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Un altro giro, in vodka veritas

Quattro professori di liceo danesi decidono di sperimentare su loro stessi una teoria dello psichiatra (filosofo) norvegese Finn Skårderud, in base alla quale gli esseri umani, per vivere meglio, dovrebbero avere un po’ di alcol nel sangue ed essere in un permanente stato d’ebbrezza. La premessa di Un altro giro di Thomas Vinterberg fa un po’ paura. Per fortuna il film, fresco vincitore del premio Oscar, non è un drammone americano sull’alcolismo e sulle dipendenze, ma una commedia nordica che vuole provocare e stimolare una discussione, senza cedere alla “retorica puritana” che domina il dibattito pubblico – così la definisce Vinterberg – mentre il consumo di alcol si diffonde tra i giovanissimi.

Un altro giro di Thomas Vinterberg è distribuito da Medusa e Movies Inspired.


Uno dei quattro professori, Martin (Mads Mikkelsen), vuole dare uno scossone alla sua vita, e sicuramente alle lezioni di storia che i suoi studenti trovano sempre più noiose. La teoria di Skårderud sembra funzionare. Così anche gli altri tre – Tommy (Thomas Bo Larsen), che insegna educazione fisica, Nikolaj (Magnus Millang), musica, e Peter (Lars Ranthe), psicologia – cominciano a bere (poco ma spesso) dal lunedì al venerdì, dalla prima colazione alle otto di sera. La cosa funziona: le loro grigiastre esistenze si colorano. Certo, sappiamo tutti che dopo l’euforia della sbronza presto o tardi arriva l’hangover. Ognuno dei quattro amici si ritroverà a guardare in faccia la realtà e dovrà agire di conseguenza.

Ma il bello del film di Vinterberg è che il dopo sbornia non è una dannazione eterna e la sobrietà non è il paradiso in terra da conquistare un giorno alla volta. Nelle sfumature di un film originale e nell’umanità dei suoi personaggi non c’è una morale universale, non si trovano verità assolute, ma tante verità. E, come scrive Devika Girish sul New York Times, non guasta neanche la versione light del Dogma 95 adottata dal regista danese per dirigere il film e che contribuisce a renderlo leggero. Esemplare in questo senso la liberatoria scena finale.

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