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Divieto di protestare

Lo sciopero per Gaza a Milano, il 22 settembre 2025 (Alessandro Bremec, NurPhoto/Getty Images)

Questo testo è tratto dall’introduzione di “Divieto di protestare” di Annalisa Camilli edito da Einaudi e pubblicato il 12 maggio 2026.

Dopo ore di corteo, migliaia di persone si avviano camminando sulla sopraelevata di Roma per fermare il traffico. Dai balconi, alcuni si affacciano e applaudono o sventolano bandiere. Quelli che stanno incolonnati in macchina, bloccati dal fiume di persone che camminano in senso contrario a quello di marcia, invece di sbuffare o di lamentarsi, si mettono a muovere le mani, sorridono.

Alcuni suonano il clacson, improvvisando delle ritmiche, incitano i manifestanti con degli slogan. In quel momento diventa chiaro che uno sciopero per Gaza, convocato dagli studenti e dai sindacati di base in Italia, è andato oltre i confini della politica tradizionale e tocca strati meno politicizzati della società. Nonostante leggi sempre più restrittive che criminalizzano le proteste e scoraggiano gli attivisti con azioni amministrative e penali, i movimenti di massa sono tornati in piazza.

Quelle persone che il 22 settembre 2025 hanno invaso la sopraelevata di Roma rischiavano fino a due anni di carcere per il reato di blocco stradale previsto dal cosiddetto decreto sicurezza, introdotto nell’aprile del 2025 e approvato dal Parlamento nel giugno dello stesso anno. Ma non si sono fatte intimorire. Nello stesso momento in cui molti governi occidentali hanno approvato leggi che criminalizzano il dissenso, le proteste hanno assunto forme nuove.

Molte di quelle norme repressive sembrano essere state concepite in base all’esperienza delle contestazioni del passato: dal movimento antiglobalizzazione della fine degli anni Novanta alle proteste degli ambientalisti di Ultima generazione; attraverso le mobilitazioni contro l’alta velocità (No Tav) e i gruppi contro le grandi opere; fino ai centri sociali come Askatasuna e il Leoncavallo, e i collettivi locali per il diritto all’abitare.

Il cosiddetto decreto sicurezza, definito “il più grande attacco alla libertà di protesta della storia repubblicana” e rafforzato da un nuovo pacchetto meno di un anno dopo il 5 febbraio 2026, è stato introdotto in Italia nello stesso momento in cui il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha mandato l’esercito a sedare le manifestazioni contro le deportazioni di migranti in California. Ma le persone non hanno smesso di scendere in piazza in massa per la Palestina o contro le politiche di Trump, adottando forme nuove, insieme a quelle più tradizionali, intrecciando alleanze tra ambiti diversi ed esondando in settori che tradizionalmente non sono politicizzati come l’arte o lo sport.

Questo fenomeno è avvenuto in diversi paesi del mondo, dal Nepal agli Stati Uniti fino all’Iran. In forme e per motivazioni diverse. Una scena del film Il mio Godard (Le redoutable) di Michel Hazanavicius è stata riprodotta e condivisa migliaia di volte su Instagram in Italia alla fine di agosto del 2025, mentre il movimento di protesta per Gaza influenzava anche l’82a Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Quella clip sembrava porre la domanda che chiunque in quel momento si stava facendo: ci si deve schierare?

Nello stesso periodo una lunga lista composta da più di mille attori, sceneggiatori, registi, riuniti nel collettivo Venice4Palestine, aveva firmato una lettera indirizzata al festival, chiedendo alla direzione “di prendere una posizione netta” contro il “genocidio compiuto in diretta dallo Stato di Israele” e di escludere dal festival due attori israeliani, Gal Gadot e Gerard Butler, accusati di essere vicini al governo di Tel Aviv.

Era l’ultimo atto di un processo cominciato nell’autunno del 2023 e culminato nell’estate del 2025 in centinaia di iniziative che hanno cambiato i movimenti di protesta italiani e globali, raccolti intorno alla questione palestinese. Quello è stato il primo momento in cui migliaia di bandiere e di kefiah sono apparse sui balconi e alle finestre o sono state sventolate in manifestazioni ed eventi organizzati in centinaia di località italiane (nei teatri, ai concerti, alla Scala di Milano o negli stadi). Era successa una cosa simile più di vent’anni prima, quando le bandiere arcobaleno con la scritta “pace” erano state esposte nelle città italiane contro l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’esercito statunitense nel 2001 e poi dell’Iraq nel 2003.

Quello è stato il segnale che le proteste stavano uscendo dai confini tradizionali della mobilitazione politica e toccavano settori e gruppi di solito meno attivi sulle questioni internazionali. I movimenti per Gaza hanno rotto gli argini delle divisioni ideologiche classiche e hanno costruito convergenze trasversali. Nella storia recente è avvenuto qualcosa di simile in altre tre occasioni: la guerra del Vietnam alla fine degli anni sessanta; il movimento antiglobalizzazione di Seattle, culminato nelle proteste di Genova del 2001; la guerra al terrore dichiarata dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001, con l’invasione dell’Afghanistan e poi dell’Iraq, e le proteste pacifiste che sono scoppiate in seguito.

In mezzo, in più di un quarto di secolo, ci sono stati fenomeni più locali come le rivolte della cosiddetta Primavera araba, Occupy Wall Street e gli Indignados, oppure i grandi movimenti antirazzisti come Black Lives Matter e quelli femministi internazionali tra cui Non una di meno. Ciascuna protesta ha sviluppato alcune caratteristiche dei movimenti precedenti (per esempio l’uso dei social network come elemento di controinformazione e di organizzazione) e ha lasciato in eredità degli strumenti nuovi alle manifestazioni filopalestinesi arrivate al loro culmine nel 2025.

Ma nelle proteste per Gaza sono emerse delle novità: l’uso massiccio del posizionamento individuale sia online sia offline con simboli come la bandiera palestinese, l’anguria o la kefiah; dichiarazioni pubbliche, appelli e raccolte firme tipiche dell’attivismo online; la pressione dell’opinione pubblica non solo sui rappresentanti politici, ma anche su personaggi celebri (intellettuali, artisti, personalità della tv e dello spettacolo); la centralità dei social network nella costruzione dei posizionamenti e delle campagne di pressione con l’uso di videomessaggi; una spettacolarizzazione della partecipazione indirizzata al racconto anche sui social network e l’uso diffuso del boicottaggio come strumento di protesta. Infine la convergenza di vertenze precedenti che si ritrovano sotto il cappello più largo della grande causa ideale e internazionale.

Un altro elemento innovativo rispetto alle proteste del passato è stato l’affiancamento di comportamenti individuali, come il boicottaggio, a comportamenti collettivi, come lo sciopero. Si è verificato inoltre uno slittamento del linguaggio della politica verso quello dell’etica: si parla di “indignazione” e di “shock morale” di fronte ai morti civili nella Striscia di Gaza e alle violazioni del diritto internazionale, di “fine dell’umanità” e di “complicità” per chi non prende posizione pubblicamente, si dice di voler stare “dalla parte giusta della storia”. Chi non si posiziona è accusato di complicità o opportunismo ed è penalizzato dall’opinione pubblica.

Alcuni intellettuali si schierano apertamente e lo rivendicano, come per esempio la scrittrice irlandese Sally Rooney, che ha dichiarato di aver sostenuto l’associazione Palestine Action, messa fuori legge dal governo britannico come un’organizzazione terroristica: “Voglio mettere in chiaro che intendo usare questi ricavi del mio lavoro e la mia posizione pubblica in generale per continuare a sostenere come posso Palestine action e l’azione diretta contro il genocidio. Se per lo stato britannico questo è ‘terrorismo’, allora dovrebbe indagare anche le losche organizzazioni che continuano a promuovere il mio lavoro e a finanziare le mie attività come la catena di negozi WH Smith e la Bbc”, ha scritto Rooney in un articolo sull’Irish Times tradotto da Internazionale.

In Italia, nello stesso anno in cui il governo ha introdotto il cosiddetto decreto sicurezza, le manifestazioni sono di nuovo diventate di massa, generalizzate e difficilmente controllabili. Hanno portato in piazza studenti e lavoratori, ma anche le persone comuni lontane dall’attivismo. Tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre 2025 sono stati convocati tre scioperi generali, a cui hanno partecipato milioni di persone. Non succedeva in questa forma dalle manifestazioni di Genova del 2001 contro il G8, il vertice dei capi di stato e di governo dei paesi più ricchi del mondo.

Nella scena citata della pellicola Il mio Godard, che ripercorre la vita di uno dei più impegnati registi francesi, viene rappresentata in maniera efficace e sintetica la questione che in epoche diverse si affaccia sulla soglia del dibattito pubblico, dalla guerra del Vietnam alla Striscia di Gaza: anche l’arte si deve schierare? Nella clip del film un giovane Godard (interpretato dall’attore Louis Garrel) partecipa a una manifestazione di protesta a Parigi contro la guerra del Vietnam alla fine degli anni Sessanta. Due studenti nel corteo lo riconoscono e gli si avvicinano per chiedergli quando farà di nuovo “dei film divertenti”. Il regista risponde che succederà quando le persone si divertiranno anche in Vietnam o in Palestina.

I ragazzi allora suggeriscono che il cinema e la vita sono su due piani diversi: “La vita di tutti i giorni non è divertente, quindi quando vai al cinema…” Godard s’innervosisce, dice che il cinema non può essere troppo lontano dalla vita, che il Vietnam fa parte della loro realtà, che “i curdi esistono” e il cinema non lo può ignorare. Gli studenti insistono dicendo che fare film è diverso da essere un ministro degli esteri: “Quello che le chiediamo è di catturare l’interesse della gente, piuttosto che di interessarsi alla gente”.

In quel momento il regista si allontana definitivamente dai due, dicendo di non sentirsi capito. È interessante perché sono due attivisti che stanno manifestando nel corteo contro la guerra del Vietnam a chiedere a un regista impegnato nelle stesse contestazioni di fare dei film che non si occupino dell’attualità. O almeno che non lo facciano in maniera letterale. È un tema antico: la «giusta» distanza tra la vita e l’arte e quale debba essere il ruolo degli intellettuali davanti a eventi storici rilevanti come guerre o massacri.

Godard invece era così convinto che il cinema dovesse “schierarsi” che nel 1968, insieme a un giovane François Truffaut, interrompeva la proiezione di Frappè alla menta di Carlos Saura e dichiarava concluso il festival di Cannes in anticipo di una settimana rispetto al previsto, con la complicità di alcuni componenti della giuria come Monica Vitti, Roman Polański e Louis Malle, che si dimisero in solidarietà con il movimento studentesco e operaio che era in piazza in quel momento. «”Non si tratta di vedere dei film, […] si tratta di manifestare […] la solidarietà del cinema al movimento studentesco e operaio che sta scendendo in piazza in Francia”, dice in un filmato dell’epoca lo stesso Godard alla folla di giornalisti e di cineasti che lo contestano mentre annuncia la sospensione del festival.

Vengono in mente le parole della scrittrice statunitense Susan Sontag, che dopo uno dei suoi numerosi viaggi a Sarajevo, durante l’assedio imposto alla città dai serbi negli anni Novanta, disse in un’intervista: “Sarajevo è la guerra civile spagnola del nostro tempo, ma è interessante quanto la risposta sia differente. Nel 1937 gente come Ernest Hemingway e André Malraux, George Orwell e Simone Weil si precipitarono in Spagna, anche se era molto pericoloso. Simone Weil riportò delle gravi ustioni e George Orwell fu colpito da un proiettile, ma il pericolo che stavano correndo non era una ragione sufficiente per non andare. Andarono per fare la loro parte e da quello slancio nacquero alcuni dei libri e delle riflessioni migliori di quell’epoca”.

All’82a Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, invece, il programma è andato avanti. Ma le polemiche scoppiate sono state solo un’anticipazione di settimane di mobilitazioni che hanno assunto dimensioni importanti. L’organizzazione della Mostra ha respinto la richiesta del collettivo Venice4Palestine di escludere dal festival i due attori israeliani ma le discussioni, sia sul valore del boicottaggio come strumento di protesta sia sul posizionamento degli intellettuali, oltre che sulle polarizzazioni sempre più radicali del dibattito e sulla difficoltà di rimanere uniti invece che dividersi, sono continuate per diversi giorni. Si è articolato così un discorso più complesso sulle forme del dissenso, che di lì a poche settimane avrebbe coinvolto molte più persone e assunto modalità più tradizionali come gli scioperi generali, orientati al blocco della produzione o all’interruzione dei trasporti e della circolazione.

In quel momento era già emerso chiaramente, però, che linguaggi, temi e reti, in parte derivati da una serie di altre rivendicazioni e movimenti recenti, avrebbero aperto delle questioni destinate a durare, mettendo in difficoltà il sistema di sicurezza che non le aveva previste. Come spiega il sociologo statunitense Charles Tilly, quando le persone protestano tendono a riprodurre pratiche che conoscono già.

Per esempio, lo sciopero e il boicottaggio sono vecchi repertori della protesta. Ma allo stesso tempo le piazze inventano e sperimentano alleanze e linguaggi nuovi. Come è avvenuto nei decenni passati, dal movimento antiglobalizzazione alla Primavera araba.

Il sociologo spagnolo Manuel Castells, nei suoi studi sui movimenti di protesta nell’epoca dei social network, ha mostrato che queste ondate di sollevazioni, da Occupy Wall Street alla Primavera araba, hanno introdotto dei cambiamenti irreversibili nella testa delle persone, e che questo sul lungo periodo è stato il risultato più importante.

Quasi mai i movimenti hanno ottenuto quello che chiedevano e anzi spesso le loro rivendicazioni sono state tradite dalla politica istituzionale, ma hanno quasi sempre imposto dei cambiamenti nei comportamenti o nei linguaggi, a volte nella percezione della realtà o negli standard minimi di quello che è considerato accettabile dal senso comune. Elementi che successivamente sono stati spesso perfino sussunti dal potere e in ogni caso si sono sedimentati nel sentire comune, anche quando le piazze si sono svuotate. E a volte, dopo un apparente inabissamento, il movimento successivo ha preso avvio da dove si era fermato quello precedente.

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