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Perché i giornalisti italiani scioperano

SetsukoN, Getty Images

Il 27 marzo le giornaliste e i giornalisti italiani scioperano per la seconda volta in pochi mesi per protestare contro il mancato rinnovo del contratto nazionale e le condizioni di lavoro sempre più sfavorevoli, tra le peggiori in Europa. Un’altra giornata di sciopero è prevista il 16 aprile.

L’Italia è al 49° posto nella classifica della libertà di stampa nel mondo ed è il paese con il più alto numero di querele contro i giornalisti in Europa (un quarto del totale).

In Italia i giornalisti assunti sono circa 17mila, secondo un rapporto dell’Inps. Di questi più di 13mila sono professionisti, mentre quasi tremila sono pubblicisti (i primi esercitano la professione in modo esclusivo e continuativo, dopo aver svolto il praticantato e aver sostenuto un esame di stato; i pubblicisti, invece, possono esercitare un altro mestiere e non hanno l’obbligo dell’esclusività).

I giornalisti freelance, che sono lavoratori autonomi, sono il triplo, cioè 48mila, se si considerano i collaboratori occasionali (tra cui ci sono anche dei giornalisti in pensione). Per una buona parte di questo gruppo, circa ventimila persone, il lavoro giornalistico è l’occupazione principale.

Secondo l’ultimo rapporto dell’Inps (presentato nel 2025, con dati del 2022-2023) i giornalisti italiani, compresi i pubblicisti, guadagnano in media 59mila euro lordi all’anno, quindi circa 2.800 euro netti al mese. Ma è un dato che nasconde differenze notevoli tra i diversi livelli professionali e tra chi ha un contratto e gli altri. Il contratto nazionale prevede uno compenso minimo a seconda della qualifica.

Le donne guadagnano in media il 18 per cento in meno degli uomini e le fasce di età più avanzate guadagnano molto di più dei più giovani. Inoltre, da qualche anno ci sono alcuni editori – tv private locali, riviste di settore e siti d’informazione come Citynews e Fanpage – che applicano dei contratti con minimi più bassi per le varie qualifiche professionali. In questi casi la media mensile è di 1.200-1.500 euro netti al mese.

I freelance sono pagati ancora meno: le partite iva guadagnano in media 17mila euro lordi all’anno, mentre i collaboratori undicimila euro lordi all’anno (la tassazione in questi casi è diversa da quella dei dipendenti). Il problema principale è che non è stato adottato per i liberi professionisti un tariffario minimo sotto al quale non si può scendere, come avviene per esempio in Francia.

“Un freelance può rivolgersi all’ordine dei giornalisti e chiedere quale dovrebbe essere il compenso adeguato per il suo lavoro, in base al contratto di riferimento. Per esempio, se collabori con il Corriere della Sera, la tua prestazione dovrebbe essere equiparata a una giornata di lavoro di un redattore del Corriere. Questo serve anche per evitare la concorrenza sleale”, spiega Lazzaro Pappagallo della Federazione nazionale della stampa (Fnsi), il sindacato unitario dei giornalisti italiani.

Ma in Italia non ci sono né un tariffario minimo vincolante né, di conseguenza, la possibilità di sanzionare le aziende che non lo rispettano. “C’è la legge sull’equo compenso, che però non è mai stata davvero applicata”, continua Pappagallo. “Prevedeva che, se non paghi adeguatamente un collaboratore, perdi l’accesso ai contributi pubblici. Ma di fatto è rimasta inattuata”.

“Questa è una delle battaglie in corso. Molti freelance non hanno capito che anche lo sciopero dei giornalisti dipendenti serve a tutelarli: se aumenta il valore del lavoro dei dipendenti, aumenta anche quello dei freelance. Se una giornata non vale più 60 euro ma 70, questo si riflette su tutto il mercato”, conclude il sindacalista.

Una delle principali rivendicazioni dei giornalisti in sciopero riguarda il contratto nazionale, che è scaduto da dieci anni. L’ultimo rinnovo economico risale al 2016. “Nel frattempo l’inflazione ha superato il 20 per cento, anche a causa delle crisi internazionali. In pratica in questi anni si è perso circa un quinto del potere d’acquisto: i 1.800 euro di un redattore ordinario di dieci anni fa oggi corrispondono a 1.500 euro reali”, spiega Pappagallo.

La trattativa

Il negoziato tra sindacato ed editori è cominciato due anni fa, dopo otto anni di stallo. Ma ora è fermo per uno scontro tra due visioni apparentemente inconciliabili. Gli editori sostengono che i giornalisti italiani hanno condizioni contrattuali non più sostenibili dalle aziende e propongono di rivederle e tagliare i compensi, soprattutto dei nuovi assunti.

“Noi abbiamo sempre respinto questa logica del ‘doppio binario’, cioè trattare peggio i nuovi assunti”, dice Pappagallo. “A un certo punto abbiamo valutato la possibilità di ridurre alcuni istituti contrattuali in cambio di un aumento significativo dei salari. Ma la proposta economica non era adeguata: ci venivano proposti circa duecento euro lordi al mese (noi ne chiedevamo 400 per recuperare l’inflazione), in cambio di tagli al compenso per il lavoro nei giorni festivi e domenicale e ad altri elementi che incidono sulla busta paga. Di fatto, quell’aumento sarebbe stato finanziato dai tagli ad altre voci della busta paga”.

Ora il sindacato chiede un aumento salariale senza che si tocchino le condizioni del contratto.

L’ultimo sciopero dei giornalisti, nell’inverno del 2025, ha avuto un’adesione altissima, circa il 90 per cento dei giornalisti italiani ha aderito, anche in giornali dove non era mai successo. Nonostante questo, gli editori sono tornati al tavolo delle trattative senza modificare la loro posizione.

Nel frattempo, il settore dei mezzi d’informazione vive una fase molto complicata tra vendite e passaggi di proprietà, riduzione degli organici attraverso i prepensionamenti (per ogni due persone che vanno in pensione se ne assume solo una) e una grande incertezza sugli assetti editoriali. Basta pensare alla recente vendita del gruppo Gedi, il secondo gruppo editoriale italiano, al gruppo greco Antenna.

Le redazioni interessate dall’operazione non sono state informate dell’avvio delle trattative in corso né sono state coinvolte in alcun modo. I giornalisti e i comitati di redazione, appoggiati dalla Fnsi, hanno espresso preoccupazione sia per la loro indipendenza editoriale sia per il mantenimento dei posti di lavoro.

Negli altri paesi europei

Ecco la situazione in alcuni altri grandi paesi dell’Unione europea.

In Francia, secondo i dati della Commission de la carte d’identité des journalistes professionnels (Ccijp), nel 2023 i giornalisti professionisti erano 34mila. Lo stipendio minimo di un giornalista francese dal settembre 2025 va da circa 1.800 euro a quasi 4.000 euro lordi mensili, a seconda della qualifica e del settore.

Nel 2023 poco meno del 70 per cento dei giornalisti francesi aveva un contratto a tempo indeterminato, con uno stipendio medio lordo di 3.500 euro al mese. I freelance erano il 23 per cento e guadagnavano circa 1.900 euro lordi al mese, e i contratti a tempo determinato erano il 2 per cento, con una paga poco più alta di 2.900 euro.

Esiste una tabella di minimi tariffari per i freelance e la situazione dei liberi professionisti è regolamentata da un sistema che li equipara agli assunti dal punto di vista salariale e delle garanzie sociali. È definito dalla legge Cressard (1974). La tariffa minima per degli articoli in Francia è di 60 euro a cartella (ovvero 1.500 battute). Ogni giornale applica le tariffe in modo autonomo, ma sono previste sanzioni per chi non rispetta i minimi di legge.

In Germania, dopo dieci tornate negoziali e una serie di scioperi, nel luglio 2025 il sindacato dei giornalisti (Djv) e l’associazione degli editori di quotidiani (Bdzv) hanno raggiunto un accordo triennale valido dal gennaio 2025 al dicembre 2027.

L’intesa prevede aumenti fissi retroattivi da marzo e maggio 2025, un aumento del 3 per cento nel febbraio 2026 e un ulteriore 3 per cento nell’ottobre dello stesso anno, con un incremento complessivo rilevante per i neoassunti, a cui vanno aumenti superiori alla media.

Anche i compensi dei collaboratori crescono in parallelo. Gli stipendi medi nei quotidiani si collocano fra 3.500 e 5.600 euro lordi mensili, con punte più alte nelle grandi città. Le ferie sono di 30 giorni all’anno e l’orario è di norma 36 ore alla settimana.

In Spagna il settore della stampa è regolato da due contratti collettivi nazionali. Il Convenio colectivo estatal del sector de prensa diaria, firmato nell’aprile 2024 tra editori e sindacati, regola i quotidiani cartacei e digitali. Prevede aumenti dell’8 per cento in tre anni con effetto retroattivo (3 per cento nel 2023, 2 nel 2024, 3 nel 2025).

Il Convenio colectivo nacional de revistas y publicaciones periódicas riguarda riviste e periodici e nel marzo 2025 è stato aggiornato con nuove tabelle salariali. In entrambi i casi, nessun minimo contrattuale può scendere sotto il salario minimo interprofessionale, che nel 2026 è di 1.221 euro lordi al mese su 14 mensilità. L’orario è di 40 ore settimanali.

Nel Regno Unito non esiste un contratto nazionale di categoria: la National union of journalists (Nuj) negozia accordi aziendali con i singoli editori. Secondo l’indagine Journalists at work del National council for the training of journalists (Nctj), pubblicata nel settembre 2024, lo stipendio medio di un giornalista britannico è di 34mila sterline all’anno (circa quarantamila euro), a Londra la media è di 45mila sterline. L’orario standard è di 37,5 ore settimanali, le ferie sono in genere di 28 giorni, che in alcuni casi possono includere i festivi.

In Svezia il contratto collettivo per la stampa quotidiana, firmato nel maggio 2025 e valido fino al marzo 2027, prevede aumenti del 3 per cento dall’aprile 2025 e del 2,5 per cento dall’aprile 2026, per un valore totale del 6,4 per cento. I minimi salgono a circa 2.600 euro mensili per i laureati e a 2.400 euro per gli altri. Il sindacato dei giornalisti svedesi (Sjf) ha ottenuto anche l’introduzione di un nuovo sistema di riduzione dell’orario a partire dal 2026 e l’istituzione di una commissione per migliorare le condizioni dei lavoratori a termine.

A questo articolo ha contribuito Voxeurop.

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