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Hugo Pratt lungo la linea latina

Una ballata del mare salato. (Corto Maltese & Hugo Pratt © Cong SA)

E se il fumetto italiano, insieme a quello sudamericano, avesse sviluppato una sua propria linea grafico-estetica, non abbastanza nota anche se molto apprezzata all’estero? Questa linea sta tornando prepotentemente e il Corto Maltese di Pratt, di cui ricorre quest’anno il cinquantenario, è al centro di questa tendenza editoriale.

Tre date significative

Nel 2017 ricorrono i novant’anni dalla nascita di Hugo Pratt, nato a Rimini il 15 giugno del 1927, e soprattutto i cinquant’anni dalla pubblicazione di un’opera chiave nella storia del fumetto, Una ballata del mare salato che vede anche la nascita del personaggio di Corto Maltese. Personaggio e romanzo a fumetti furono infatti pubblicati a puntate a partire dal 1967 sulla rivista Sgt. Kirk. La testata portava il nome del primo personaggio western a fumetti dalla parte degli indiani, creato da Pratt durante il suo lungo soggiorno in Argentina, dove era una star, scritto con la sceneggiatura di Héctor G. Oesterheld. L’Argentina, tra l’altro, è stato il primo paese a trattare il fumetto come mezzo d’espressione in maniera adulta: l’epicentro della nascita di quella che possiamo chiamare la linea latina, una tendenza espressionista, spesso sensuale e voluttuosa, che attraversa una parte importante delle produzioni anche di altri paesi come l’Italia e in parte la Spagna.

C’è però un piccolo paradosso. Questa che abbiamo definito linea latina trova le sue basi in alcuni maestri del fumetto popolare statunitense, nei quali il lavoro di Pratt ha le sue fondamenta. Per esempio Alex Toth, di cui le edizioni Nona Arte hanno riproposto le opere Zorro e Bravo for adventure, in due eleganti cartonati in bianco e nero (stampati alla perfezione). Ma anche Noel Sickless e soprattutto Milton Caniff. Da quei maestri in qualche modo oggi deriva l’opera di altri autori statunitensi come Frank Miller (è evidente soprattutto in Sin City) e David Mazzucchelli, di cui Coconino press ha appena pubblicato l’imperdibile volume Storie che raccoglie i suoi lavori più sperimentali (tra cui lo straordinario Big man).

Tornando a Pratt, la Rizzoli Lizard proprio a giugno pubblica un’edizione in formato gigante, quasi un cinemascope di immagini fisse, di Una ballata del mare salato (con un lungo saggio introduttivo di Gianni Brunoro) che consentirà di ammirare in pieno il segno del grande autore veneziano, capace di delineare, tra le altre cose, magiche vignette orizzontali dove i personaggi contemplano costantemente l’orizzonte. Per settembre è poi prevista la nuova avventura inedita di Corto Maltese dovuta alla coppia spagnola Rubén Pellejero e Juan Dìaz Canales, intitolata Equatoria, mentre a ottobre sarà la volta del recupero di un gioiello mitico, forse il più bel graphic novel prattiano dell’epoca argentina: Ticonderoga. Ormai introvabile, sarà finalmente di nuovo disponibile dopo lunghe e complicate ricerche da parte della Cong s.a., la società di Ginevra che gestisce i diritti dell’opera di Pratt. Sceneggiato anch’esso da Oesterheld e realizzato graficamente da Pratt (insieme a Gisela Dexter a partire dal settimo capitolo) con la tecnica della mezzatinta tra il 1957 e il 1962, anticipa, per le tematiche della frontiera al momento della guerra d’indipendenza dei coloni contro la corona britannica, il primo vero romanzo a fumetti di Pratt su testi propri, Fort Wheeling pubblicato nel 1962.

Una ballata del mare salato.

È un affresco storico sugli uomini e gli spazi della frontiera realizzato attraverso una serie di ritratti di personaggi eccezionali, unico nel trattare razze e culture diverse in modo paritario, con un’incredibile naturalezza. Anche per capire Fort Wheeling (ma non solo), è importante Ticonderoga. La mostra che si è tenuta a Bologna a Palazzo Pepoli dal 4 novembre 2016 al 19 marzo 2017 ha quindi segnato l’inizio di queste celebrazioni. Il libro-catalogo d’accompagnamento (che fa il paio con quello di Hugo Pratt. Incontri e passaggi che accompagnava la mostra di primavera al Macro di Roma) offre numerosi testi critici e ovviamente una vasta scelta di tavole e acquerelli in gran parte incentrati sul personaggio del pirata di Pratt, umanista e anarchico.

Il catalogo della mostra bolognese è un oggetto meraviglioso, ma ancora più elegante è l’edizione integrale in un unico cofanetto che raccoglie tutti i titoli della saga di Corto Maltese, riprodotte in bianco e nero, su carta eccellente e rispettando i formati delle vignette come le aveva immaginate l’autore. Pratt era infatti maestro, ancora oggi praticamente insuperato, della spazialità orizzontale e non solo del bianco e nero, dell’astrazione più spirituale come pure della profondità nella semplicità. L’avventura nel mondo fisico come viaggio interiore è qui raccolta in un’unica soluzione. Il formato non è eccessivamente grande ma Pratt è di quegli autori, come Hergé (il creatore di Tintin) o Moebius, dove i formati diversi rivelano sempre qualcosa di nuovo della bellezza e delle invenzioni del disegno.

Ciliegina sulla torta, per celebrare Pratt e Corto Maltese vale la pena di acquistare Il gioco delle perle di Venezia, un bel volume orizzontale cartonato che il fotografo Marco D’Anna ha realizzato al seguito di un altro fotografo Gianni Berengo Gardin, autore a sua volta di un percorso fotografico su Venezia. Le immagini sono accompagnate dai testi di Marco Steiner, collaboratore di Pratt e oggi scrittore, insieme a estratti di Sirat Al Bunduqiyyah (Favola di Venezia), il romanzo di Corto Maltese tutto veneziano, pubblicato nel 1978, intriso di simboli e segni nascosti, occulti, esoterici. Questo viaggio fotografico parte dalla lettera di Baron Corvo che è alla base di Sirat: se L’isola del tesoro stevensoniana in Pratt è sempre un’idea, un’utopia, un luogo dello spirito e degli arcani, Venezia ne è l’epicentro. Bel viaggio poetico, conta anche foto in esclusiva, realizzate grazie a un permesso speciale, nella loggia di Pratt che alla metà degli anni settanta venne affiliato alla massoneria a Nizza, con una cerimonia in pompa magna.

Lezioni prattiane

Il quartetto dei maestri del disegno realistico nell’ambito del fumetto d’autore italiano era formato da Hugo Pratt, Guido Crepax, Dino Battaglia e Sergio Toppi, a cui si può senza dubbio aggiungere una seconda fila composta da Gianni De Luca, Guido Buzzelli, Attilio Micheluzzi e soprattutto Magnus (di cui Rizzoli Lizard ha riproposto in questi anni gran parte dell’opera). Nicola Pesce Editore ripropone ora alcune opere importanti di Battaglia e Toppi.

Proprio Sergio Toppi è certamente più vicino a Pratt sia sul piano sia tematico sia per l’intensità nella rappresentazione di mondi arcaici dalle figure ieratiche, anche se fu Battaglia, veneziano come Pratt, il suo grande amico fin dai tempi della giovinezza. Nicola Pesce Editore annuncia la riedizione dell’opera omnia di Toppi, e ripubblica in un elegante volume cartonato in grande formato – splendido il disegno a colori della copertina – l’integrale di una delle opere più significative dell’autore, risalente agli anni ottanta Sharaz-De. Si tratta di una rivisitazione ispirata, anche grazie ai film di Pasolini, di alcuni dei racconti delle Mille e una notte.

I disegni di Toppi, monumentali e apparentemente realistici, celano in realtà, come una grotta con tesori rupestri dalle simbologie primordiali, una foresta del segno grafico quasi astratta, mentre l’imponenza del mondo antico, nasconde insieme un’immanenza e una trascendenza metafisica. Un vero exploit di pregnanza con il mondo ancestrale che pochi, in assoluto, hanno saputo fare.

Dino Battaglia, al contrario del suo amico Toppi, adattò in gran parte grandi classici delle letteratura, cosa abbastanza rara nel fumetto, che tende a privilegiare le sceneggiature originali, rispetto al cinema. Sempre Nicola Pesce Editore, che riproporrà gran parte dell’opera di Battaglia, ci permettere di rileggere con ottima stampa e bei volumi cartonati i suoi adattamenti di Poe e quelli di Maupassant, pubblicati per la prima volta sulle pagine di Linus.

Forse la nostra preferenza va ai racconti antimilitaristi di Maupassant, ma la scelta è ardua. Eccezionali le infinite gradazioni del grigio, il segno antico, che fonde in un organismo unico influenze diversissime della pittura o dell’illustrazione, e la sapiente e davvero moderna arte del montaggio come anche quella della sottrazione grafica. Battaglia sapeva trasmettere anche nei più piccoli disegni qualcosa legato alla profondità dell’inconscio ma anche all’ironia, strumento di una visione derisoria anche se mai priva di empatia verso le mancanze umane.

Una ballata del mare salato.

L’argentino Alberto Breccia è tra i massimi autori nella storia del fumetto. Pubblicato in Italia da Linus, Alterlinus, Il Mago, L’Eternauta (rivista che prendeva il nome da una delle sue opere più significative) ma anche da settimanali popolari come Lancio Story e Skorpio (forse qualcuno ricorderà Mort Cinder), Breccia collaborò a lungo con Oesterheld, uno sceneggiatore le cui opere sono impregnate di una visione dolente se non tragica della storia dell’umanità, desaparecido durante la giunta militare di Videla, insieme alle quattro figlie. In gran parte della sua opera ha esplorato il tempo, soprattutto interrogandosi sulla sua ineluttabile circolarità, sul perché le cose tendano a riproporsi e l’umanità sembri condannata a non imparare mai. Gran parte dei suoi romanzi e dei suoi racconti è stata ora pubblicata da Comma 22 compresa la versione d’autore de L’Eternauta che Breccia concepì con Oesterheld (mentre quella più popolare pubblicata da Lancio Story per i disegni di Solano Lopez già riproposta dalle edizioni 001 verrà riproposta a fine anno).

Breccia ha proseguito questa esplorazione della temporalità tragica anche con altri grandi sceneggiatori come Carlos Trillo o Juan Sasturain, quest’ultimo sceneggiatore di Perramus. In qualche modo L’Eternauta torna in Perramus: opera monstre di Breccia, concepita negli anni ottanta assieme a Sasturain, scrittore e critico letterario, venne pubblicata in Italia dalla rivista di fumetto d’autore Orient Express, ma dopo la pubblicazione del primo volume gli altri due rimasero inediti. L’opera integrale è ora riproposta in un bel volume cartonato. Jorge Luis Borges è coprotagonista assieme allo stesso Perramus: metafora del tempo sempre più cieco che corrisponde più che mai alla ricerca dell’essere e della sua essenza. La radice delle due parole in fondo è la stessa e condensa l’interrogazione sul come tornare a essere attraverso un’impresa interiore di conoscenza, anche se forse è quasi impossibile evitare l’ambiguità e la dualità. Non a caso due capitoli speculari s’intitolano Sapere e non sapere e Non sapere e sapere.

E Borges è chiaramente il cieco che vede oltre. La forza espressiva di Breccia, anche se all’epoca era già anziano, è al suo massimo: realizzate in bianco e nero con l’acquerello ibridato con tecniche miste, tra cui il collage, Breccia continua a trasfigurare l’estetica espressionista fondendola con quella del cinema muto. I suoi soldati e poliziotti mortiferi, maschere nere che troneggiano anche nella copertina del volume, sono ectoplasmi dell’essenza del male difficili da dimenticare. E questo malgrado ci sia tanta ironia. Dopotutto l’opera è stata creata nel decennio dove trionfava il postmoderno. Ma come scrive il critico e storico del fumetto spagnolo Javier Coma nella prefazione, questa è un’opera che del postmoderno se ne fa grandi beffe. Lo rovescia a suo favore e il senso profondo della tragedia classica si sprigiona in tutta la sua forza. Un vero evento editoriale, che per la sua importanza va anche oltre l’ambito del fumetto.

Buzzelli è la fuliggine che si fa segno grafico in costante, perenne, inarrestabile movimento

Notevole per qualità editoriale di stampa, carta, foliazione, ampiezza del formato, eleganza di presentazione editoriale, è la riedizione della Trilogia della prima metà dei sessanta di uno dei più significativi autori del fumetto italiano, Guido Buzzelli, quando ancora il concetto di fumetto d’autore era quasi sconosciuto. Il segno di Buzzelli è elegantemente guizzante, dal tratto sottile, ma anche sporco. Potremmo quasi dire che Buzzelli è la fuliggine che si fa segno grafico in costante, perenne, inarrestabile movimento. Quasi un turbine.

Le storie di Buzzelli, che presentano punti di contatto con il cinema surrealista, da Luis Buñuel a Marco Ferreri, riflettono il suo segno grafico che prende le mosse dai grandi disegnatori popolari italiani come Walter Molino. Sono il miglior specchio del caos del mondo (post)moderno della storia del fumetto d’autore italiano e uno dei migliori del fumetto in assoluto. La rivolta dei racchi, l’opera di apertura, è del 1967 proprio come la Ballata e a cinquant’anni dalla pubblicazione è ancora fresca, divertente, anarchica, nella sua satira sociale della società dei consumi rappresentandola come una farsa della quale siamo vittime e complici.

Una ballata del mare salato.

Non sono da meno le altre due storie. I labirinti (1970), storia di fantascienza post-apocalittica è forse il più profondo e inquietante dei tre racconti. Mentre Zil Zelub (1972), anagramma scombinato, farsesco dell’autore (al cui protagonista presta anche le sembianze) e i cui arti partono progressivamente in pezzi per prendere vita propria, riflette la scomposizione dell’uomo postmoderno frantumato e schizofrenico. Perde la sua unitarietà perché, per dirla con la nota dell’editore pubblicata sul sito, la “società ha abbracciato lo sviluppo senza progresso e annientato l’uomo”. E chiaramente Buzzelli, se è surreale, raggiunge però la diagnosi, ben reale, di Pasolini.

Negli anni ottanta la disegnatrice Anna Brandoli e lo sceneggiatore Renato Queirolo hanno realizzato, con un’interazione quasi simbiotica, La strega e Rebecca, due opere fondamentali, rivisitazioni del medioevo del Norditalia (più esattamente il periodo del 1200), delle politiche, della visione sociale e soprattutto del ruolo della donna in quell’epoca. Ora si apprestano a tornare al fumetto con il seguito della saga di Rebecca, le piccole ma dinamiche edizioni Comicout ripropongono, in un volume brossurato che è l’esempio di come si possa fare un’edizione bella, raffinata e ben stampata pur in una certa sobrietà, Corti e crudi, un’antologia dei loro racconti brevi (tra cui una Cartolina dall’Italia apparsa nel settembre 2016 su Internazionale). La metafora, l’allegoria e spesso il paradosso sono gli strumenti usati per meglio commentare il presente. Così è anche possibile ripercorrere l’itinerario della Brandoli, giunto a un segno poeticamente aereo, liquido e sensuale partendo dalle influenze espressioniste pittoriche, cinematografiche, e per quanto riguarda il fumetto, prossime a quella che potremmo chiamare la “linea latina”: dagli argentini José Muñoz e Alberto e Enrique Breccia, fino agli italiani Hugo Pratt e Sergio Toppi.

Giardino ha puntato il dito contro le responsabilità del fascismo italiano su quello spagnolo

Vittorio Giardino è l’ultimo dei maestri dei fumetto d’autore italiano a far uso del genere e dell’avventura per parlare dell’uomo e della civiltà. Opere come il ciclo di Jonas Fink, di cui si attende l’uscita del terzo e conclusivo volume, e di Max Fridman sono esempi mirabili di fine commento della storia sempre messa in relazione con il presente. Per esempio, con la trilogia di No pasaran (Rizzoli Lizard), che vedeva al centro Max Fridman, Giardino, oltre a offrire un intenso affresco storico della guerra di Spagna, ha puntato il dito, in un paese indulgente verso la propria storia, contro le responsabilità del fascismo mussoliniano che aiutò militarmente Franco più della Germania di Hitler. Divenuto nel tempo un grande autore del fumetto a colori, rielaborando a suo piacimento la trasparenza della cosiddetta linea chiara belga, Giardino esordì anche lui nell’ambito del disegno espressionista, sotto l’influenza del detective Alack Sinner degli argentini Muñoz e Sampayo, con ambientazioni metropolitane dove si commentava il presente come fosse un’America astratta, un non-luogo dell’immaginario.

L’ambientazione dei suoi racconti in bianco e nero Sam Pezzo. Un detective, una città, è una Bologna non esplicitata che poteva essere una città italiana come statunitense, ma dove s’infilavano echi dei cupi rombi di tuono della disoccupazione crescente, del degrado urbano e industriale, del terrorismo del decennio dei settanta e primi ottanta. Ora riproposti in un’integrale, con in appendice anche molte illustrazioni a colori, questi racconti mantengono tutta la loro forza. Perfino i primi, i più ingenui, trasmettono l’urgenza di molti giovani di quell’epoca nel comunicare le tensioni di quegli anni, urgenza e spontaneità che ha qualcosa della street art.

Bibliografia essenziale

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