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I caschi blu compiono sessant’anni ma sono sempre meno popolari

Caschi blu partecipano a una cerimonia a Manila prima della partenza per una missione ad Haiti, il 7 luglio 2015. (Erik De Castro, Reuters/Contrasto)

Nel luglio del 1956 l’Egitto nazionalizza il Canale di Suez. La Francia e il Regno Unito, che in quella via di comunicazione hanno molti interessi, a ottobre intervengono militarmente con l’appoggio di Israele. L’Egitto, in risposta, affonda le navi nel canale. Il rischio di un conflitto planetario è concreto e, per scongiurarlo, il 7 novembre 1956 le Nazioni Unite decidono di intervenire. Inviano nella zona alcune migliaia di soldati provenienti dagli eserciti di Brasile, Canada, Colombia, Danimarca, Finlandia, India, Indonesia, Svezia e Jugoslavia. Ognuno ha la divisa del proprio paese, ad accomunarli c’è solo il casco, che è blu, il colore della bandiera dell’Onu.

Nascono così, sessant’anni fa, i caschi blu e le operazioni di peacekeeping (mantenimento della pace) delle Nazioni Unite. Un esordio di successo, anche se nel risolvere la crisi del canale di Suez è stata più determinante l’alleanza – sorprendente, in piena guerra fredda – tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica.

Lo sviluppo di una forza militare al di sopra delle parti, che combatte per la pace nel mondo, è un’utopia che si fa largo nonostante il fallimento della seconda missione dei caschi blu, quella nell’ex Congo belga (Repubblica Democratica del Congo) negli anni dal 1960 al 1964. Malgrado il sacrificio di più di trecento soldati e del segretario generale dell’Onu Dag Hammarskjold, un anno dopo la fine della missione va al potere il dittatore Mobutu.

Con la conclusione della guerra fredda il peacekeeping sembra destinato a espandersi

I soldati di pace sono successivamente inviati nella Repubblica Dominicana, nella Nuova Guinea Occidentale, nello Yemen, a Cipro. Tornano dalle parti del canale di Suez, nel 1973, e nel 1978 arrivano in Libano. Vi sono successi e insuccessi, ma sempre più le parole “caschi blu” vengono associate a qualcosa di buono e giusto. Nel 1988, i soldati che per difendere i più deboli rischiano la vita lontani da casa ricevono il Nobel per la pace. Con la conclusione della guerra fredda il peacekeeping sembra destinato a espandersi, tant’è che tra il 1991 e il 1993 le spese per queste missioni aumentano di quasi quattro volte. Ora ci si può occupare di quei tanti conflitti che, pur avendo un teatro ridotto, causano morte e devastazione su vasta scala.

La fine dell’utopia
Ma nel momento in cui i caschi blu sono al massimo del loro dispiegamento e la loro reputazione è alle stelle, arrivano la Somalia, il Ruanda e Srebrenica. E la storia delle operazioni di peacekeeping, in meno di due anni, si ribalta completamente.

Nell’ottobre del 1993, a Mogadiscio, negli scontri che seguono l’arresto di alcuni signori della guerra, muoiono 18 soldati statunitensi, un pachistano, un malese e una cifra mai precisata di somali. Ma a colpire l’opinione pubblica mondiale sono le immagini del cadavere di un soldato statunitense trascinato e martoriato per le strade della città. L’imponente missione Restore hope, che aveva visto lo schieramento di 28mila soldati, viene smantellata. Nell’aprile del 1994, quando in Ruanda comincia il genocidio, il Consiglio di sicurezza dell’Onu, invece di rinforzare il contingente di caschi blu nel paese, lo riduce da 2.500 a 270 militari. Nel luglio del 1995, nel cuore dell’Europa, a Srebrenica, le forze di Ratko Mladić massacrano più di diecimila persone, nonostante nella città fossero di stanza circa seicento caschi blu olandesi.

Questi tre fallimenti sono dovuti a scorrette pianificazioni militari, a comportamenti indecenti dei governi più potenti del mondo – tra cui Stati Uniti, Francia e Regno Unito – e a clamorosi errori dei dirigenti dell’Onu. Ma la conseguenza è il crollo della fiducia nelle operazioni di pace.

In modo un po’ eufemistico, il sito delle Nazioni Unite definisce gli anni successivi a questi disastri un “periodo di riassestamento”. Di fatto, i governi più potenti si tirano indietro. Così, all’inizio del 2004, i cinque paesi da cui proviene il maggior numero di caschi blu sono il Pakistan, con quasi settemila soldati (su un totale di cinquantamila), il Bangladesh, la Nigeria, il Ghana e l’India. Il primo paese occidentale lo si trova al diciottesimo posto: è il Portogallo, con 565 effettivi. L’Italia, che pure nel 2004 manda all’estero circa settemila soldati, concede all’Onu solo 161 militari. Anche Stati Uniti, Regno Unito e Francia spediscono oltre confine molte truppe, in risposta – più o meno pretestuosa – al terrorismo internazionale. Ma li mandano con la Nato o per conto proprio.

La retorica delle missioni di pace
In favore delle missioni di pace dell’Onu, i paesi più potenti inviano solo belle parole, come quelle espresse nel settembre del 2015. Durante una riunione nel palazzo di vetro a cui partecipano oltre cinquanta capi di stato, tra cui Barack Obama, si promette solennemente di rilanciare il peacekeeping. Oggi, a distanza di un anno, la situazione è ancora quella del 2004, anche se i caschi blu mobilitati sono raddoppiati e superano quota centomila. Ma il paese che più vi contribuisce è l’Etiopia – con 8.326 militari, tra cui 528 donne – cioè uno dei venticinque stati più poveri del mondo. Poi ci sono India, Pakistan, Bangladesh e Ruanda, che nell’ordine mettono a disposizione delle Nazioni Unite da 7.500 a 6.100 militari. Il primo paese occidentale in questa classifica è proprio l’Italia, venticinquesima con 1.100 soldati, quasi tutti impegnati in un’unica missione, quella in Libano.

In quanto ai membri permanenti nel Consiglio di sicurezza, la Cina concede all’Onu più di 2.600 soldati, la Francia non arriva a mille, il Regno Unito è sotto 500, la Russia e gli Stati Uniti sono sotto quota cento.

I governi più influenti nel mondo continuano a inviare all’estero moltissimi soldati. Dicono che sono in missione di pace ma allora perché non indossano il casco blu delle Nazioni Unite? Una risposta possibile è che, nonostante la retorica con cui ammantano il loro impegno sulla scena internazionale, i paesi più industrializzati pensino prima di tutto al loro ristretto interesse. Ma che sappiano farsi bene i conti, in un mondo dove l’unica sicurezza possibile è quella globale, è tutto da vedere.

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