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I profughi mettono in crisi il modello scandinavo

Il controllo dei documenti nella stazione ferroviaria dell’aeroporto di Copenaghen, il 4 gennaio 2016. (Tariq Mikkel Khan, Polfoto/Ap/Ansa)

L’arrivo di migranti e richiedenti asilo che ha interessato l’Europa negli ultimi anni, ed è aumentato nel 2015, sta mettendo a dura prova alcuni dei pilastri dell’integrazione europea: la libertà di circolazione, la solidarietà e la volontà dei paesi membri di compiere questo percorso insieme.

Di fronte a un fenomeno inedito, ma non imprevedibile, dato che le guerre in corso alle porte dell’Europa non sono scoppiate ieri, gli stati europei hanno reagito nel peggiore dei modi: ciascuno per sé e l’Ue per tutti. Dove ci si sarebbe aspettato un intervento coordinato da parte dell’Unione, si è assistito a una gara a scaricare sul vicino la responsabilità e l’onere di gestire lo sbarco o l’arrivo di centinaia di migliaia di profughi, sprangando le porte di casa propria e rinnegando alcuni dei princìpi fondatori dell’Unione in nome della sovranità nazionale. Anche la Germania, che sembrava aver fatto eccezione, dopo i fatti Colonia ha scelto la linea della durezza.

Questa tendenza alla chiusura non ha risparmiato i paesi scandinavi. Dopo essere stati all’avanguardia in Europa per quanto riguarda l’accoglienza e l’integrazione dei rifugiati, ora stanno facendo marcia indietro uno dopo l’altro; non senza interrogarsi sulla necessità di questa svolta e del suo impatto sulla loro immagine.

Svolte radicali

Il 26 gennaio il parlamento danese ha votato con un’ampia maggioranza (81 voti a favore, 27 contrari e un’astensione) la riforma della legge sull’immigrazione, che consente tra l’altro alla polizia di sequestrare a migranti e richiedenti asilo somme di denaro o beni del valore superiore alle diecimila corone (1.340 euro). Sono esclusi i gioielli di valore affettivo, come gli anelli di fidanzamento e le fedi nuziali.

Una modifica rispetto al testo originale – sostenuto dai populisti e presentato dalla maggioranza di destra – che ha consentito al governo di ottenere il supporto dell’opposizione socialdemocratica, osserva Politiken a Copenaghen. La legge, che è stata criticata dal Consiglio d’Europa e dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, prevede anche la riduzione del 10 per cento degli aiuti concessi ai rifugiati e l’allungamento a tre anni del periodo per poter chiedere il ricongiungimento familiare.

I programmi di integrazione del governo svedese faticano a stare al passo con l’afflusso di centinaia di persone al giorno

Il 27 gennaio è toccato alla Svezia annunciare l’espulsione – con la forza se occorre – di 80mila migranti ai quali è stata respinta la richiesta d’asilo. L’annuncio ha coinciso con la morte, lo stesso giorno, di un’impiegata di un centro di accoglienza per rifugiati uccisa da un giovane somalo.

Il paese è stato a lungo in testa alle destinazioni preferite da migranti e richiedenti asilo a causa della sua generosa politica di accoglienza (oltre il 55 per cento delle domande di asilo è stato accolto nel 2015). Con 9,8 milioni di abitanti, è il primo paese in Europa per il numero di rifugiati rispetto alla popolazione: nel 2015 sono arrivati oltre 160mila richiedenti asilo (il doppio rispetto al 2014) e quest’anno ne sono attesi almeno altrettanti. Un afflusso che non può non avere un impatto sulle finanze pubbliche: si calcola che la gestione dei rifugiati costi più di 60,2 miliardi di corone (6,4 miliardi di euro) quest’anno e 73 miliardi (7,8 miliardi di euro) nel 2017, pari all’1,24 per cento del pil.

Ma anche la generosità ha i suoi limiti, e i programmi di integrazione messi a punto dal governo svedese per evitare la ghettizzazione e l’emarginazione dei profughi fanno fatica a stare al passo con l’afflusso di centinaia di persone al giorno che, seppure qualificate e desiderose di integrarsi, non parlano la lingua e hanno bisogno di un tetto. Per questo il governo ha reso nota a novembre una svolta radicale nella sua politica di accoglienza. Si è trattato di un rovesciamento delle politiche di cui il paese era andato orgoglioso tale da far scoppiare in lacrime la vicepremier verde Asa Romson al momento di annunciarla ai mezzi d’informazione.

Schengen sospeso per due anni

Queste politiche, tuttavia, avevano dimostrato i propri limiti già meno di tre anni fa, quando scoppiarono le rivolte in un quartiere popolare della periferia di Stoccolma abitato da un gran numero di immigrati. Già all’epoca gli svedesi si interrogarono sull’evoluzione del loro modello sociale, reputato ugualitario, tollerante e accogliente, e scoprirono che razzismo, segregazione ed emarginazione sono anche fenomeni svedesi. E il successo elettorale del partito dei Democratici di Svezia ne è un’altra dimostrazione.

Sempre per rallentare l’afflusso dei migranti, all’inizio dell’anno Stoccolma e Copenaghen hanno annunciato contemporaneamente il ripristino dei controlli alle frontiere comuni e, per la Danimarca, anche quelli alla frontiera con la Germania.

Insieme a Norvegia, Francia e Austria, che hanno a loro volta reintrodotto i controlli alle frontiere, la Svezia, la Danimarca e la Germania fanno parte di un gruppo di paesi che ha chiesto il 26 gennaio alla Commissione europea di sospendere il trattato di Schengen sulla libera circolazione per due anni.

La crisi dei rifugiati è un problema europeo, e tutti i paesi ne sono coscienti e non smettono di ripeterlo

L’irrigidimento delle politiche di accoglienza si è esteso anche ad altri paesi del nord Europa: il premier dei Paesi Bassi, Mark Rutte, ha annunciato il 20 gennaio di voler determinare “un forte calo” del numero dei migranti che entrano nel paese. L’Aja, a cui spetta la presidenza di turno dell’Unione europea, ha anche elaborato insieme ad Austria, Germania e Svezia, un progetto per il rinvio automatico e immediato in Turchia dei rifugiati che sono partiti da lì e sono sbarcati in Grecia perché, sostiene, la Turchia è un “paese sicuro” e quindi può accogliere rifugiati. In cambio, spiega De Volkskrant, l’Europa accoglierebbe ogni anno tra i 150mila e i 250mila migranti “legali” che si trovano in Turchia.

In fondo, come sottolinea Béatrice Delvaux sul belga Le Soir, la crisi dei rifugiati è un problema europeo, e tutti i paesi ne sono coscienti e non smettono di ripeterlo, pur rifiutando di dare all’Europa i mezzi per affrontarlo, con il pretesto che si tratta di materie legate alla sovranità nazionale e per il terrore dell’avanzata dei populisti, che avanzano comunque. Ma, prosegue, Delvaux, “l’assenza di efficacia delle misure prese a livello europeo è crudele, perché ci priva dell’unica buona soluzione: una politica comune europea”.

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