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Il paradiso probabilmente, ovvero tutto il mondo è Palestina

Il paradiso probabilmente. (Academy Two)

“L’uomo che trova dolce la sua terra natale è ancora un debole principiante; colui per il quale ogni terra è come quella nativa, è già forte; ma perfetto è colui che sente il mondo intero una terra straniera. L’anima tenera fissa il proprio amore su un solo luogo del mondo; la persona forte ha esteso il proprio amore ad ogni luogo; l’uomo perfetto l’ha estinto”. Ugo di San Vittore

Si può fare un film comico, ma delicato e sommesso nei toni, su questioni gravi come quella palestinese e sulla progressiva sottrazione dei diritti democratici in nome di una politica della sicurezza generatrice in verità di sempre maggiore insicurezza? Si può, e lo prova Il paradiso probabilmente del palestinese Elia Suleiman che dal 5 dicembre arriva nelle sale italiane. Presentato in concorso a Cannes, dove è stato molto applaudito al momento della proiezione al pubblico, ha ottenuto la Menzione speciale della giuria.

Originale, fine, inventivo, come è noto a chi ne conosce la filmografia, Suleiman fa sua la lezione del cinema di Buster Keaton e soprattutto di Jacques Tati (eccetto che per lo straordinario dramma d’esordio, Cronaca di una sparizione, del 1996).

Una comicità rarefatta figlia della pantomima in cui dominano l’astrazione degli spazi, giochi coreografici e un raffinato lavoro sui suoni, questi ultimi fondamentali – come già nel cinema di Tati – per creare una tonalità surreale inscindibile dagli effetti comici.

La paranoia diventata normalità
Del resto E.S., il protagonista del film interpretato dallo stesso Elia Suleiman, a lungo esule dalla sua terra, è qui una sorta di monsieur Hulot – il personaggio creato e interpretato da Tati nei suoi film – che viaggia dalla Palestina a Parigi fino a New York, con un breve ma significativo epilogo in Palestina, cercando di costruire una coproduzione per il suo nuovo film. Come l’Hulot interpretato da Tati, è immerso tra i tanti suoni di una follia divenuta normalità. Non distilla una sola parola, mentre esprime sul volto – e qui l’uso del volto fa senz’altro pensare più a Keaton – un crescendo di spaesamento, stupore, noia e rassegnazione che in definitiva è purtroppo quello nostro di fronte alla crescente paranoia da stato d’assedio che sembra possedere le nostre democrazie.

Rappresentando il tutto come un teatrino, i tre luoghi equivalgono ben presto a un unico (non) luogo dove cresce l’ansia della sicurezza, non di rado a causa di sciocchezze, dove s’insegue o si controlla un nonnulla – come nella sequenza spassosa a Parigi in cui una pattuglia di polizia viene a controllare con aria grave il perimetro dei tavolini all’aperto di un bar – e dove carri armati giganteschi fanno capolino come degli ufo.


Se è vero che un artista isola e a volte ingigantisce dettagli della realtà per meglio evidenziarne le distorsioni, è vero che questa realtà ingigantita sembra ormai dietro l’angolo, come abbiamo potuto constatare proprio a Cannes assistendo a vari episodi, risibili in sé ma al contempo preoccupanti, e vedendo, come tutti, le pattuglie di soldati a piedi per le vie della cittadina che davano l’impressione costante di qualcosa di prossimo al tipico cliché da repubblica sudamericana.

E al di là di quella che può essere la situazione estrema – anche qui ingigantita come nel film – costituita dal festival di cinema d’autore più importante al mondo che lo rende particolarmente esposto al rischio di attentati, e al di là del fatto che proprio a Parigi può ora sembrare che ci sia, rispetto a Cannes, maggior tranquillità rispetto al periodo nero dei grandi attentati del 2015, quello che il film catalizza per via comico-metaforica è il clima generale ossessivo, il controllo invasivo, l’affermarsi di una repressione che mina, per esempio, i diritti di chi aiuta i rifugiati o di chi manifesta e non ha fatto nulla.

Spaesamento comune
Tutto il pianeta è paese, o meglio Palestina, sembra dirci Suleiman. Lasciandoci in preda al sentimento di essere stranieri o estranei a noi stessi come il personaggio del film, pur avendo una patria, contrariamente a lui. Dedicato alla Palestina, ai suoi familiari e al critico John Berger, questo film dall’umorismo delicato e caustico insieme, ha certamente un fondo molto amaro per chi è fuggito all’estero da “Nazareth perché era un ghetto” senza però riuscire a trovare un’altra grande città a sostituire la sua (non) patria.

Ma com’è riuscito il regista a far sì che questa sensazione di spaesamento esistenziale espressa nel film equivalesse anche alla nostra? L’uso del suono è fondamentale. Non c’è mai il caos sonoro della modernità a rappresentare il nostro mondo allo sbando e quindi caotico, anzi la singolarità dei suoni è al centro di una messa in scena che, specularmente, lavora visivamente sulla costruzione di una singolarità sia delle situazioni sia delle figure umane.

Per rendere meglio l’idea, se queste ultime fossero disegnate sarebbero figure scontornate dal resto della folla, anch’essa quasi scomparsa (ma non sempre), come in un mondo dopo l’esplosione di una bomba nucleare che avesse miracolosamente lasciato intatte le costruzioni cittadine o, più semplicemente, come in una domenica perenne. D’altra parte molte delle sequenze più divertenti e paradossali si svolgono a Parigi durante i festeggiamenti del 14 luglio che svuotano la città e richiamano chi è rimasto lungo gli Champs Elysées dove si svolge la parata.

In una nuvola di leggerezza
Il 14 luglio che è il giorno della presa della Bastiglia, data simbolo sul piano nazionale di quella rivoluzione francese che sul piano globale sancì un’idea nuova dei diritti umani e dei rapporti tra classi sociali. Singole sonorità come sperdute, o che potrebbero quasi creare un’eco, in ambienti metropolitani perfettamente in ordine ma svuotati di presenza umana, rendono ancora più forte ed evidente il contrasto tra la pervasiva e onnipresente politica della sicurezza e gli ideali di liberazione dell’essere umano da ogni schiavitù nel paese europeo che ha visto fiorire l’illuminismo.

Contrasto permanente in un film avvolto dall’inizio alla fine in una nuvola di leggerezza, spesso danzante, dove i duetti sono quasi minuetti, e che pare come narcotizzato o trasognato pur cogliendo con precisione chirurgica le situazioni più dure della realtà sociale. Il tutto immesso in un teatrino del paradosso che sfiora quello dell’assurdo, compresa la rappresentazione dello stato delle relazioni umane, poiché il film oscilla tra dimensione intima e corale, come nel caso del duetto-battibecco tra un giovane e un vecchio su due balconi-palcoscenici, e che scopriamo essere poi padre e figlio.

Se il film rilegge alcune situazioni viste nei lungometraggi precedenti di Suleiman – per esempio il carro armato gigante di Il tempo che ci rimane (2009) – s’impone anche un parallelo con il cinema israeliano degli ultimi tempi che pare aver scelto una modalità surreale, teatrale e soprattutto impostata sull’umorismo di genere nonsense per meglio esprimere la propria critica politica, ben visibile in film come Tutti pazzi a Tel Aviv (2019) di Sameh Zoabi e forse ancor più in Foxtrot. La danza del destino (2017) di Samuel Maoz, tutti film, come questo di Suleiman, portati in Italia da Academy Two.

Se Il paradiso probabilmente ci dice che siamo tutti alienati da una globalizzazione e una politica della sicurezza che ci rendono esseri dislocati chissà dove, come sospesi nell’indefinito, ci dice anche di farne tesoro, ricchezza, assimilando il meglio dalla diversità e dalle contraddizioni.

Così E.S., inseguito dalla Palestina ovunque si sposti, non proferendo mai parola dalla prima all’ultima inquadratura, distaccato all’apparenza ma entrando in empatia frequente tanto con gli altri che con i numerosi momenti di poesia tutti situati ai margini della follia crescente del mondo circostante, scivola con disinvoltura dalla contemplazione alla quiete del finale in Palestina dopo gli ultimi sussulti a New York, luogo di permanenza del regista dal 1981 al 1993. Nazareth, probabilmente, il piccolo, grande agognato paradiso di E.S. e dove è nato Elia Suleiman.

Facendo un uso rapsodico di metafore, allegorie ed evocazioni di parabole arcaiche, Suleiman, in un pianeta invaso dai rumori più che dai suoni, oppone il senso profondo del silenzio, l’eloquenza del silenzio. Eloquente come mai nella sequenza finale tra gli uliveti dove una donna, con gesto semplice quanto rivoluzionario, rivendica con nettezza il diritto alla propria libertà.

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