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Suburra esce dagli schemi del cinema italiano

Suburra. (Emanuela Scarpa)

Cos’è. Suburra è il film di Stefano Sollima sceneggiato da Stefano Rulli, Sandro Petraglia, Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo (tratto dal romanzo di questi ultimi due) con Pierfrancesco Favino, Elio Germano, Claudio Amendola, Alessandro Borghi, Greta Scarano, Giulia Elettra Gorietti, Antonello Fassari. Il montaggio è di Patrizio Marone e la fotografia di Paolo Carnera.

La trama è curiosamente simile a quella della seconda stagione della serie True detective: la prospettiva di una speculazione sul territorio smuove gli equilibri di potere e costringe l’amministrazione e il crimine a entrare in contatto più del solito. Il film racconta gli ultimi, febbrili giorni dell’autunno del 2011, quando il Vaticano traballa, il governo è malmesso, un intreccio di interessi preme perché passi una legge sui litorali che trasformerebbe il lungomare di Ostia in una specie di Atlantic City tirrenica. Giovani malavitosi violenti, ex fascisti diventati boss, famiglie rom di usurai, animatori sociali e prostitute del bel mondo romano sono trascinati in un gorgo fatto di fretta e minacce. Il risultato, che evito di raccontare per non rovinare la visione del film, è fatto classicamente di orgoglio, errori e pallottole.

Suburra


Com’è. Il film è ambientato a Roma, ma la città in cui si svolgono i fatti non è Roma come la conosciamo. Roma risulta in sostanza disabitata, se non per i criminali. I passanti, le persone comuni sono quasi assenti, e quando ci sono non interagiscono. Il clima non è quello di Roma: piove a dirotto costantemente, e i protagonisti sono vestiti per la pioggia, con le cerate da scooter che ricordano i pastrani dei gangster e i mantellini dei supereroi. Roma è brutta, senza monumenti, livida, astratta. Nelle parti ambientate a Ostia, sul lungomare, la luce è gelida e tagliente, sembra la Scandinavia.

In questo contesto si muove un sottomondo di mostri che hanno relazioni solo tra loro, e fanno più paura che schifo. Nel mondo della politica e delle feste ci sono figure che fanno da ascensore, mettono in collegamento il sotto e il sopra, e sono quelle messe peggio. Gli attori, in parte professionisti e in parte no, si mescolano perfettamente tra loro sia nel gesto sia nella parola, in una poltiglia uniforme che affascina e respinge allo stesso tempo.

A proposito di questo film è stato citato il poliziottesco, che il padre del regista e alcuni degli sceneggiatori hanno fatto in passato. Questo cinema di malavitosi senza polizia viene da un’abitudine al film di crimine, questo sì, ma è molto diverso in un punto fondamentale. Quello poliziottesco è un cinema che affascina perché è sbruffone, ipocrita, contraddittorio, storto, poveraccio e sfrontato: nel racconto di crimine e tensione sociale inserisce un punto di vista morale che è insieme retorico e inconsistente. Suburra per fortuna se ne guarda bene.

I protagonisti sono dei gangster, non sono personaggi che hanno piacere nell’infliggere dolore e sofferenza agli altri. Sono criminali che fanno quello che sanno fare, e quando è necessario minacciano, picchiano, sparano. È sul piano umano del loro destino che i gangster di questo film conquistano (proprio come James Cagney in Nemico pubblico o Edward G. Robinson in Piccolo Cesare), non per il rapporto morale che intercorre tra loro e le persone, i cittadini o il paese.

Perché vederlo. Il film è girato e fotografato con grande precisione, senza sbavature. La città sfugge finalmente alla sua rappresentazione turistica e monumentale, per diventare un set plasmato su misura. La recitazione è (quasi) sempre lontana dal solito teatro pirandelliano del nostro cinema. Gli attori hanno anche facce notevoli, tra i meno noti spiccano Giulia Elettra Gorietti e Alessandro Borghi. La scrittura, che ricorda quella cui siamo abituati avendo visto gli altri lavori della squadra degli sceneggiatori, oscilla tra le sbruffonate e la freddezza delle strategie criminali. All’estremo di questi due poli ci sono il capo rom Manfredi (Adamo Dionisi), che urla minacce a un centimetro dalla faccia, e il boss ex dell’eversione nera Samurai (Claudio Amendola), che apre poco la bocca e pronuncia sentenze indiscutibili. Menzione speciale per Alessandro Borghi, che adotta il romanesco gommoso della costa e riesce a spaventare anche quando porta le parole a un passo dalla parodia.

Verso l’inizio del film c’è anche una scena di sesso a tre eccitante, torbida e credibile. Già è raro che se ne vedano così nel cinema in genere, ma in Italia non succede proprio mai.

Suburra è un film che prende una realtà che conosciamo abbastanza bene e la usa per costruirci dentro una vicenda piccola, circoscritta in pochi giorni di paura e delirio: non è una metafora, un’allegoria o un’analisi di alcunché. È una storia di crimine classica, con i delinquenti che delinquono per natura. Il film è talmente disinteressato al tema della redenzione che risulta indenne sia da qualsiasi intento progressista sia dal compiacimento dei maledetti. Non c’è spazio per nessuna indignazione: gli innocenti non ci sono nemmeno, così non ci ricordiamo come sono fatti.

Suburra, insomma, sfugge alla solita impostazione del realismo italiano, e se anche facesse schifo sotto ogni altro aspetto dovremmo volergli bene solo per questo: perché finalmente si può raccontare una storia di genere in Italia senza raccontare per forza la storia d’Italia, e si può parlare di Ostia senza avere tra i piedi il vibrante spaccato sociale e il fantasma di Pier Paolo Pasolini.

Perché non vederlo. Se cercate in Suburra un’analisi dei fatti di Mafia capitale o un approfondimento sulla crisi di Roma, il film non vi darà soddisfazione. In Italia sembra che il cinema di denuncia sia lo sbocco naturale e giusto di certi temi e certi ambienti. Ma Suburra non è in nessun modo un film di denuncia. Chiesa e politica sono volutamente sfondi senza identità, perché questa è una storia di persone e di potere ambientata nel contesto verosimile del cosiddetto malaffare romano contemporaneo. In Italia non si fanno spesso dei film così, ma Suburra è questo. Se pensate di vedere Le mani sulla città, lasciate perdere: questo film non è e non vuole essere Le mani sulla città. Se volete personaggi approfonditi e sfaccettati, con un protagonista forte e dei comprimari di livello, dialoghi sofisticati e introspezione, questa muta di cani rabbiosi sempre pronti a mordere alla gola vi deluderà. Stona Elio Germano, che a tratti esibisce il suo solito difetto: recita troppo (nel dialogo con un grande Antonello Fassari la cosa è molto chiara).

Ovviamente il film è molto cruento.

Una battuta. È stata Roma.

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