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Vince Staples è un pesce grosso

Vince Staples. (Dr)

Vince Staples, Big fish
Quando un gruppo di granchi viene messo dentro un secchio, succede una cosa. Invece che cercare di uscire fuori, i granchi si aggrappano uno all’altro, condannandosi a vicenda a restare nel secchio. Anche al rapper Vince Staples succede una cosa simile: quelli intorno a lui vorrebbero tirarlo giù, perché sono invidiosi del suo successo. E ha deciso di aprire il suo nuovo disco con questa metafora, contenuta nel pezzo Crabs in a bucket.

Ma ci sono tanti altri secchi e tanti altri granchi, viene da pensare ascoltando la canzone. Gli afroamericani che vivono nei quartieri malfamati sono dentro un secchio più pericoloso, dove in gioco non c’è il successo ma la sopravvivenza.

Staples, come tutti i bravi rapper, sa giocare bene con le parole e costruire metafore semplici e dirette come questa. Il suo nuovo disco, Big fish theory, conferma la sua bravura lirica e musicale. Dal punto di vista sonoro, l’orizzonte è quello dell’elettronica e del footwork di Chicago (se non l’avete mai frequentato vi consiglio di ascoltare uno dei pionieri del genere, R.P. Boo).

Big fish theory è un album più ruffiano dei precedenti, ma che mantiene un buon livello di ispirazione. Il singolo Big fish, dove i granchi si trasformano in squali, ha un beat martellante, in Love can be spunta la voce di Damon Albarn, mentre nell’ossessiva Yeah right fa capolino il re del rap, Kendrick Lamar. BagBak è una nuova denuncia del razzismo e del perbenismo dell’America bianca. Gli arrangiamenti variano, ma resta costante la capacità del rapper californiano di fare musica che intrattiene in modo intelligente.


St. Vincent, New York
Annie Clark, in arte St. Vincent, è diventata un po’ sentimentale. Il primo brano che anticipa il suo quarto disco (quinto, se si conta quello con David Byrne), è una malinconica canzone d’amore, che ricorda in parte le atmosfere del suo esordio Marry me. In New York però mancano le chitarre, sostituite da un leggero tappeto elettronico, dal pianoforte e dagli archi. Nel brano St. Vincent ripercorre le storie d’amore del passato con Carrie Brownstein, chitarrista e cantante delle Sleater-Kinney, e con la modella Cara Delevingne (nei mesi scorsi è uscita anche con Kristen Stewart, insomma non si tratta male). Di Delevingne, St. Vincent ricorda le feste con la gente “di sangue blu”, mentre nei confronti di Brownstein è più poetica (“ho perso un’eroina, ho perso un’amica”). Romanticismo a parte, il pezzo è un po’ troppo pop per chi, come me, ha amato lo spigoloso St. Vincent del 2014. Però Annie Clark sa come si fa la musica, meglio non darla per spacciata troppo presto.


Meridian Brothers, ¿Dónde estás maría?
I Meridian Brothers vengono da Bogotá, in Colombia. La loro musica dalle tinte psichedeliche attinge a diversi generi, dal folk al tropicalismo, dal jazz al vallenato, un genere nato in Colombia. Guidata dal polistrumentista Eblis Alvarez, la band è attiva dalla fine degli anni novanta, quando ha cominciato a pubblicare i suoi brani su delle musicassette. Il nuovo disco, ¿Dónde estás maría?, uscirà ad agosto per la Soundway Records, una delle case discografiche più interessanti per chi segue le musiche del mondo. Il primo singolo è questo brano sbilenco e affascinante, che piacerebbe agli Os Mutantes ma anche agli Animal Collective.

Al Lover, Flight patterns
Psychic migrations è un film sul surf uscito nel 2015 e diretto da Ryan Thomas. Il documentario, dallo stile visionario, segue le acrobazie di alcuni surfisti della squadra Volcom in Australia, in Polinesia e nelle Americhe. Ad aprile, in occasione del Record store day, la casa discografica Light in the attic ha ripubblicato la splendida colonna sonora del film. Dentro al disco c’è po’ di tutto, dal punk-garage dei Thee Oh Sees alle composizioni per pianoforte di Gurdjieff. Tra le cose più interessanti ci sono due brani del produttore di San Francisco Al Lover, intitolati Flight patterns e Nature’s tuning. Sono due suite elettroniche intrise di psichedelia ed esotismo dal grande potere ipnotico.


Moses Sumney, Doomed
A volte i videoclip sono inutili, se non dannosi. Per quello di Doomed vale il discorso opposto. Il video rende perfettamente l’atmosfera sospesa e ovattata della canzone. Sembra quasi di stare sott’acqua, anche se non è proprio così (non dico altro per non fare spoiler sul finale). Lo stile di Moses Sumney non è di facile lettura. A un primo ascolto ci senti soprattutto il soul e l’rnb, ma se scavi in profondità affiorano anche influenze più bianche: Bon Iver, Grizzly Bear e Fleet Foxes. Sul palco, Sumney non ha paura di presentarsi da solo con la chitarra, dimostrando coraggio e bravura. Il musicista statunitense ha firmato da poco con la Jagjaguwar e pubblicherà nei mesi prossimi il suo disco d’esordio.


P.S. Continua l’aggiornamento della playlist di giugno. Buon ascolto!

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