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La libertà di movimento che il Regno Unito mette in discussione 

Il palazzo di Westminster a Londra, agosto 2013. (Massimo Siragusa, Contrasto)

C’è inquietudine nel Regno Unito. E inquietudine in Italia. A partire dal 2013 il Regno Unito è diventato la meta principale degli italiani che espatriano, valvola di sfogo preferita di una gioventù disoccupata o in cerca di opportunità migliori.

Secondo dati riportati dalla stampa britannica, 57mila italiani avrebbero fatto domanda nell’ultimo anno di un National insurance number, necessario per lavorare nel Regno Unito: il gruppo nazionale più numeroso dopo quello polacco. L’idea che gli italiani stiano invadendo l’isola britannica si è sedimentata negli stessi mezzi d’informazione italiani, al punto che pochi giorni fa, quando la ministra dell’interno britannico Theresa May ha scritto un editoriale antimmigrazione, vari giornali e siti italiani hanno riportato la notizia come se l’obiettivo della May fossero proprio gli immigrati provenienti dal nostro paese.

In realtà l’editoriale non li nominava neppure gli italiani. Ma era comunque un proclama minaccioso. In grado di elevare a un ulteriore livello di insidiosità un dibattito, quello contro l’immigrazione europea, che torna senza sosta come un’infiammazione cronica nella politica britannica.

All’orizzonte, c’è il referendum sull’uscita dall’Europa

Dati dell’Office for national statistics hanno mostrato che il numero di residenti nel Regno Unito nati in un paese straniero supera ormai gli otto milioni. Mentre nell’ultimo anno il saldo migratorio netto – ovvero la differenza tra immigrati che arrivano, e immigrati che ripartono o britannici che si trasferiscono altrove – ha raggiunto il record di 330mila persone.

I numeri includono l’immigrazione interna europea ed extraeuropea. Ma è la prima, proveniente in maggior parte dall’Europa orientale e meridionale (Polonia, Italia, Romania, Spagna, Portogallo, Grecia, oltre che dalla Francia) a essere in costante aumento. E impossibile da fermare in base agli attuali trattati europei.

Il fatto di ricevere un tale afflusso, unito alla tradizionale diffidenza antieuropea e alla paranoia dell’invasione in un’isola che si percepisce come già sovrappopolata, incide con pesantezza sul clima politico del paese. E così come la sconfitta del referendum scozzese non ha eliminato, ma, anzi, sembra paradossalmente aver intensificato la richiesta di autonomia, così il declino del partito di estrema destra Ukip non ha segnato una diminuzione dell’inquietudine nei confronti dell’immigrazione europea.

All’orizzonte c’è il referendum sull’uscita dall’Europa. E se non bastasse, si aggiungono le polemiche legate alla crisi dei rifugiati siriani: con un numero di immigrati già così alto, il governo ha nicchiato a lungo sull’apertura a chi scappa per motivi umanitari.

Il potere della middle England

Theresa May non ha mai nascosto di essere euroscettica. Figura di punta del governo Cameron, è spesso indicata come avversaria per la successione allo stesso Cameron. Non è difficile immaginare che scrivendo l’editoriale sul Sunday Times si stesse rivolgendo non tanto alla Londra cosmopolita – che sul flusso di immigrati europei ha costruito il suo successo – quanto alla cosiddetta middle England: la classe media britannica e non londinese che decide ancora le sorti politiche del paese.

Il suo editoriale mescolava deliberatamente immigrati europei, studenti stranieri, emergenza migranti, assenza di frontiere nell’area Schengen, libertà di movimento dei lavoratori europei.

Il London bridge, agosto 2013.

May non chiede la revoca dei trattati europei che garantiscono la libertà di movimento dei lavoratori. Nella sua visione, però, lo spirito originario dei trattati riguarda il diritto di accettare un lavoro in un altro paese europeo, non quello di partire alla cieca alla ricerca di un posto. In sostanza, May chiede che solo gli europei già in possesso di un contratto di lavoro siano ammessi nel Regno Unito. Il suo tentativo sembra quello di proporsi come la vera interprete dei princìpi europei.

Cameron e il suo governo hanno cercato più volte la chiave per imporre a Bruxelles una revisione dei trattati europei sulla libertà di movimento; la proposta della May sembra segnare la volontà di insistere a cercare un cavillo vincente.

Il cambiamento proposto dalla May terrebbe fuori il 40 per cento degli europei che arrivano nel Regno Unito per provare a viverci. E potrebbe aprire un incubo burocratico per i tanti lavoratori freelance e indipendenti che non hanno contratti d’assunzione regolari.

La pressione migratoria degli europei nel Regno Unito, italiani in testa, è diventata estrema

Ancora più incerto sarebbe uno scenario postreferendum che vedesse una vittoria degli antieuropeisti. Secondo una ricerca del Guardian, tra i cittadini europei che vivono nel Regno Unito e che hanno maturato i requisiti si sta verificando una corsa a richiedere il passaporto britannico, acquisendo una strategica doppia cittadinanza. Fino a tempi recenti, pochissimi europei sentivano il bisogno di fare questo passo.

Oggi il futuro appare incerto. Nessuno si aspetta di essere buttato fuori da un giorno all’altro, ma c’è la consapevolezza che vivere sul suolo britannico potrebbe diventare molto più complicato. Sul piano delle conseguenze pratiche per la vita delle persone, lo scenario di un’eventuale “Brexit” è tutto da definire.

Tra amici italiani a Londra, spesso, ci si ritrova a scherzare sugli effetti di un irrigidirsi delle frontiere. Chi ha un partner britannico dovrebbe affrettarsi a sposarsi. Chi ha un contratto di lavoro regolare dovrebbe pregare di non perderlo. Tutti diventeremmo un poco più vulnerabili. Le difficoltà di integrarsi realmente in un paese straniero, o in una città sfaccettata come Londra, possono essere varie. La burocrazia dei permessi di soggiorno non era però mai entrata nel conto.

E se per alcuni, all’improvviso, tutto questo sembra qualcosa di più concreto di un’ipotesi da fantapolitica, è perché esiste una consapevolezza che la pressione migratoria degli europei nel Regno Unito, italiani in testa, è diventata estrema.

A Londra, gli effetti dell’immigrazione sono evidenti e quotidiani. Il mercato degli affitti è drogato dall’eccesso di domanda. Servizi sotto pressione e trasporti sovraffollati a ogni ora. La città aumenta di più di centomila abitanti all’anno. Italiani e spagnoli ed europei orientali ricoprono posti di lavoro qualificati e meno qualificati, tengono in piedi interi settori come quello della ristorazione. L’immigrazione dai paesi europei offre ovvi vantaggi alle aziende private, ma i suoi costi sembrano ricadere fatalmente sui servizi pubblici, già provati dai tagli alle spese.

D’altro canto, gli stessi servizi pubblici sopravvivono anche grazie agli stranieri. I lavoratori immigrati contribuiscono al gettito fiscale. E la sanità britannica, per esempio, non esisterebbe senza il massiccio apporto di personale medico straniero.

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