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Come evitare la disgregazione dell’eurozona

Tra Brexit e Grexit non sembra esserci spazio per grandi colpi d’ala. La possibilità che a fine mese i capi di stato e di governo concordino decisioni davvero innovative per il futuro economico e politico della zona euro è minima. In realtà il rischio dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea e della Grecia dall’euro dovrebbe spingere verso una maggiore, rapida integrazione economica e politica degli stati che hanno adottato l’euro.

Infatti, se si vuole essere certi che il Regno Unito resterà nell’Unione, il modello di integrazione europea dovrà essere diluito in qualche punto, e l’equilibrio potrà essere ristabilito solo con il rafforzamento della zona euro. Per quanto riguarda la Grecia, l’insufficiente integrazione dell’unione monetaria è stata una delle cause della crisi, anche se non la principale.

Il contesto gioca però a sfavore di tale scenario. La fiducia tra i paesi dell’euro è diventata merce rarissima, come dimostra appunto il caso greco. In queste ore sta maturando un accordo tra Atene e i creditori, e il rischio dell’uscita della Grecia sembra scongiurato per il momento, ma per ricostruire la fiducia tra i governi occorrerà moltissimo tempo.

La sfiducia reciproca tra i “battitori” di moneta resta una contraddizione profonda, visto che la moneta è il mezzo di pagamento fiduciario per eccellenza. Inoltre, il margine di manovra dei governi è dettato dagli umori degli elettori: né a destra né a sinistra c’è appetito per vincoli europei più strutturati, con ulteriori cessioni di sovranità a un centro che, si teme, sarebbe controllato dalla Germania. I tedeschi, i finlandesi e gli olandesi non vogliono condividere rischi e debiti con nessuno. In Germania e in Francia (paese di nascita del souverainisme), il 2017 sarà un anno elettorale. Conclusione: nessuno ha voglia di soluzioni ambiziose a breve, e nemmeno di prendere impegni a lungo termine.

In successione sono circolati una specie di brogliaccio della Commissione, un paper francotedesco e un contributo italiano. Prudentissimo, vago e senza scadenze il primo, generico e meno ambizioso delle proposte lanciate nel 2013 da Francia e Germania il secondo, articolato e nettamente più ambizioso il terzo.

Le note di discussione preparate da Martin Selmayr, potente capo di gabinetto tedesco di Jean-Claude Juncker, costituiscono la filigrana del rapporto dei quattro presidenti dell’Unione (Juncker per la Commissione, Donald Tusk per il Consiglio, Jeroen Dijsselbloem per l’eurogruppo, Mario Draghi per la Bce) ai quali si aggiunge il presidente del parlamento Martin Schulz, atteso nelle prossime settimane.

Nel 2012, quando venne aperto il cantiere della ‘nuova’ unione economica e monetaria, la Commissione parlava esplicitamente di un bilancio dell’eurozona e anche di eurobond. Termini che ora non si sentono più

È più un elenco di temi che una panoramica delle scelte. Scontati gli obiettivi di “una ulteriore condivisione delle decisioni in materia di squilibri economici e competitività” e dello stretto coordinamento delle politiche contro l’evasione. Solo in parte nuova l’indicazione di una governance delle riforme strutturali (in una non meglio precisata seconda fase) con standard di riferimento e regole giuridicamente vincolanti che, solo se rispettate, possono permettere ai paesi di beneficiare di meccanismi comuni di sostegno per fronteggiare shock economici.

È una Maastricht delle riforme per riequilibrare la Maastricht del deficit e del debito. Per Draghi, che secondo molti è scontento del basso profilo dell’attuale discussione, deve essere il pilastro della nuova unione monetaria. Si parla vagamente di “unione di bilancio”, passando da “un sistema di regole sulle politiche di bilancio a un sistema di adeguata condivisione di sovranità entro istituzioni comuni”. Nel 2012, quando venne aperto il cantiere della “nuova” unione economica e monetaria, la Commissione parlava esplicitamente di un bilancio dell’eurozona e anche di eurobond. Termini che ora non si sentono più.

Nel documento francotedesco si misura la frenata rispetto a quanto indicato due anni fa da Merkel e Hollande: abbandonata l’idea di un presidente dell’eurogruppo a tempo pieno, si limita a indicare la necessità di rafforzarne la “capacità di azione”. Nessuna traccia del bilancio dell’eurozona. La Commissione sembra ridotta ad ancella dei governi: deve proporre gli elementi per definire la politica economica della zona euro e le raccomandazioni ai paesi “devono concentrarsi su un numero più limitato di priorità indicando gli obiettivi piuttosto che i mezzi” per fronteggiarle. Il messaggio non potrebbe essere più chiaro. Un altro scenario sarebbe possibile se si mettesse mano ai trattati (cosa di cui nessuno ha voglia): Merkel e Hollande promettono di studiare strumenti e basi giuridiche per “le tappe supplementari” dell’unione monetaria entro fine 2016. Sembra impallinato il sogno di Cameron di cambiare le norme fondamentali per rimpatriare poteri da Bruxelles.

Di tutt’altro tono il documento italiano, che parte da questa premessa: “La resistenza politica a un maggiore coordinamento e alla condivisione dei rischi porta instabilità e limita la possibilità di attuare scelte più efficaci e lungimiranti”. Le proposte: meccanismo di assicurazione contro la disoccupazione mettendo in comune una parte delle risorse nazionali usate a questo scopo dai vari paesi (l’unica proposta davvero innovativa contenuta nei documenti in discussione), incentivi per gli stati a condurre politiche di bilancio equilibrate grazie a un meccanismo di stabilizzazione economica finanziato mettendo insieme risorse nazionali, con emissioni di titoli sul mercato sulla base di una garanzia europea, una specifica linea di bilancio della zona euro sostenuta da una nuova tassa (emissioni di CO2, digitale, transazioni finanziarie). E poi, trasformazione del fondo salvastati (European stability mechanism) in Fondo monetario europeo. La via giuridica per il graduale trasferimento di sovranità tra i 19 stati dell’euro è la creazione di una “cooperazione rafforzata”.

Alla fine del 2012 la Commissione aveva indicato obiettivi molto più precisi e anche un primo calendario: entro la fine del 2017 dovevano vedere la luce il bilancio dell’eurozona, il fondo di rimborso del debito, gli eurobond e la nomina di un commissario al tesoro dell’unione monetaria. Dopo il 2017, con la modifica dei trattati, sarebbero arrivati il bilancio autonomo dell’area euro per sostenere gli stati in difficoltà, una governance economica “profondamente integrata” e l’emissione comune di debito pubblico. Il primo rapporto dei quattro presidenti dell’Unione diceva sostanzialmente le stesse cose senza calendario. A fine mese si misureranno i passi avanti e i passi indietro.

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