I miei ultimi mesi a Teheran
A gennaio, mentre in Iran era in corso una repressione delle proteste senza precedenti, parlare era un compito estremamente difficile; di solito, in situazioni come questa, chi possiede uno sguardo e un’esperienza più ampi sceglie il silenzio per proteggersi e conservare i nuclei di pensiero per il futuro. Nel dolore delle sconfitte sociali si crea una polarizzazione tale che parlare di futuro diventa difficile. Da una parte il silenzio viene interpretato come complicità con il governo, dall’altra il silenzio di fronte a una società esasperata appare la scelta più razionale. Io non sono portato per il silenzio: secondo me l’unica via di salvezza è il dialogo, ma dialogo con chi?
Io avevo paura, ma i più giovani no. Di cosa avevo paura, esattamente? Della mia inerzia o dello stravolgimento del mio ordine mentale? Avevo paura di non sembrare più una persona progressista? Avevo paura che le idee che avevo non fossero più ragionevoli?
Ho convinzioni solide, o almeno credo. Per tutta la vita ho cercato di mantenere un pensiero moderato, un’idea fondata sulla lotta permanente e sulla conquista graduale, trincea dopo trincea; per me Donna, vita, libertà è stato l’incarnazione di questa idea: un movimento senza leader, con poca violenza e con risultati difendibili e nato dalla consapevolezza collettiva. Per me un movimento è ancora qualcosa del genere: strappiamo una trincea al potere e consolidiamo la nostra posizione, poi, costruendo un dialogo tra istituzioni e tra persone e creando un bisogno di libertà in una parte della vita quotidiana, passiamo alla trincea successiva.
Ma i giovani vogliono la battaglia finale: o la morte o la libertà. Pensano che il governo non scenderà a patti. Capiscono di trovarsi di fronte a un potere incapace di controllare le oligarchie che lui stesso ha creato. L’economia statale non è altro che uno strumento di saccheggio dei loro sacrifici e il futuro è così incerto da sembrare quasi inesistente.
Dicono che la mia generazione, il mio modo di pensare, abbia dato al governo più tempo per reprimere, ci considerano un ostacolo alla loro libertà. Ci vedono come complici del regime, perché siamo stati moderati, perché avevamo visto che fine hanno fatto i guerriglieri della generazione precedente, perché sapevamo che questo governo non ha limiti nell’esercizio della violenza.
Mi sento come qualcuno che crede di essere gravemente malato mentre chi gli sta intorno glielo nasconde. Nel fondo della mia ragione so che siamo stati corretti, coerenti, irremovibili, vedevamo la lotta come permanente e generazionale o almeno una parte di noi era così: quella parte che si è lasciata tentare meno dal denaro e dalla fama, quelli che non sono diventati politici né influencer allineati, che non sono stati opportunisti, che non hanno prodotto contenuti per le aziende fittizie dei figli dei potenti, che non sono fermentati all’interno del potere.
L’idea che avevamo era un percorso graduale di riforme. La parte pulita dei politici riformisti ci ha deluso, ma non dimentichiamo – come dice Julian Barnes – che uno dei compiti principali dei politici è deluderci. Eravamo delusi dai politici, ma pensavamo di poter usare il governo e le sue componenti, persino la sua ala riformista, a favore delle richieste di democrazia e libertà. Crescevamo in ogni fessura, diventavamo una luce in ogni rovina, un’oasi in ogni deserto.
Interpretavamo la storia così: “I ministri persiani domarono i sovrani mongoli, ma il governo non è ancora un sovrano mongolo”. Credevamo di poter imbrigliare quella creatura selvaggia, come l’acqua contro le rocce, morbida e dura allo stesso tempo. Forse non saremmo arrivati al vertice del potere, ma lo avremmo cambiato nei livelli intermedi, nei dettagli, nell’esecuzione.
Abbiamo cominciato dalle elezioni dei consigli comunali, siamo diventati dirigenti di seconda linea nei ministeri più influenti, abbiamo ottenuto inviti a festival internazionali per i funzionari del governo, li abbiamo mandati all’estero a vedere il mondo perché acquisissero nuovi schemi mentali. Non importava chi governasse: noi preparavamo il terreno per far radicare l’idea di libertà. Era un patto non detto, non scritto, tra noi, quelli che si erano trovati uno a uno nelle librerie, nelle feste, nei blog.
I riformisti patriottici si riconoscevano ovunque. La forma esteriore del governo non contava, forse bisognava persino mostrargli un’immagine conforme alle sue teorie, doveva vedersi bello allo specchio, mentre dall’interno sarebbe cambiato, pezzo dopo pezzo, trincea dopo trincea. Era una battaglia permanente: piccoli passi, uno avanti e due indietro. Eravamo una foresta in cui gli uomini liberi si rifugiavano per paura di Macbeth.
Ci hanno abbattuti a colpi d’ascia. Ci hanno spezzati uno dopo l’altro: nel Movimento verde del 2009, nel volo 752 del 2020, in Donna, vita, libertà nel 2022. Ci hanno imprigionati, banditi dal lavoro, messi ai margini. E anche noi siamo invecchiati: ci siamo costruiti una vita, avevamo cose da perdere, figli, una quotidianità. Siamo diventati prudenti, ci siamo allontanati da ciò che voleva la nuova generazione, non siamo riusciti a trasmettere la nostra idea alla generazione successiva. Siamo rimasti soli, ininfluenti, senza risultati degni di nota.
Forse ho paura che tutti questi anni siano stati un errore. Forse, se avessimo dedicato la nostra vita alla lotta e fossimo stati uccisi, almeno la generazione dopo di noi avrebbe assaggiato la libertà. Ora che il governo è diventato più crudele di un sovrano mongolo, adesso che sotto gli occhi di tutti così tanti giovani sono stati uccisi per strada, che spazio resta per un pensiero conciliatore?
Il movimento che oggi esiste nella società non ha capacità di persuasione, non ha parole per spiegarsi, non ha poesia, non ha racconto, non è coeso, non ha una vera prospettiva, ma ha una volontà reale. Vuole il cambiamento in tutte le sue fibre e questa volta ha perso così tanto sangue da non credere più a nessun compromesso.
Io ho paura, ho paura che tutti questi anni siano stati inutili, che la spiegazione di tutto quello che abbiamo fatto sia stata inutile e che alla fine sulla nostra lapide scrivano: un guerriero che non combatté, ma perse.
Libri dimenticati
Nella libreria Cheshmeh di Teheran abbraccio un amico che conosco dai tempi dell’università. Mi aveva telefonato dicendo che se fossi arrivato prima avremmo potuto parlare. Lì è seduto anche un altro scrittore, uno più giovane di noi, che da anni lavora nel campo della pubblicità ma continua a definirsi uno scrittore. Sto elencando apertamente le sue caratteristiche, ma non faccio il suo nome: leggerà questo testo e si riconoscerà. Lui in sé non m’interessa, m’interessa il pensiero che sta dietro alle sue parole.
Dico: “La sinistra, con tutte le sconfitte che ha subìto nel tenere unita la società, è costretta a reinventare continuamente nuove forme. La destra, invece, non ha mai conosciuto una vera sconfitta e si è semplicemente radicalizzata”.
Non so se sto cercando di disarmarlo o se semplicemente non ho la pazienza per le sue argomentazioni annacquate. Aggiungo: “È rimasto solo un modello statunitense di destra, e se anche quello dovesse crollare, allora vi toccherà tornare nelle caverne a massacrarvi a colpi di clava”.
All’improvviso mi sento stanco. Penso che anche se avessi ragione le mie parole non avrebbero alcun effetto. So che lui è più vicino al denaro di me, ai nuclei di potere che spostano grandi capitali e li rubano alle persone. So che ha avuto più opportunità di me per decidere, per schierarsi dalla parte giusta e poi presentarsi come più intelligente e più informato: è quello che ha fatto in tutti questi anni. La rettitudine non serve a nulla se nel momento giusto non sai capire la direzione del vento. Lo lascio parlare. Parole che sembrano assorbite dalle copertine esposte in libreria o depositarsi nelle pareti. Dice: “Abbiamo bisogno di una destra radicale iranista, una che faccia rinascere le tradizioni monarchiche di destra e ci restituisca un’identità”.
Potrei interromperlo e dire che il nazionalismo estremo è il punto di partenza del fallimento della nazione. Non ricordo più di chi sia questa citazione, so solo che non è mia. Non lo faccio. Lascio ribattere al mio amico, che però dice: “Perché ci mettiamo a discutere? Perché ogni volta ci scanniamo a vicenda?”.
Questa frase dovrebbe ricomporci, ricordarci che siamo nella stessa trincea. Ma quello scrittore dice: “Perché voi pensate sempre di capire più del popolo, mentre io parlo a nome del popolo”.
Gli chiedo: “Quale popolo?”.
Dice: “Quello che è sceso in strada”.
Quel popolo è sceso in strada nel vuoto delle voci democratiche, in un momento in cui ogni altra voce era stata repressa e l’unica rimasta con un megafono udibile dall’estero era proprio quella monarchica.
Ripiega lo schermo del portatile che ha davanti e dice: “Forse è arrivato il momento che ascoltiate anche voi questa voce”.
Perché io non la sento? Perché mi sembra una voce lontana? Forse sono diventato sordo.
Dico: “La nuova generazione si è allontanata dalle tradizioni di lotta dell’ultimo secolo e mezzo. Quello che vogliamo oggi è la stessa cosa che volevamo all’epoca della rivoluzione costituzionale e ogni volta, con questi stessi metodi populisti, siamo arrivati a costruire una nuova dittatura. Questa volta non dobbiamo sbagliare strada. Questa volta non dobbiamo cadere nel ciclo della violenza strutturale”.
La mia voce mi risuona nella testa, taccio. Lascio parlare il mio amico, che con tono canzonatorio chiede al terzo scrittore come faccia a sostenere insieme tutte quelle pose: come faccia a lavorare per aziende legate ai pasdaran, a fare da ghostwriter per il libro di un personaggio governativo screditato e allo stesso tempo dire queste cose.
Il corpo senza nome 11780
In questi anni ho scritto elegie per molte persone: i caduti del Movimento verde, i prigionieri politici del carcere di Evin, le guardie di frontiera congelate al confine, gli operai di Haft Tapeh, gli autisti del sindacato degli autobus, gli insegnanti precari arrestati del sindacato degli insegnanti, i familiari delle vittime del volo 752, i caduti del movimento Donna, vita, libertà. Ma la mia elegia per il corpo senza nome 11780 è qualcosa di diverso. Un corpo senza identità, tirato da ogni parte.
Sinan Antoon dice che quando le dittature crollano nasce una competizione tra i sopravvissuti: la gara a chi è stato più vittima. Questa competizione è esplosa a gennaio sul corpo di una vittima senza nome. Aveva solo un numero: 11780.
Tutti lo rivendicavano. I social network si sono riempiti di grafiche costruite su quel telo nero, poi all’improvviso ha cominciato a circolare un testo che diceva che quel numero era un’allusione alle elezioni americane, al numero di voti che Trump aveva ottenuto in meno rispetto a Biden, e così come l’onda era salita è crollata: la gente ha cancellato i post, come se quella persona sotto il telo nero non fosse mai esistita, come se fosse stato solo un involucro sulle morti di strada.
Ma io continuavo a voler scrivere un’elegia per quel corpo senza nome, con o senza numero. Continuava a tornarmi in mente una frase: la massa del dolore ha perso il proprio limite e la propria sacralità. Alla fine ho scritto qualcosa in un angolo, per ricordarmi di piangere un cadavere che perfino la gente ha dimenticato.
La ragazza dai capelli color vino
È gennaio. La ragazza arriva dal quartiere Mahallati e sta andando a prendere la metropolitana; gli abitanti di quel quartiere sono perlopiù pasdaran e sostenitori del regime. Si dice che ci si trovi la benzina migliore di Teheran e che i prezzi dei beni di prima necessità siano più bassi rispetto al resto della città. Lì conosco un locale libanese che prepara dei falafel molto vicini all’originale, mentre i santuari e le moschee sono sempre animati da cerimonie religiose.
La ragazza indossa una felpa con cappuccio verde e bianca e ha delle cuffie alle orecchie. Ha vent’anni, porta uno zaino mimetico e anfibi neri in stile militare. Marcia decisa, come se volesse piantarsi nel terreno a ogni passo, e quando entra dalla porta della metropolitana, si toglie il cappuccio: compaiono gli orecchini rossi e bianchi e i suoi capelli corti tinti di un color vino scuro. La ragazza si siede nel vagone accanto ad alcuni soldati e dice a uno in uniforme: “Hai sparato a qualcuno durante le manifestazioni?”.
Il soldato sobbalza. Altri due soldati indossano giacche militari color kaki abbinate a jeans e scarpe Air Jordan contraffatte. Poco prima si stavano mostrando a vicenda sui cellulari scene delle manifestazioni: sembravano video girati da uno di loro. In uno dei filmati si vede qualcuno che viene colpito e cade a terra. Il soldato risponde: “A noi davano tre caricatori di munizioni a testa. Io le ho sparate tutte in aria.”
Il soldato ha un accento indefinito, non capisco da dove venga; la ragazza non sembra curiosa di saperlo. Dice: “Mio padre è un funzionario dell’esercito. Diceva che i quadri non portano armi. È vero?”.
I soldati si guardano tra loro. Uno di loro si fa avanti e dice: “Uno mi ha detto in faccia che non voleva il sangue della gente sulla coscienza. Ma alla fine anche lui ha tirato fuori la pistola e ha sparato. Erano arrivati molto vicini”.
Le lacrime cominciano a scorrere sul volto della ragazza, i soldati si stringono tra loro, un venditore ambulante di custodie per telecomandi grida: “Voi che avete fede nel carovita, abbiatene di più!”.
Questa volta è diverso
Ogni volta che siamo in strada, qualcuno sussurra all’orecchio dell’altro: “Questa volta è diverso”. Nella storia contemporanea dell’Iran ci sono state due rivoluzioni, e il concetto stesso di rivoluzione ci pulsa così tanto nelle vene che ogni volta pensiamo che ce ne sia un’altra in arrivo.
Durante le proteste studentesche del 1999, quando ho visto con i miei occhi i pestaggi di studenti davanti all’università, non c’era molta differenza nell’aspetto tra chi colpiva e chi veniva colpito: vestivano in modo simile, portavano i capelli tagliati allo stesso modo. Ma le parole erano diverse. Gli studenti, dietro le mura dell’università di Teheran, gridavano: “La libertà di pensiero non cresce con la barba!”, mentre entrambe le parti avevano la barba e portavano occhiali dalla montatura spessa.
Noi volevamo che la nostra libertà fosse sancita dalla legge, non volevamo che la legge dipendesse sempre da interpretazioni arbitrarie. Noi, che eravamo stati picchiati, volevamo una legge chiara, senza interpretazioni. Nel Movimento verde i volti non erano ancora cambiati molto, ma la differenza stava nel silenzio e nella voce. Noi siamo passati dall’idea di rivoluzione alla richiesta di libertà in silenzio, e loro hanno spezzato il nostro silenzio con i proiettili.
Ogni giorno ripensavo all’ultima battuta di Amleto: il resto è silenzio. Non era una similitudine, era una metafora pura. Compilavo l’elenco degli studenti scomparsi dal dormitorio universitario. Gli studenti dei dormitori avevano fatto un sit-in nella moschea dell’università di Teheran; io chiedevo a ciascuno se avesse notizie del proprio compagno di stanza. Ventisette studenti del dormitorio maschile risultavano dispersi. Abbiamo consegnato i nomi al rettore, che è riuscito a farne liberare sedici, detenuti nel seminterrato del ministero dell’interno. Gli altri, per noi, erano martiri. Cinque erano tornati nelle loro città di provincia e li abbiamo rintracciati per telefono, ma sei erano ancora dispersi.
Andavo ogni giorno alla moschea, ma avevo fatto voto di non entrarci finché non avessi saputo il destino di tutti. Uno degli scomparsi è apparso al telegiornale, mostrando il tesserino universitario alla telecamera e dicendo: “Sto bene”. Abbiamo scritto i nomi di altri quattro su un cartellone, sotto abbiamo scritto “martire” e lo abbiamo fatto girare nel cortile dell’università. Anche noi avevamo dei martiri, quel giorno. Volevamo riprenderci il nostro diritto di scelta, un diritto che non era più nelle nostre mani, sepolto nelle urne elettorali.
Quando l’8 gennaio 2020 l’aereo del volo 752 della Ukraine international airlines è stato abbattuto con un missile, abbiamo acceso candele per le vittime. Si era deciso di marciare da viale Enqelab a piazza Azadi e mia moglie, che era appena tornata dal Canada, insisteva per andare; io le ho detto che non era il posto per lei, che restasse a casa e che le avrei portato notizie. Lei ha insistito e siamo andati. Lì c’era una differenza tra noi e loro.
Il nostro aspetto era diverso, ma non il nostro pensiero; o forse erano i nostri slogan. Ci avevano uccisi, colpiti con un missile: non un nemico, non gli stranieri, ma uno dei nostri. Volevamo che qualcuno rispondesse per quelle uccisioni, che spiegassero, che chiedessero scusa.
Vicino al parco Ostad, una delle forze di repressione ha incrociato lo sguardo di mia moglie, le ha puntato il fucile Winchester in faccia e ha fatto il gesto di sparare. Mia moglie si è spostata di qualche passo e poi è scoppiata a piangere. Ha detto: “E se gli fosse scivolato il dito e ci avesse colpiti?”.
Io le ho risposto: “Non saremmo morti, saremmo stati solo colpiti”.
Da lì siamo tornati subito a casa.
Durante le manifestazioni del movimento Donna, vita, libertà, invece, mia moglie era diventata più coraggiosa. Era lei per prima a scendere in strada per difendere la libertà di scegliere come vestirsi e io le camminavo accanto. Era lei che ogni sera mi diceva: “Scendiamo in strada”. Addirittura insisteva anche se eravamo appena tornati dall’Europa dove, all’inizio delle proteste, avevo partecipato a un evento e, una volta rientrato, correvo il rischio di essere arrestato e messo in prigione. E così siamo tornati in strada.
Volevamo l’abolizione di una legge ingiusta, una legge che calpestava i diritti di metà della nostra società. Donna, vita, libertà era il nostro confine netto con loro: noi eravamo diversi, non volevamo più quelle leggi.
Ma cosa c’è stato di diverso questa volta, nel gennaio 2026? Questa volta non mi trovavo in Iran. Quando sono tornato cinque giorni dopo gli eventi di quelle notti, tutti dicevano che in quei giorni le strade erano diverse. A chiunque lo dicesse chiedevo di descrivermi come. Questa volta la rabbia era cresciuta: tutti quelli scesi in strada volevano un cambiamento strutturale, non solo un cambiamento delle leggi.
I voltagabbana
Conosco da molti anni una coppia, marito e moglie, entrambi giornalisti. Per anni hanno indossato giacche militari americane, portato occhiali dalla montatura in acetato, sono cresciuti nell’apparato propagandistico dei riformisti, si sono corrotti con il denaro statale, sono diventati dirigenti di librerie e caporedattori di riviste sovvenzionate dallo stato; hanno scritto cose inutili, hanno bevuto e fraternizzato con i conservatori, sono stati invitati alle feste di scrittori famosi, hanno portato scrittori alle feste dei nuovi ricchi a Kordan e Mohammadshahr; hanno sostenuto di essere stati arrestati e interrogati, sono andati in giro in Vespa con lei alla guida, si sono inventati interrogatori in prigione, hanno tenuto discorsi infuocati alle presentazioni dei libri e alla fine sono diventati monarchici.
Dato che li vedevo di rado, questi cambiamenti mi saltavano all’occhio più in altri casi: ogni volta mi stupivo di come potessero essere così privi di convinzioni; provavo una vergogna “per procura” ricordando le loro parole di un tempo; pensavo che avrei dovuto fare qualcosa con la mia memoria, manipolarla, per riuscire a sopportare queste persone alle feste.
Ogni volta diventavano la voce più forte: cavalcavano l’onda della voce del popolo, diventavano i portavoce di chiunque avesse qualcosa da dire. Poi usavano quel tono così forte per ottenere rendite: carta a basso costo, tipografie statali, eventi di lancio con il supporto di importanti catene di caffetterie. Sanno come passare da una fila all’altra, come alzare di più la voce, come ostentare un comportamento estremo.
Anche loro si riconosceranno in questo scritto, ma non si vergognano di ciò che fanno: è proprio questo che gli ha permesso di crescere. Sono consapevoli di quello che fanno. Sanno vivere senza convinzioni e sanno che il dolore è una faccenda collettiva e il profitto una questione personale.
Il nostro medico di città
Arin dice che il 9 gennaio ha fatto ventisette interventi chirurgici. Gli chiedo: “Dov’erano le ferite?”.
Ci pensa un attimo e poi capisce. Risponde: “Gambe e bacino”. Poi aggiunge: “Quelli colpiti al torace, alla testa, da proiettili o pallini li operava qualcun altro”.
Chiedo: “Cosa scrivevate come causa dell’infortunio?”.
La sua ragazza, che è medico al pronto soccorso, dice: “Mandavamo la gente in sala operatoria senza nome, senza tac e senza anamnesi. Erano così tanti che non riuscivamo a scrivere”.
Arin dice: “Io scrivevo incidente stradale”.
Gli chiedo: “Avevano ancora i proiettili nel corpo?”.
Volevo capire da che distanza avessero sparato. Dice: “Nei miei casi, erano tutti passati attraverso il corpo; oppure se li erano già tolti prima di arrivare in ospedale”.
Arin lavora in un ospedale a est di Teheran. A est di Teheran ci sono stati più morti e feriti rispetto ad altre zone della città. Dice che dopo qualche giorno numeri sconosciuti hanno telefonato ai medici dell’ospedale e hanno chiesto chi avessero operato. Alcuni medici hanno negato; altri hanno detto che, in base al giuramento di Ippocrate, avevano operato i manifestanti feriti in strada. Al telefono li hanno minacciati: quando avrebbero bloccato i loro conti e confiscato i loro beni, avrebbero capito chi dovevano operare e a quali giuramenti avrebbero dovuto restare fedeli. Chiedo: “Oltre alle minacce, hanno fatto anche altro?”.
Dice che hanno portato via qualcuno, ma nessuno che lui conosca personalmente.
Imparare dalla strada
Idris Ali, lo scrittore egiziano, ha riassunto in una frase la condizione degli scrittori mediorientali: Se hai paura, non scrivere. E se scrivi, non avere paura.
Ogni volta che voglio scrivere qualcosa penso a questa frase, ma a volte le risposte non sono così chiare. A volte scrivo per non dimenticare: per non dimenticare i dettagli che passano, le paure e le speranze quotidiane. E scrivo tutto questo con paura. Paura di essere arrestato e finire in prigione; paura di essere respinto dalla gente, perché la gente non vuole il ricordo dei dettagli: vuole il risultato finale, e se il risultato non è quello che voleva, i dettagli li rifiuta.
In momenti come quelli dopo la repressione di gennaio il tempo si ferma e scorre allo stesso tempo. Tutti vogliono attraversare il lutto e superarlo: è la regola della vita. E i miei scritti vogliono resistere all’oblio e allo scorrere delle cose. La realtà è che la forza della vita è più grande di qualunque morte, perfino di un suicidio collettivo o della repressione di un movimento sociale. Nascono bambini, i giovani si sposano, quelli più grandi emigrano all’estero e ricominciano a lavorare e a vivere, ma considerano tutto questo normale per sé e anormale per gli altri.
La parola chiave di questo attraversamento del lutto è “normalizzazione”. Sia chi la pratica sia chi le si oppone sta comunque normalizzando il lutto; anche chi prova a resistere alla fine soccombe e diventa complice di questa amnesia collettiva. Io ho scritto molte volte queste emozioni collettive: a volte con una nota di biasimo per la gente, che dimentica tutto così in fretta, e a volte osservando le mie stesse ferite, chiedendomi come mai siano guarite così presto.
Tutto ciò che è vivo deve morire, e tutto ciò che è morto viene dimenticato: questo è il nostro destino. I miei scritti mi fanno abitare a lungo nel dolore, riaprire continuamente la ferita, ma anche questo, alla fine, finisce. Tutti sappiamo che l’ultima volta che eravamo in strada era diversa: questa volta siamo più determinati, più forti, più uniti, “un solo popolo”. È sempre questo che impariamo ogni volta dalla strada e a cui poi ritorniamo.
Gli attacchi
Ora che gli attacchi sono cominciati, tutto è cambiato.
Molti dicono che Trump ci abbia aiutato. La diaspora iraniana si raduna davanti alle ambasciate degli Stati Uniti e festeggia, balla come lui. Ma per me, in questo momento, affidarsi alle decisioni di Trump significa partecipare alla sua follia. È come essere ricoverati con lui nello stesso manicomio.
So che gioca una partita complessa e che persegue obiettivi su più livelli. Ma per una nazione che vive sotto le bombe è una conoscenza inutile. Il tempo dell’analisi è passato: avere paura o speranza nelle decisioni di un uomo che tiene il nostro destino nelle sue mani, in questi giorni, è quasi una fantasia.
In questo momento sono soprattutto arrabbiato con me stesso: con me stesso che non posso fare nulla, e con una società che deve restare in attesa delle decisioni di Trump. Ci siamo sopravvalutati.
Temiamo che ci consideri solo una pedina di una trattativa più grande e che baratti la nostra libertà con interessi più facili da ottenere. Temiamo che possa riconciliarsi con una repubblica islamica ferita e scagliarla di nuovo contro di noi. Ma temiamo anche il contrario: che, in nome di valori astratti come “America first”, decida di colpire ancora e che a morire siano i civili.
Temiamo la sua guerra e temiamo la sua pace. E forse questa è la parte peggiore di questi giorni.
Ora l’esercito più potente del mondo e uno dei più grandi eserciti del Medio Oriente attaccano la repubblica islamica giorno e notte. Eppure nelle strade sfilano le milizie armate del regime. Dicevano che con le mani vuote avremmo potuto sconfiggerle nelle strade, ma oggi è chiaro che non abbiamo la forza per un cambiamento del genere, nemmeno adesso che anche questi grandi eserciti sono entrati in guerra contro la repubblica islamica.
(Traduzione di Giacomo Longhi Alberti)
Mohammad Tolouei è uno scrittore iraniano nato a Rasht nel 1979. Vive a Teheran. Il suo ultimo romanzo pubblicato in Italia è Enciclopedia dei sogni (Bompiani 2025).