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A scuola di ribellione negli Stati Uniti

Una manifestazione contro la violenza e le armi nelle scuole a Seattle, il 14 marzo 2018. (Karen Ducey, Getty Images)

Cosa significa crescere in un paese diviso e conflittuale come gli Stati Uniti di oggi? Due settimane fa il New York Magazine ha dedicato un intero numero ai bambini e agli adolescenti statunitensi cercando di rispondere a questa domanda. Ci sono i contributi di autori-genitori che si chiedono cosa fare per aiutare i figli ad affrontare nel modo meno traumatico possibile una società dove le stragi nelle scuole sono all’ordine del giorno, dove le donne chiedono più spazio e più giustizia e che è governata da un misogino e razzista conclamato.

Ma le parti più originali e rivelatrici sono quelle in cui parlano i ragazzi, soprattutto lo scambio tra Carlos e Liam, due fratelli che vivono in una piccola città del Michigan. In una lunga conversazione i due adolescenti, che hanno rispettivamente 16 e 14 anni, parlano delle loro vite – il sesso, i genitori, gli amici – e delle cose che li circondano – la depressione, la violenza, la tecnologia. Gli scambi sorprendono per le questioni affrontante, ma anche e soprattutto per la consapevolezza e la lucidità con cui i ragazzi ne parlano e sembrano capirne le ragioni.

Sulla violenza e la mascolinità, per esempio:

Carlos: Parliamo del posto da dove veniamo. La città più noiosa del mondo.
Liam: Non sono d’accordo. Penso che sia molto fica, a parte il fatto che tutti voglio ammazzarsi.
Carlos: Bisogna dare po’ di contesto. Negli ultimi due o tre anni nelle scuole pubbliche della città si sono suicidati sei studenti. E anche qualche adulto.
Liam: Il padre di un mio compagno di squadra si è ammazzato.
Carlos: E anche tre ragazzi della mia età. E siccome siamo una comunità molto conservatrice, la gente ha paura di parlarne.
Liam: È verissimo.
Carlos: Ogni volta che succede c’è qualcuno che dice “dobbiamo fare qualcosa contro il bullismo”. Ma il problema non è solo il bullismo. È più che altro la percezione culturale dell’essere “deboli”. Se sei depresso sei una fighetta. Se hai l’ansia sei una fighetta, soprattutto se sei maschio.
Liam: Odio questo fatto, quest’idea della mascolinità. In parte è il modo di essere dell’America. Il nazionalismo dello Zio Sam, andare a combattere per il proprio paese, non dire parolacce. Devi semplicemente sparare, fare sesso e…
Carlos: E bere birra, guardare le tette delle donne.
Liam: E la mattina vai in chiesa. Se non vuoi fare qualcosa perché sei spaventato o nervoso, molti genitori dicono “Smetti di frignare fighetta! Fallo e basta”.
Carlos: fallo e basta.
Liam: Succede di continuo. È colpa di quella fissa della mascolinità.

Le parole di Liam e Carlos – la consapevolezza dei problemi e il senso di disgusto per una cultura che ha dominato la società statunitense per decenni – fanno immediatamente pensare a Emma González, Alex Wind, Cameron Kasky, Jaclyn Corin e gli altri ragazzi che guidano il movimento contro le armi nato dopo la strage del 14 febbraio a Parkland, in Florida, quando un ex studente ha ucciso 17 ragazzi.

In meno di un mese questi ragazzi hanno ottenuto molto più di quello che i politici democratici e gli attivisti adulti sono riusciti a fare dopo altre gravi stragi: hanno affrontato personalmente i politici repubblicani legati alla lobby delle armi (Nra), hanno organizzato scioperi a cui hanno aderito decine di migliaia di studenti in tutto il paese, hanno convinto aziende e imprenditori a tagliare i rapporti con i produttori di armi, hanno spinto il parlamento della Florida ad approvare una legge che porta da 18 a 21 l’età a cui si può comprare un’arma.

E hanno contribuito a organizzare la manifestazione March for our lives del 24 marzo, che porterà in piazza centinaia di migliaia di persone in tutti i cinquanta stati americani (qui una mappa delle marce) e in altre città del mondo. Tutto questo è sorprendente non solo perché un attivismo giovanile di questo tipo negli Stati Uniti non si vedeva da molti anni, ma anche perché non riguarda solo il tema delle armi.

Sullo sfondo delle proteste contro l’Nra e i politici del congresso ci sono altre questioni, alcune più concrete, altre che riguardano in generale la crisi dei valori americani e la frattura tra le generazioni.

Tra le prime c’è la crisi preoccupante del sistema scolastico americano. In tutto il paese sono sempre di più le scuole pubbliche che funzionano affrontando una carenza sistematica di fondi, e la situazione è destinata a peggiorare sotto l’amministrazione Trump. Betsy DeVos, la segretaria all’istruzione, è da sempre una sostenitrice dell’istruzione religiosa e della scuola privata, e ha proposto di tagliare i fondi alle scuole pubbliche per vari miliardi di dollari. DeVos ha detto più volte che le scuole dovrebbero funzionare come un’industria in cui gli istituti sono in concorrenza tra loro, ma le sue idee sono ormai costantemente contestate da studenti e insegnanti che stanno dando vita a un attivismo di massa: dopo che gli insegnanti del West Virginia hanno vinto una battaglia per un aumento di stipendio del 5 per cento, e le loro rivendicazioni hanno sconfinato in altri stati – come Oklahoma, Kentucky e Arizona – che soffrono una carenza strutturale di fondi.

Per cercare le ragioni più profonde del nuovo attivismo degli adolescenti e dei ventenni americani bisogna fare un passo indietro, arrivando almeno fino al 2013, anno di nascita del movimento Black Lives Matter. Con il passare degli anni quel movimento, nato per protestare contro le violenze della polizia contro gli afroamericani, si è allargato e ha abbracciato tante altre cause – dall’accesso alla sanità alla povertà fino alla nuova segregazione nelle scuole pubbliche – e ha finito per mettere in discussione tutto un sistema di valori e abitudini culturali. Tutto questo è successo negli stessi anni in cui il declino dell’economia statunitense e le trasformazioni nel mondo del lavoro hanno creato una frattura enorme tra le generazioni nate dopo la fine della seconda guerra mondiale e quelle nate a partire dagli anni ottanta, i cosiddetti millennial e postmillennial.

Sempre più spesso le nuove generazioni ripudiano la società che hanno ereditato dai padri e dai nonni e, come i fratelli Liam e Carlos, guardano con disprezzo a una serie di valori – la virilità, la bellicosità, il dogma del successo – che fanno parte dell’identità americana.

L’elezione di Donald Trump non ha soffocato o depresso questa spinta, al contrario l’ha fatta esplodere e oggi le politiche della Casa Bianca la stanno alimentando. E questo spiega perché le scuole pubbliche stanno diventando un terreno di discussione e di scontro centrale nella politica nazionale.

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