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Alice nel paese delle televendite

Jennifer Lawrence nel film Joy. (Twentieth Century Fox/Outnow)

Cos’è. È il nuovo film di David O. Russell, regista del premiato American hustle – L’apparenza inganna e di Il lato positivo – Silver linings playbook. La protagonista del film è Joy Mangano, progettista di casalinghi e star della televendita, interpretata da Jennifer Lawrence. Joy è ispirato alla sua vita, e racconta soprattutto il momento in cui la donna inventa il suo primo prodotto di grande successo, il miracle mop (un mocio per i pavimenti che si strizza da solo), nonostante la sua famiglia un po’ complicata non riponga alcuna fiducia in lei. Il padre e la nuova compagna sono Robert De Niro e Isabella Rossellini. Diane Ladd e Virginia Madsen interpretano la nonna e la madre di Joy. Bradley Cooper è il proprietario del canale di televendite Qvc che per primo cerca di vendere il suo prodotto. La musica originale è di David Campbell, il padre del musicista Beck. Joy è uscito lo scorso dicembre negli Stati Uniti; è in qualche misura un film di Natale.

Joy


Com’è. David O. Russell fa un cinema popolare che racconta le vite difficili di statunitensi normali: gente di provincia che affronta i problemi con mezzi inadeguati per povertà economica, culturale o di prospettive. La colonna sonora è ricca di successi, e i toni del grigio e del marrone che dominano gli ambienti domestici sono contrastati da momenti luminosi di realizzazione e presa di coscienza, in cui i protagonisti sanno superare le ristrettezze del mondo in cui sono cresciuti.

In Joy abbiamo un contesto familiare dove non c’è nessun calore, nessun sostegno alla protagonista: padre irascibile e distante che vive in garage con l’ex marito di lei (i due si odiano a vicenda), madre fobica che passa le sue giornate a letto immersa nelle soap opera, nonna anziana (voce fuori campo narrante, unica figura che crede in Joy), sorellastra approfittatrice, figli confusi, bollette da pagare. In questo ambiente, dove solo un’amica sembra starle accanto senza secondi fini, Jennifer Lawrence si carica sulle spalle tutti e punta all’obiettivo, superando ostacoli e scoramenti con una determinazione sempre più individuale. I confronti con la famiglia sono continui, all’inizio con il tono leggero di una comunità precaria che perde un po’ i pezzi (anche fisicamente), più avanti in una forma opprimente che sembra non dare via d’uscita alla protagonista.

Jennifer Lawrence, a tratti insieme a Bradley Cooper nella configurazione collaudata degli imperfetti pieni di entusiasmo, è il pilastro su cui si regge il film. Il resto del cast ha una profondità legata solo a quello che può fare alla protagonista. Le soap opera, le televendite, quel pezzo della cultura pop americana da divano, vengono rappresentate con uno stupore quasi infantile che sa vagamente di fiaba di Natale. La colonna sonora è piena di singoli che fanno da spina dorsale alle scene madri in cui Joy, determinata e pronta a tutto, reagisce all’oppressione con slancio.

Perché vederlo. Se si ama molto Jennifer Lawrence il film si può vedere come passatempo, senza sperare che si vada oltre il modo di recitare e il viso delizioso di questa attrice. Anche Bradley Cooper, Edgar Ramirez e Dascha Polanco se la cavano, e ci sono alcuni bravi momenti isolati in cui Russell sfiora quell’equilibrio tra dramma e commedia che faceva de Il lato positivo un film interessante.

Perché non vederlo. La storia di un personaggio che sfida convenzioni sociali e ambiente ostile per realizzarsi è stata raccontata milioni di volte. Nella più classica delle versioni quello che i genitori osteggiano e il quartiere non vede di buon occhio è un amore, che alla fine trionfa o viene schiacciato. Non è questo il caso. Qui si racconta la lotta di una donna che vuole vendere degli oggetti (la vera Joy Mangano è nota per un mocio, un trolley a scomparti, delle grucce salvaspazio, delle barrette cattura odori e un asciugabiancheria da viaggio). La realizzazione di questo obiettivo sarà anche interessante, ottima magari per un documentario, ma l’idea di farci un film drammatico (nemmeno una commedia!) è proprio peregrina.

Circondata da personaggi senza spessore, egoisti per statuto e incapaci di un grammo di verità, Jennifer Lawrence inventa i prodotti, fa la mamma, ripara il parquet, gestisce il padre, la madre, l’ex marito e la sorellastra, salda, cuce, si taglia i capelli da sola, parla spagnolo, risponde ai fornitori, tratta con i terzisti, spara con la pistola, e fa tutto questo restando impeccabile. Ma per quanto lei si affanni, il film non c’è.

Robert De Niro e Isabella Rossellini ci mettono del loro per risultare legnosi, ma la sceneggiatura è schematica e banale, e le scene che la scandiscono risultano artefatte. Non solo. Joy è anche attraversato da un certo populismo sfacciato che cerca di fare delle televendite uno strumento di emancipazione femminile e progresso sociale, al livello dell’istruzione obbligatoria e del suffragio universale.

Una battuta. Non mi serve un principe.

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