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I siriani in Turchia sono uniti dall’esilio ma divisi sul futuro

Siriani tra le strade di Gaziantep, in Turchia, il 13 marzo 2016. (Ozan Kose, Afp)

Dopo cinque anni di guerra, è ormai chiaro che né Bashar al Assad né i ribelli hanno la forza per controllare la Siria, né, comunque, il consenso per governarla. L’obiettivo di Staffan De Mistura, il mediatore dell’Onu, non è quindi un cessate il fuoco, ma più esattamente, una “riduzione delle ostilità”: da entrambi i lati del fronte le milizie ormai sono troppe, è la sua tesi, e troppo frammentate, per negoziare un unico accordo di pace. L’obiettivo è piuttosto di creare, gradualmente, delle aree un minimo sicure, perché i profughi, e in particolare gli attivisti, critici nei confronti di Assad e dei ribelli, possano tornare. E riprendersi il paese.

La loro capitale è Gaziantep, la città della Turchia più vicina ad Aleppo, simbolo e bastione dell’opposizione. Qui ha sede il governo in esilio, qui hanno uffici tutte le organizzazioni non governative attive oltre confine. Con quasi due milioni di abitanti, Gaziantep è ormai turca e araba insieme, è una città in cui, nonostante 500mila morti, nessuno dice: “Prima della guerra”. Qui si dice ancora: “Prima della rivoluzione”.

Ma a quali condizioni i siriani sono disposti a rientrare in Siria?

Nashwan al Saleh ha 39 anni, è un giornalista di Al Medinat. Viene da Deir Ezzor, sotto il controllo del gruppo Stato islamico (Is). Tornerebbe in una Siria governata da Assad, ma mai in una Siria governata dagli islamisti.

Lubna al Kanawati ha 36 anni, dirige Women Now. Viene da Ghouta, assediata dall’esercito di Assad. Tornerebbe in una Siria governata dagli islamisti, ma mai in una Siria governata da Assad.

Nashwan al Saleh

Sono arrivato qui sei mesi fa, dopo essere rimasto oltre un anno nascosto in casa. In un sottoscala. Perché quelli dell’Is sono entrati in città e come prima cosa hanno detto agli uomini di scegliere: arruolarsi o andarsene. Io, poi, sono un professore di matematica: e siamo stati tutti costretti a insegnare il Corano. Cioè, in realtà ognuno insegnava la sua materia come sempre, e quando i jihadisti venivano in aula a controllare, gli studenti tiravano fuori il Corano da sotto il banco – ma ho preferito lasciar perdere.

Avrei potuto andarmene, non è vero che eravamo in trappola. Non all’inizio. Molti sostenevano l’Is per necessità, per povertà, ma molti anche per opportunismo. O per convinzione. I jihadisti hanno bloccato le strade dopo Kobane, quando hanno cominciato a perdere terreno: e gli stranieri hanno cominciato a disertare. Ma a quel punto, ormai a Deir Ezzor non avevo più niente.

Avevo da una parte l’Is – che in mezzo a una guerra del genere, alla fame, alla miseria, controllava le dita ai passanti, per strada, per capire se si erano fumati una sigaretta – ma dall’altra niente: non avevo più niente. Uno dei miei più cari amici è stato ucciso subito, in una delle prime manifestazioni, e gli altri si sono uniti ai ribelli dell’Esercito siriano libero. E sono cambiati. Perché avere un’arma, avere potere, quel tipo di potere, sugli altri, ti cambia. E a quel punto, non puoi più vincere. Cioè: puoi anche vincere la guerra, ma ormai hai perso te stesso.

Anche se sono sempre stato contro Assad, sono sempre stato convinto che reagire con le armi fosse un errore. Un errore irrimediabile. Non fosse altro perché per creare delle milizie avremmo avuto bisogno di milioni di dollari: e nessuno ti finanzia senza volere niente in cambio. Soprattutto paesi come l’Arabia Saudita. Non sono democratici, e ti aspetti che sostengano la tua battaglia per la democrazia? Era ovvio che saremmo finiti in un gioco molto più grande di noi.

La vita qui in Turchia… dipende. Dipende se hai ancora dei risparmi, o se non hai più un centesimo, e dipende se hai dei documenti, una carta di identità, un diploma, un vecchio abbonamento dell’autobus, una cosa qualsiasi, o non sei più nessuno. La Turchia non ha mai aderito alla convenzione sui diritti dei rifugiati, e quindi sei solo un ospite: dipendi dalla gentilezza, e dalla pazienza, del padrone di casa. E dal momento che ognuno di noi, al fondo, è in una situazione diversa, è difficile capire quanti vogliono tornare e quanti no. Che però è proprio quello che per l’Onu è cruciale capire.

Se potessi tornerei domani, anche sotto Assad. Sono stanco, rivoglio indietro la mia vita

Per esempio anche quelli di noi che sono in Europa, e che ovviamente, tenteranno di rimanere in Europa, già adesso scrivono che è molto più dura del previsto. Alcuni torneranno. E altri no, ma solo per non sembrare dei falliti. Come quelli che sono andati via subito, ai primi colpi di mortaio: non torneranno non perché stiano meglio qui, o in Libano, ma per non essere bollati come vigliacchi. Davvero: è tutto molto soggettivo. E complesso da valutare: perché è complesso valutare come sarà la Siria in cui, eventualmente, tornare.

Ma io se potessi, onestamente, tornerei domani. Sì: anche sotto Assad. So che è vietato dirlo, sia mai che gli altri mi sentissero: ma so anche di non essere l’unico a pensarla così: dentro di me, spero che Assad riconquisti Aleppo, nelle prossime settimane, e chiuda tutto. Sono stanco. Rivoglio indietro la mia vita.

Non mi interessa più chi governa, è diventata una guerra senza senso, una carneficina senza più obiettivi. Padri che per campare sono costretti a vendere in spose le figlie bambine ai ricchi del Golfo… No, non mi sento rappresentato né dall’opposizione, che sta in esilio da anni e non ha idea di cosa sia la Siria oggi, né dal regime, che è completamente indifferente non solo alle nostre opinioni, ma anche alla nostra sofferenza. Ma sono esausto.

Ragazzi siriani nel centro di Gaziantep, in Turchia, il 19 febbraio 2016.

Non ha senso chiederci se siamo d’accordo o meno con i negoziati di Ginevra: abbiamo bisogno di questa tregua. Abbiamo bisogno di qualsiasi cosa. La rivoluzione è finita. Ed è fallita. Il male minore, ora, è Assad. Perché l’Is è un’ideologia, è una cosa molto più profonda di un regime, molto più pericolosa: e molto più difficile da eliminare. Ma non per questo mi sento un traditore. Siamo onesti: la decisione non è più nostra. E quindi che senso ha continuare? O sei con Assad o sei contro Assad, se semplicemente usato da potenze straniere che perseguono solo i propri interessi. Finiamola qui.

Lubna al Kanawati

Sono arrivata a Gaziantep un anno fa, dopo averne passati due sotto assedio. Vengo da Ghouta. Sì, Ghouta: quella del gas. E quindi non capisco come alcuni di noi ora, in cambio della pace, siano pronti ad accettare perfino Assad. Il problema è che molti si sono uniti alla rivoluzione per opportunismo, o senza rifletterci troppo, con leggerezza, perché pensavano che come in Egitto, come in Tunisia, sarebbe stata questione di un paio di mesi. Pensavano che sarebbe stato facile. E forse sono andati via troppo presto, e non hanno idea di cosa sia la Siria oggi.

Ma io ho vissuto tutto. So cosa sia il terrore, la morte, il sangue, camminare per strada e trovare una mano, un piede: so cosa significa vivere di erba, di foglie, mendicare. Perdere la dignità. Altro che Ginevra, altri che negoziati: la città giusta, per Assad, è l’Aja.

Il problema è che siamo divisi. Né siamo realmente organizzati. Un po’ per ragioni logistiche, perché ormai siamo dispersi in troppi paesi – e ognuno di noi inoltre, prima che aiutare gli altri, deve aiutare se stesso: pensare al proprio futuro. Ma non è solo questo, onestamente. Il problema di fondo è che lavoriamo tutti nelle organizzazioni non governative, adesso. E siamo diventati un po’ dei burocrati, con il nostro stipendio in dollari, la nostra vita normale.

Possiamo permetterci tutto, qui in Turchia. E giustamente siamo percepiti come un’élite. Non abbiamo rapporti con i siriani dei campi profughi, con i siriani che vivono per strada, negli scantinati, in quindici in una stanza: non abbiamo rapporti con quelli che diciamo di aiutare. E in più, siamo totalmente concentrati sull’attività umanitaria. Cibo, medicine, gasolio: cose molto concrete. Ed è essenziale, certo, anche perché altrimenti chi sta ancora in Siria dipende dai combattenti, per sopravvivere: ma il problema è che ci occupiamo solo di questo.

Vivevo da sola, un’attivista laica, divorziata: ed ero finita nel mirino degli islamisti. Eppure, non è di loro che ho paura

Non arrivano fondi per altro. E questa per i nostri donatori è una scelta politica, non economica: una scelta che fa il gioco di Assad, perché il risultato è che come attivisti, in questo modo, siamo spariti. Ed è quello che si voleva dall’inizio. Nei giorni delle manifestazioni i funzionari delle vostre ambasciate, gli agenti delle vostre intelligence telefonavano mille volte, volevano informazioni su tutto: ora dicono che non siamo mai esistiti. Che era tutta una cospirazione. Ma la cospirazione qui, se c’è, tutt’al più è a favore di Assad.

L’alternativa è qui

Questo cessate il fuoco non è mai cominciato. Si bombarda, si combatte come sempre. Chi stava sotto assedio, alla fame, sta ancora sotto assedio e ancora alla fame. I negoziati di Ginevra sono solo una copertura per consentire ad Assad di schiantarci definitivamente, e ridurre tutto a una guerra contro il gruppo Stato islamico. Esattamente quello che si voleva dall’inizio, sì. Perché l’Is in Siria non è come in Iraq, in cui sunniti e sciiti sono gli uni contro gli altri: l’Is in Siria è un fenomeno fondamentalmente straniero.

Perché tutti questi jihadisti sono potuti entrare? La Turchia non è certo uno stato che non controlla il suo territorio. Quando si è trattato di fermare i curdi, ha sigillato la frontiera. E voi? Davvero non avete notato niente e nessuno, in tutti questi anni? La verità è che volete costringerci ad accettare Assad. Ma è inutile.

Non venitemi a dire che Assad è il male minore

Sono andata via da Ghouta perché vivevo da sola, un’attivista laica, divorziata: ed ero finita nel mirino degli islamisti. Eppure, non è di loro che ho paura. Intanto perché trovo onesto riconoscere che molti siriani sono musulmani conservatori, e quindi che gruppi come Jaish al Islam rappresentano una parte, e anche significativa, del nostro paese. È giusto che abbiano un ruolo come tutti gli altri. È la democrazia. E poi, la storia dimostra che gli islamisti vincono le elezioni, sì, ma poi governano male: e quindi la cosa più sensata, se anche vincono, è batterli alle elezioni successive.

Ma non venitemi a dire che Assad è il male minore. Dalla vostra comoda casa in Europa, non avete la minima idea di cosa significhi vivere in un regime. Cominciare a tossire, all’improvviso, così, e morire asfissiati. Non avete nessun diritto di decidere quale sia per noi il male minore.

Dopo 500mila morti, e cinque anni di indifferenza, non mi aspetto più niente da nessuno. L’unica cosa che vi chiedo è: lasciateci stare. Finitela di giocare con questa guerra. Vogliamo semplicemente una casa, un lavoro. La libertà di esprimere un’opinione senza essere arrestati. Sono cose normali per voi: perché per noi devono essere oggetto di negoziati e compromessi? Dopo tutto quello che ho vissuto, non devo giustificarmi se pretendo che Assad si dimetta. Si deve giustificare chi ritiene che un uomo così possa governare la Siria. Non è vero che non esiste alternativa. No che non è vero. L’alternativa è qui, di fronte a te.

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