Hawk. A Sigonella ce ne dovrebbero essere quattro”, spiega il giornalista di Radio Radicale Sergio Scandura. che da tempo monitora e traccia l’attività di questi velivoli con sistemi open source. “Dopo la base statunitense principale, Sigonella è probabilmente la base più importante per queste armi. Sono stati schierati circa due anni fa per la guerra in Ucraina. Hanno operato nell’area del mar Nero, sostenendo l’Ucraina nelle attività di sorveglianza. E hanno svolto missioni di intelligence anche nella zona di Kaliningrad e nel Baltico. Ora sono impiegati nel golfo Persico, nello stretto di Hormuz e nel mar Rosso”.

I droni Triton sono macchine sofisticate usate per attività d’intelligence, sorveglianza e ricognizione, con una specializzazione particolare nel pattugliamento marittimo. “Dispongono di sensori estremamente potenti che possono intercettare praticamente qualsiasi tipo di comunicazione, anche analogica”, dice Scandura. Inoltre hanno la capacità di individuare i segnali radar degli avversari. “In pratica, quando un radar — montato su una postazione terrestre o su una nave — entra in funzione, lascia una traccia di radiofrequenza che può essere intercettata. Questa traccia è una sorta di ‘firma’ che permette di risalire al tipo di radar usato e quindi al sistema militare che lo usa. Questo è fondamentale per individuare i mezzi militari nemici e potenziali obiettivi da colpire con missili o altre armi”, spiega il giornalista.

Il Mq-4c Triton può geolocalizzare bersagli marittimi e costieri, fornendo dati di tracciamento che sono inviati in tempo reale ad altre piattaforme per facilitare i bombardamenti. Il drone è in grado di condurre ricognizioni dettagliate sull’obiettivo prima dell’attacco e successivamente valutare i danni subiti dalle forze nemiche.

A causa della poca chiarezza sugli accordi sull’uso delle basi, non è possibile escludere che questi droni stiano partecipando ai bombardamenti e ai raid in corso in Iran. Per esempio, i droni hanno svolto diverse missioni sull’isola iraniana di Kharg, dove transita il 90 per cento del petrolio di Teheran. Washington starebbe valutando un assalto all’isola. Se così fosse, i dati raccolti dal drone sarebbero fondamentali per l’operazione militare.

Il Triton svolge anche funzioni di pattugliamento marittimo e si integra con un secondo tipo di velivolo presente a Sigonella: i P-8 Poseidon. I P-8 Poseidon sono aerei derivati dal Boeing 737, modificati per missioni militari. Hanno un vano nella parte centrale della fusoliera da cui possono sganciare sonde di profondità per individuare i sommergibili, ma anche missili antisommergibile e antinave.

“Si tratta quindi di un mezzo armato, usato anche nel golfo Persico partendo da Sigonella”, spiega Scandura. Anche i Poseidon svolgono attività di intelligence e, in alcune circostanze, di guerra elettronica.

Per Scandura “questo sistema composto da Triton e P-8 Poseidon è usato in funzione offensiva e difensiva”, cioè a difesa delle portaerei, per esempio. “Se si dispiegano in zona grandi assetti navali è necessario proteggerli”, conclude Scandura, secondo cui l’attività in corso nella base di Sigonella è intensa e anomala rispetto ai giorni precedenti all’attacco all’Iran.

Secondo Francesco Vignarca della Rete pace e disarmo l’attività che c’era stata nelle basi statunitensi in Italia durante la prima guerra del Golfo è minore a quella di oggi.

“Gli Stati Uniti hanno in Italia molte basi che, anche se formalmente sono italiane o amministrate in modo congiunto, sono gestite in larga parte da loro. Da sempre alcune necessitano di una collaborazione o di un’integrazione con le strutture militari italiane. Però in altre quello che fa il nostro paese è garantire la sicurezza e il perimetro, e occuparsi degli aspetti materiali — infrastrutture, presenza, costruzioni — mentre la gestione operativa è di fatto autonoma”, spiega Vignarca.

In teoria, secondo gli accordi, se l’uso delle basi è “straordinario”, e cioè orientato ad “azioni cinetiche”, cioè a bombardamenti, l’Italia dovrebbe essere informata da Washington. Ma la situazione e i sistemi di arma sono molto cambiati rispetto al passato: “Sia per il tipo di conflitto, sia per il modo in cui funziona la guerra aerea, sia per i sistemi d’arma, che dipendono sempre di più da dati, informazioni e immagini quando sono effettuati i bombardamenti”.

“Negli ultimi 25 anni gli Stati Uniti hanno costruito una rete di basi direttamente negli Emirati, in Arabia Saudita, in Kuwait, in Qatar e in Bahrein che gli consente di fare queste operazioni senza la necessità di partire dall’Italia. Durante la guerra del Golfo, per esempio, si partiva da Aviano, Amendola, Grottaglie, Gioia del Colle: c’era la necessità di farlo. Ma ora gli aerei partono dal Kuwait o dalle portaerei”, spiega Vignarca.

Ma i mezzi che decollano da Sigonella, come i droni Triton o gli aerei spia, potrebbero avere un ruolo diretto negli attacchi. “Il drone che parte quotidianamente da Sigonella può essere cruciale per i bombardamenti. E in quel caso gli Stati Uniti non si preoccupano di chiedere un’autorizzazione agli italiani”, conclude Vignarca.

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