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Un altro me spiega i legami tra maschilismo e violenza sulle donne

Una scena del film.

Un documentario italiano racconta un progetto di terapia per persone condannate per reati sessuali, affinché scontata la pena non ne commettano altri. Tra discussioni, attività, piccoli passi e rifiuti, i mesi trascorrono e le persone cercano di fare i conti con passato e futuro.

Cos’è. Un altro me di Claudio Casazza è un documentario girato nel carcere di Bollate, che segue per un anno l’attività di una unità di trattamento intensificato per autori di reati sessuali: un progetto sperimentale di terapia di gruppo che cerca di risolvere i problemi e fermare le recidive. L’idea è quella di intervenire su questi assoluti reietti sia della società civile sia di quella carceraria, per evitare che la loro natura di tabù li accompagni per sempre e favorisca le recidive: una sconfitta per la società, per il sistema penale, per la psicologia italiana e per le future vittime. Il film ha inaugurato la cinquantasettesima edizione del Festival dei Popoli di Firenze il 25 novembre, in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Nel frattempo il progetto terapeutico del carcere di Bollate è stato chiuso, anche se studi e statistiche dimostrano che questi progetti funzionano.


Com’è. L’identità di queste persone deve essere ovviamente protetta. Per questa ragione tutti i volti dei detenuti sono sfocati. Questo da una parte rende complessa l’identificazione dei protagonisti della storia, che sono solo delle voci e delle gestualità intuite. Allo stesso tempo però impedisce allo spettatore di associare questi reati e queste situazioni a dei singoli, applicare delle categorie estetiche e sociali, e insomma assecondare l’istinto di mettere più distanza possibile tra sé e il violentatore.

Ormai siamo abituati a una forma documentaristica che abbraccia diversi livelli di coinvolgimento e narrazione. Qui le riprese sono discrete, l’occhio del regista giustamente non giudica, arrivando dopo un giudizio già condiviso da tutti, e si percepisce il desiderio di mostrare più che raccontare. Tranne pochi momenti, il film evita la bellezza e il lirismo, anche nel senso della grande drammaticità che questi temi potrebbero evocare. Per un’ora e venti si seguono i piccoli progressi, i rifiuti, le negazioni del gruppo, mentre i terapeuti si avvicendano, c’è una partita di calcio, una lezione di disegno o una seduta di yoga, le persone parlano, alcune fanno progressi e i mesi passano.

Perché vederlo. Un altro me è un documento raro. Non capita spesso di trovarsi così vicini a un tema come questo, ancora meno in un paese che coccola i propri rimossi invece di cercare di affrontarli. Qui siamo al crocevia tra carcere, disturbi mentali e violenza sessuale: un luogo che in Italia suscita automaticamente scuotimenti di testa, demagogia e voglia di “buttare via la chiave”. Ma alla luce del dibattito sulla violenza sessuale che in questi anni è così cresciuto, è affascinante sentire, nelle parole di questi violentatori, i riverberi distorti di tanti commenti quotidiani. La visione del documentario apre gli occhi sui punti di contatto tra il maschilismo endemico nella nostra società e la violenza. Mostra anche, seppur sfocati, uomini che altrimenti vivono nel pensiero di molti solo come negazione dell’umanità stessa. Infine, la scena dell’incontro tra il gruppo e una vittima che racconta la sua storia è notevole.

Perché non vederlo. Il documentario è molto asciutto, non ha colonna sonora né movimenti di macchina. Le inquadrature sono sempre ben costruite, e i dettagli delle giornata restituiscono bene l’atmosfera. Ma per certi versi è quasi il registro video di questo anno di lavoro e di vita di operatori e detenuti, troppo essenziale per un pubblico che non sia già interessato al tema.

Una battuta. Io non mi vedo come quelle persone che hanno bisogno di aiuto. Io non penso di aver bisogno di aiuto.

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