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Nessun terrorista agisce da solo

Il treno Amsterdam-Parigi fermo alla stazione di Arras, in Francia, il 22 agosto 2015. (Virginia Mayo, Ap/Ansa)

Un nuovo attacco, un giovane pronto a diventare un assassino e una tragedia sfiorata. L’attenzione della stampa si concentra in questo momento sull’identità degli eroi improvvisati che hanno evitato il massacro in Francia. Si sposterà poi sull’uomo che ha cercato di aprire il fuoco con un’arma automatica in un affollato treno europeo.

Da ciò che già sappiamo, quest’uomo rientra nei canoni tipici: giovane, d’origine nordafricana, forse reduce da un recente viaggio in Siria e noto ai servizi di sicurezza. Il profilo è molto simile a quello degli autori dell’attentato alla rivista satirica Charlie Hebdo lo scorso gennaio, a quello di Mohamed Merah, il ragazzo di 23 anni che ha ucciso dodici persone in una sparatoria nel sudest della Francia nel 2012, e a quello di Mehdi Nemmouche, autore dell’attacco nel Museo ebraico di Bruxelles lo scorso anno.

I due sconvolgenti attentati in Francia hanno sottolineato la natura dell’ondata di violenza che sta emergendo nel paese.

Come già altre volte, anche l’attentatore del treno Amsterdam-Parigi viene ora descritto come un cane sciolto, mentre la gente si chiede in che modo si sia radicalizzato. Entrambe le espressioni, tuttavia, sono profondamente fuorvianti. Esistono pochi cani sciolti, sicuramente per quanto riguarda la storia recente dell’estremismo islamico, e insistere con questa spiegazione significa non riuscire a capire come funziona questo fenomeno. Anche il concetto di radicalizzazione non è particolarmente utile.

Il terrorismo è un’attività sociale e i cani sciolti sono il prodotto di un ambiente molto più vasto

Delle centinaia di estremisti islamici coinvolti in attentati in Europa negli ultimi anni, solo una piccola minoranza ha agito da sola. La maggior parte ha agito all’interno di reti più ampie, alcune violente, altre meno.
Molti sono andati all’estero, trascorrendo del tempo insieme a importanti gruppi jihadisti. Un gran numero di loro, probabilmente i due terzi secondo studi recenti, hanno informato altre persone dei loro progetti violenti.

Forse ancora più importante è il fatto che moltissimi sono stati in prigione con altri sostenitori di ideologie estremiste, hanno amici che condividono buona parte della loro concezione violenta del mondo, conoscono persone che sono andate in Iraq, in Siria o in Afghanistan, o magari sono cresciuti in famiglie dove il pregiudizio nei confronti dei non credenti, degli ebrei e dell’occidente in generale faceva parte delle conversazioni di tutti i giorni.

Il vocabolario dell’estremismo

Il terrorismo è un’attività sociale e i cosiddetti cani sciolti sono spesso il prodotto di un ambiente molto più vasto. Tutti gli estremisti oggi usano le stesse frasi, ripetendo la stessa stanca e familiare retorica del pensiero jihadista. Se esiste un elemento chiave per comprendere una comunità è il suo linguaggio condiviso. E il vocabolario dell’estremismo jihadista, sia esso il dialetto di Al Qaeda o quello del più recente gruppo Stato islamico, è oggi più diffuso che mai. Se i cani sciolti esistono davvero, sono estremamente rari. Anche quegli individui che rientrano nella definizione comunemente accettata di questa espressione si sentono comunque parte di una comunità più ampia. E questo senso di appartenenza, peraltro, non è infondato.

La radicalizzazione è vista come un evento specifico o come un’azione consapevole

La radicalizzazione è vista come un evento specifico o, in maniera ancora più fuorviante, come un’azione consapevole. Secondo questa stessa logica, apparentemente le persone vengono radicalizzate: un’espressione che implica che siano i soggetti consenzienti ma passivi di un processo deliberato, che subiscano loro malgrado il lavaggio del cervello, oppure che in un certo senso si autoradicalizzino in totale autonomia.

Queste interpretazioni sono rassicuranti, perché implicano che la responsabilità dell’estremismo violento di una persona riguardi solo la persona in questione, o al massimo altre persone o un altro gruppo: tutti soggetti che possono essere eliminati.

La verità è che il terrorismo non è solo il prodotto di un’azione individuale. Come ogni altra forma di attivismo, è profondamente sociale: solo le sue conseguenze sono eccezionali. Ha altrettanto senso parlare della radicalizzazione di un sedicenne che diventa un jihadista quanto della radicalizzazione di un suo coetaneo che entra a far parte di una gang, o di uno che comincia a usare sostanze stupefacenti, che si dedica agli sport estremi, a particolari videogame o che sposa un certo tipo di musica o di abbigliamento.

Lo stesso funzionamento

Le persone si interessano alle idee, alle ideologie e alle attività, anche quelle immorali, perché anche altre persone condividono lo stesso interesse. Nessuno, per descrivere un giovane che si dedica alla pesca con la mosca o comincia a fare campagna contro il riscaldamento globale, parlerebbe di “attivismo autoindotto”, anche se quell’entusiasmo si è nutrito e sviluppato grazie a un’iniziativa personale, ai social network e all’uso di risorse presenti su internet.

Le barriere psicologiche e sociali da superare sono certamente più alte nel caso del ricorso alla violenza rispetto ad altre attività meno nefaste, ma il funzionamento dei processi che spingono le persone a farlo è lo stesso.

Questo rende l’estremismo jihadista molto più difficile da gestire di quanto sperino alcuni. Se gli assassini che abbiamo visto negli ultimi anni in Europa fossero stati davvero dei cani sciolti, il problema sarebbe stato risolto molto tempo fa.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è uscito sul Guardian.

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