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Moonlight racconta gli afroamericani con lirismo e originalità

Moonlight. (Outnow)

Cos’è. Diretto da Barry Jenkins e scritto insieme all’attore e commediografo Tarell Alvin McCraney, Moonlight è un film di formazione che racconta infanzia, adolescenza, età adulta di Chiron, afroamericano gay che viene dai quartieri poveri di Miami. Cresciuto senza padre e con una madre tossicodipendente (Naomie Harris), vessato dai compagni fin dall’infanzia, Chiron (Alex Hibbert) trova nel malavitoso locale (Mahershala Ali) e in sua moglie (Janelle Monáe) un’inedita famiglia adottiva. Da adolescente Chiron (Ashton Sanders) perderà l’innocenza; da adulto (Trevante Rhodes) cercherà l’amore.


Ambientato tra Miami e Atlanta, il film ha la fotografia di James Laxton, le musiche di Nicholas Britell e il montaggio di Joi McMillon e Nat Sanders. Moonlight ha vinto il Globe come miglior film drammatico. È candidato a otto premi Oscar (film, regia, musica, fotografia, montaggio, sceneggiatura non originale, attore non protagonista per Mahershala Ali e attrice non protagonista per Naomie Harris).

Com’è. Moonlight è ambientato in contesti che siamo abituati a vedere in una forma scarna e realistica, dove il degrado sociale è protagonista. Eppure dalle prime inquadrature è evidente che il film non sarà un classico racconto di strada: invece di concentrarsi sull’ambiente, Jenkins racconta prima di tutto Chiron e la sua famiglia allargata. E per scollare il protagonista dal contesto che lo discrimina e fa di tutto per omologarlo o eliminarlo ci sono regia, musica e fotografia.

La forma del film è lirica dall’inizio alla fine: perfino i momenti più violenti sono girati come delle coreografie. Non si tratta insomma di una storia che si alimenta della durezza della verità, ma della verosimiglianza di una vicenda quasi epica, fatta di passaggi simbolici più che di fatti.

In realtà c’è un nocciolo di verità autobiografica nel film, perché la sceneggiatura iniziale da cui è stata tratta quella definitiva risale a un decennio fa, quando Tarell Alvin McCraney, appena finita l’università, scrisse una pièce sulla propria vita di ragazzino gay perseguitato dai coetanei tra le case popolari di Miami. Jenkins ha fatto di questa bozza una parabola esistenziale sull’amore, il cui protagonista risulta un eroe taciturno e dolente.

L’idea che due ragazzi neri cresciuti tra le crack house possano amarsi è un pilastro del film

La recitazione è tutta molto coerente e credibile. La musica si tiene lontana dalla musica nera e la fotografia è molto nitida e contrastata: i volti sono stagliati come fossero ritratti fotografici.

Perché vederlo. Il tema dell’omosessualità tra maschi afroamericani poveri è talmente rivoluzionario da smontare, anche nei gesti più piccoli, l’idea di comunità a cui siamo stati abituati da Spike Lee in avanti. Anche solo il saluto (una di quelle strette di mano articolate) che si scambiano Chiron e Kevin sembra fatto solo per ribadire legami virili tra maschi dello stesso clan, e non per il corteggiamento. L’idea che due ragazzi neri cresciuti tra le crack house possano amarsi tra di loro è ovviamente un pilastro del film, ma allo stesso tempo Moonlight racconta una storia d’amore forte e struggente, al di là di quello che gli sta intorno.

Certo, non tutto quello che si vede è realistico. Perché è strano che un boss del crack e sua moglie siano capaci di spiegare a un bambino cosa sia l’omosessualità con parole perfette e comprensione assoluta. E questa rappresentazione un po’ favolistica del mondo che si ribella ai soprusi accomunerebbe questo film ad altre pellicole di presa di coscienza afroamericana che negli ultimi anni hanno avuto molto spazio agli Oscar, per finire giustamente presto nel dimenticatoio.

Per fortuna però Moonlight si tiene lontano da film come Precious, The help o The butler. Perché a differenza di questi melodrammi civili strappalacrime, punta sul lirismo e su un’estetica originale più che sul sentimento di popolo. Fra i tanti momenti simbolici visivamente impeccabili che scandiscono questa storia di formazione, citerei la scena in cui Chiron impara a nuotare lasciandosi andare nell’acqua tra le braccia del malavitoso.

Chi amerà Moonlight potrebbe cercare The fits di Anna Rose Holmer, un piccolo film molto curato che racconta di una ragazzina nera che vuole fare la cheerleader in una palestra dove avvengono strani incidenti. L’estetica somiglia molto a quella del film di Jenkins.

Perché non vederlo. Nell’impalcatura di un film di questo tipo, che vuole raccontare un tabù legato alla discriminazione tra discriminati, c’è un senso innegabile di santità del protagonista. Chiron è chiaramente un prototipo di ragazzo nero buono e sensibile che lotta contro tutti per vivere la propria identità ed esprimere il proprio amore. Tutto questo, anche se gestito con stile e misura, può risultare comunque stucchevole, troppo edificante. Lo stile di Jenkins a tratti può risultare troppo rifinito, al limite del calligrafico. Infine c’è un momento di stanca nella seconda parte, in cui Moonlight si siede un po’ per poi riprendersi sul finale.

Una battuta. Cos’è un frocio?

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