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Parigi pensa a una Guantánamo francese

Una manifestazione di Amnesty international a Parigi, il 10 gennaio 2012. Gli attivisti sono vestiti come i detenuti di Guantánamo. (Joel Saget, Afp)

All’indomani degli attentati del 13 novembre a Parigi, il governo francese aveva informato il Consiglio d’Europa della sua “decisione di derogare alla Convenzione europea dei diritti umani” in seguito all’adozione dello stato di emergenza. Parigi puntava così a premunirsi nei confronti di possibili denunce contro eventuali misure in contrasto con la convenzione, un diritto di cui si era avvalso il governo britannico all’indomani degli attentati del luglio 2005 a Londra.

L’esecutivo guidato dal socialista Manuel Valls era stato accusato di lassismo e di non aver sorvegliato in modo adeguato gli autori degli attentati di Parigi, molti dei quali erano schedati con una “S” (che segnala una “minaccia alla sicurezza dello stato”) dai servizi di intelligence. Lo stesso era successo con gli autori degli attacchi contro Charlie Hebdo di gennaio e con quello del fallito attentato sul Thalys ad agosto. Il governo ha così fatto approvare, il 20 novembre, una legge che proroga lo stato di emergenza fino a fine febbraio e ne ha esteso l’ambito di applicazione.

Per esempio, ha esteso i casi in cui possono essere imposti gli arresti domiciliari. Il divieto di uscire di casa dalle 20 alle 6 con l’obbligo di presentarsi tre volte al giorno in commissariato è stato finora imposto soprattutto a militanti ecologisti che hanno violato il divieto di manifestare (anch’esso deciso nell’ambito dello stato di emergenza) o a persone “nei confronti delle quali ci sono seri motivi per ritenere che il loro comportamento costituisca una minaccia per l’ordine pubblico e la sicurezza”. La formula contenuta nella nuova legge lascia un margine di discrezionalità alle autorità più ampio rispetto a quella sullo stato di emergenza del 1955 (votata in piena guerra di Algeria).

Il bilancio finora è di 2.500 perquisizioni amministrative (compiute senza l’autorizzazione di un magistrato), 354 arresti domiciliari, 267 fermi, 398 armi sequestrate, di cui 39 armi da guerra.

Il governo ha chiesto al consiglio di stato di esprimersi sulla possibilità di ‘autorizzare la privazione della libertà a titolo preventivo’

Insieme alla nuova norma sulle perquisizioni amministrative e a quella che vieta le riunioni e le manifestazioni, la norma sugli arresti domiciliari è contestata da diversi giuristi e associazioni dei diritti umani, che le hanno impugnate dinanzi alla corte costituzionale.

È per questo che il governo all’inizio dicembre ha chiesto al consiglio di stato, che dà un parere preventivo sui disegni di legge e sulla loro conformità costituzionale, di esprimersi sulla possibilità di “autorizzare la privazione della libertà degli interessati a titolo preventivo e di prevedere la loro detenzione in appositi centri”, senza l’intervento di un magistrato. Si tratta, prosegue il testo dell’interrogazione, di “aumentare la sorveglianza di persone note ai servizi di polizia per la loro radicalizzazione e che presentano indizi di pericolosità”.

In particolare, “le persone schedate con la S”, circa 20mila in tutto il paese di cui 10.500 fondamentalisti islamici o simpatizzanti. La misura, osserva Le Monde, “andrebbe più lontano del campo aperto dagli Stati Uniti a Guantánamo, che non riguarda i cittadini statunitensi”, poiché si applicherebbe anche ai cittadini francesi.

Nel caso in cui il consiglio di stato bocciasse la proposta, il ministero dell’interno ha previsto altre due possibilità, spiega ancora il giornale: “Riservare la detenzione amministrativa alle persone già condannate per terrorismo e che hanno scontato la pena e, in subordine, la possibilità di obbligare queste persone a indossare un braccialetto elettronico o costringerle agli arresti domiciliari una volta concluso lo stato di emergenza”.

Mediapart ricorda che l’internamento preventivo era stato proposto in origine dagli estremisti dell’opposizione conservatrice e che il governo ha chiesto il parere del consiglio di stato soprattutto “per evitare di lasciare troppo spazio alla destra”. L’Eliseo e il ministero della giustizia “puntano su un parere negativo del consiglio”, scrive ancora Mediapart, secondo cui “gli ‘ultrà’ del governo, in particolare al ministero dell’interno, sono comunque convinti che una sorveglianza più stretta delle persone schedate con la S è pertinente. E dopo gli attentati l’ala più favorevole a maggiori misure di sicurezza ha avuto spesso la meglio presso François Hollande. Sia per convinzione sia per tattica politica. Ma comunque contro tutti i valori difesi finora dalla sinistra”.

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