Perché è così difficile organizzare festival e concerti in Italia 

Erykah Badu al Lucca summer festival, il 12 luglio 2017. (Francesco Prandoni, Redferns/Getty Images)

Per chi organizza festival e concerti in Italia, la strada è spesso in salita. Soprattutto per chi si occupa di pop, rock, elettronica o hip hop. I motivi sono prima di tutto culturali: la musica leggera gode di scarsa considerazione nel nostro paese. Poi ci sono quelli economici (la mancanza di fondi pubblici e quella di infrastrutture moderne), tecnici (poche sale da concerto e spazi all’aperto pensati esclusivamente per la musica) e politici (i rapporti poco sereni con le istituzioni).

Forse è per questo che, nonostante i concerti siano il settore più in salute dell’industria musicale mondiale e i tour dei grandi artisti registrino ormai incassi milionari, in Italia le cose vanno meno bene. Alcuni concerti, soprattutto quelli di artisti stranieri, vengono cancellati per i pochi biglietti venduti, mentre molte star della musica ormai non vengono più in tour nel nostro paese (Kendrick Lamar, i National, i Gorillaz e St. Vincent sono solo gli ultimi casi).

Luci e ombre
Queste difficoltà sono confermate anche dai numeri. Stando ai dati dell’osservatorio della Siae, nel 2016 il mercato italiano dello spettacolo ha fatto registrare una crescita del 3,1 per cento rispetto all’anno precedente. Ma se guardiamo la voce che riguarda i concerti, la situazione è diversa: c’è stato un piccolo aumento dell’offerta di spettacoli (+0,5 per cento rispetto al 2015), dovuto in particolare all’aumento degli eventi di musica classica (+ 2,8 per cento rispetto all’anno precedente), mentre dal 2015 è diminuito il numero di spettacoli di musica leggera (-0,7 per cento) e di jazz (-2,3 per cento).

Gli ingressi sono calati dell’1,3 per cento e la spesa al botteghino è scesa dell’1,6 per cento. Risultato? Il volume d’affari totale è diminuito del 2 per cento.

Se si guardano i dati regionali, si notano altre cose: al nord le cose vanno bene, nel centro pure, ma più si va verso sud più il lavoro di chi organizza gli eventi si complica. Nel nordovest il volume d’affari è arrivato a più di 156 milioni di euro (nella sola Lombardia sono stati più di 121), al centro ha raggiunto quasi 106 milioni di euro, ma al sud (isole escluse) è fermo a 36 (con la Campania che ne raccoglie solo 16). La Sicilia e la Sardegna non se la cavano male: i concerti hanno fatto incassare più di 20 milioni di euro.

Alieni, disturbatori. I promoter di concerti si sentono considerati in questo modo dalle istituzioni

Nel secondo trimestre del 2017, sempre stando alla Siae, i live che hanno fatto registrare più ingressi sono quelli dei Linkin Park a Monza (80mila), dei Guns N’Roses a Imola (più di 79mila) e dei Radiohead a Monza (più di 56mila). Nella classifica della Siae manca il grande successo dell’estate, il concerto-evento di Vasco Rossi a Modena, al quale erano presenti 220mila persone e che secondo il Sole 24 Ore ha incassato 12 milioni di euro.

I dati sulla musica dal vivo in Italia non sono esaltanti. Soprattutto se pensiamo che a Barcellona, non troppo lontano da noi, in questi anni è nato e cresciuto il Primavera sound, uno dei più grandi festival del mondo in grado di attirare a ogni edizione più di 200mila spettatori, mentre festival di successo come il Rototom sono stati costretti a emigrare dall’Italia all’estero (in Spagna, anche in questo caso).

A questo dobbiamo aggiungere un altro aspetto: i festival, in Italia, faticano da sempre, perché il pubblico è poco abituato a vedere tanti gruppi in una sola giornata e preferisce il grande evento.

Parlare con chi fa il promoter, come viene chiamato dagli addetti ai lavori chi organizza i concerti, aiuta a capire meglio cosa vuol dire fare questo mestiere, e cosa significa farlo in un contesto pieno di problemi come quello italiano. E anche a darci un po’ di speranza perché, per fortuna, le eccezioni alla regola non mancano e ci sono diversi festival che, nonostante tutto, riescono a raccogliere un buon pubblico e a offrire una programmazione interessante.

La musica, prima di tutto
Come si costruisce un festival? La prima cosa da fare, ovviamente, è decidere chi salirà sul palco. “Noi partiamo dalla line up, perché il festival è un prodotto culturale e risponde a regole non per forza commerciali”, racconta Sergio Ricciardone, direttore del Club to club, la manifestazione torinese di musica elettronica nata nel 2000, che quest’anno si terrà dal 1 al 7 novembre. In questi anni gli organizzatori hanno portato in Italia Thom Yorke, Dj Shadow, Nicolas Jaar, gli Autechre e altri. “Negli ultimi sette anni la nostra associazione, Xplosiva, si è strutturata come una squadra”, aggiunge Ricciardone, “al festival lavorano in pianta stabile 13 persone, che curano tutti gli aspetti, dalla raccolta degli sponsor alla comunicazione”.

Dj Shadow al Club to club, Torino, novembre 2016.

Per assicurarsi i musicisti, c’è una tattica fondamentale: giocare d’anticipo. Per questo si ragiona con mesi, addirittura anni d’anticipo. “Io sto già lavorando ai nomi per il 2019. Altrimenti non riuscirei a mettere in piedi il nostro festival. Per convincere gli Stones a venire a Lucca ho fatto lo stalker per due anni, seguendoli nel loro in tour in giro per il mondo”, racconta Mimmo D’Alessandro, che con Adolfo Galli gestisce la D’Alessandro e Galli, un’azienda attiva dalla fine degli anni ottanta. Dal 1998 organizza il Lucca summer festival, una rassegna estiva che in questi anni ha portato nella città toscana musicisti come Bob Dylan, Nick Cave, David Bowie e appunto i Rolling Stones, il cui concerto a settembre ha scatenato molto entusiasmo e qualche polemica.

“Il secondo aspetto da curare è quello della produzione, che comincia sette o otto mesi prima”, spiega D’Alessandro. “Per gli Stones abbiamo cominciato a confrontarci sulla sicurezza con la commissione di vigilanza e i vigili del fuoco a dicembre. Per noi la sicurezza è importante: per attrezzare l’area del concerto abbiamo speso due milioni e mezzo di euro e ci hanno lavorato quattromila persone”.

La musica dal vivo però non si nutre solo di grandi eventi: ci sono festival più piccoli, che da diversi anni offrono musica interessante e hanno un pubblico fedele. Per esempio l’Ypsigrock, fondato da alcuni giovani appassionati di indie e alternative rock nel 1997 a Castelbuono, vicino a Palermo, in Sicilia. Negli anni ha ospitato musicisti come Bonnie “Prince” Billy, Motorpsycho, dEUS, Apparat, Kula Shaker e altri.

Anche gli organizzatori dell’Ypsigrock chiudono il programma molto prima dell’estate: “Il festival comincia undici mesi prima del suo svolgimento. Si parte dall’analisi di quello che è successo nell’edizione precedente. Poi sondiamo alcune possibilità di finanziamenti pubblici e privati, e definiamo l’immagine che caratterizzerà la comunicazione. Partecipiamo anche a incontri per i professionisti del settore, come il Mercat de música viva de vic in Catalogna, il Reeperbahn ad Amburgo, l’Eurosonics a Groningen, la Canadian music week a Toronto, il South by southwest ad Austin e altri”, raccontano Vincenzo Barreca e Gianfranco Raimondo, direttori artistici della manifestazione.

Niente soldi niente show
Musica a parte, c’è una domanda scontata da farsi: da dove arrivano i soldi per organizzare un festival? E quanto costa metterlo in piedi? “Il budget dell’anno scorso era quasi un milione di euro. Riguardo ai finanziamenti, noi abbiamo una visione anglosassone: un terzo di risorse pubbliche, un terzo private e un terzo provenienti dalla vendita di biglietti e dal bar”, dice Sergio Ricciardone del Club to club. “Ci siamo spesso scontrati con una mancanza di partecipazione delle istituzioni e dai fondi pubblici spesso non è arrivato più del 15 per cento del budget totale, quindi il resto delle risorse le dobbiamo cercare sul mercato”, aggiunge.

Durante il festival Ypsigrock a Castelbuono, provincia di Palermo, l’11 agosto 2017.

Gli organizzatori dell’Ypsigrock descrivono una situazione simile. “L’organizzazione del festival costa circa 300mila euro, coperti quasi totalmente da noi. Oggi gli unici fondi pubblici che ci sostengono sono quelli del comune di Castelbuono che, per ovvi motivi di ristrettezze economiche, riesce a finanziare solo il 5 per cento del costo di produzione. Il festival, per il resto, è sostenuto da qualche sponsor privato e dagli introiti che vengono dai biglietti, dal campeggio, dai servizi bar e ristorazione e dal merchandising”.

Anche il Lucca summer festival deve cavarsela da solo. “Non abbiamo mai lavorato con i fondi pubblici. Al massimo al comune abbiamo chiesto le strutture e qualche agevolazione, tipo le pulizie delle piazze. Non sono un fan della musica gratis, i concerti devono mantenersi da soli. Lo stato però dovrebbe garantire le strutture, che in Italia mancano”, dice Mimmo D’Alessandro.

La politica
Alieni, animaletti esotici, disturbatori. I promoter di concerti si sentono considerati in questo modo dalle istituzioni. Sono percepiti come degli estranei, quando va bene, o come dei nemici, più che degli imprenditori in grado di portare vantaggi economici a città e regioni.

“Nel 1997 l’Ypsigrock veniva visto dalla maggior parte degli abitanti di Castelbuono come un elemento alieno, un gruppo di scalmanati che portavano avanti una proposta culturale di rottura in un paese della provincia siciliana. Con il tempo, poi, è venuto fuori il senso di ospitalità del paese e si è creata una simbiosi con il pubblico”, dicono Vincenzo Barreca e Gianfranco Raimondo.

“Ho problemi dalla mattina alla sera con le amministrazioni locali. Ci è appena scaduta la convenzione e non è stata ancora rinnovata, nonostante vent’anni di successi. Il nostro vero problema è la burocrazia e il comune non ci aiuta, perché ci considera dei circensi”, dichiara Mimmo D’Alessandro. Il Lucca summer festival nei giorni scorsi, per convincere il comune, ha commissionato una ricerca all’università di Pisa, secondo la quale la manifestazione ha portato alla città un indotto di 22,7 milioni, che salgono a 29,8 milioni se si considera l’intera regione Toscana. “Ho grande invidia per manifestazioni come il Primavera sound, che è un festival straordinario, anche perché le istituzioni locali ci mettono la faccia”.

“Il comune ha sempre visto il Club to club come un animaletto esotico, che faceva le cose belle ma nei fatti ci davano pochi finanziamenti. Negli ultimi due anni però le cose sono migliorate perché abbiamo firmato una convenzione con la regione Piemonte, che ha creduto in noi”, spiega Sergio Ricciardone. “Con la città il rapporto è rimasto difficile: durante la giunta Fassino, abbiamo sollevato il problema dello scarso sostegno da parte del comune. Ultimamente alcune manifestazioni prendono meno soldi, mentre noi la stessa cifra, anche se per fortuna abbiamo conquistato il sostegno di alcune fondazioni”.

Insomma, in Italia, se si vuole organizzare un festival o un concerto, il consiglio dei promoter sembra chiaro: camminate con le vostre gambe. E buona fortuna.

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